Racconti

Un sogno americano per Jack. Era l’estate del 1955

La prima puntata di American Dream è ambientata al Roy’s Motel e fa parte di un racconto a puntate di Lara Uguccioni . E’ così che partono le avventure del piccolo Jack e della sua famiglia, i Freeman …

Era un’estate particolarmente torrida quella del 1955, i primi di giugno il termometro misurava già 38 gradi al sole, un “caldo assassino” lo chiamava papà. D’altronde il deserto del Mojave non era considerato certo il luogo più temperato della California, ma la famiglia Freeman era la prima volta che si trovava da quelle parti e di certo, non aveva guardato il bollettino meteo prima di partire. Quel giorno Jack era in viaggio da ore sul sedile posteriore della vecchia Nash, dove sul portapacchi papà aveva sistemato con corde e spago, un vecchio baule di cartone pressato, sperando non piovesse. La piccola Peggy dormiva serena accanto al fratello, mentre l’immensa distesa fatta di una sconosciuta pianura arida e rocciosa, correva monotona fuori dal finestrino.

Il panorama era così diverso da quello a cui il piccolo Jackie era abituato in Oklahoma, dove i campi di granoturco lasciavano il posto solo a quelli di girasoli, alti, altissimi tanto che ci si poteva perdere là in mezzo. Mamma non voleva che si giocasse vicino alle coltivazioni, ma Jack sapeva bene come fare per sparire da quella che, sempre più spesso, considerava una giornata difficile e dai bulli più grandi di lui che, là in mezzo, non riuscivano mai a trovarlo. La macchina era stipata di valigie, vestiti, oggetti e, chissà perché, i suoi si erano portati la lampada da tavolo dello studio di papà. Cosa ci dovevano fare in vacanza con una lampada da tavolo?

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

Stavano andando in California, al mare si fa il bagno, si gioca a pallone sulla spiaggia, non sarebbe servita sicuramente una lampada per leggere un libro all’ombra di un parasole. Papà aveva detto che stavano andando in vacanza e sarebbero stati via solo poche settimane, ma a Jack non quadrava ed era pronto a scoprire il perché. Intanto sua madre Sadie stava distribuendo i panini che aveva preparato per il viaggio. Fatti con il burro d’arachidi e marmellata erano buonissimi e anche se li stava mangiando da due giorni, non riusciva ancora a sentirsi sazio e stanco del sapore dolce che sentiva sul palato e tra se e se, ringraziava mamma ad ogni morso per il gusto burroso che adorava e che gli lasciavano sulle labbra.

Una possibilità per Howard

“Sadie basta con il burro d’arachidi, io non ce la faccio più, ho bisogno di un hamburger”. Howard era esausto, erano due giorni interi che guidava su quelle strade dritte che sembrava non dovessero mai finire e aveva bisogno di qualcosa di salato da mandare giù. Era stanco di contare ogni centesimo che avevano ancora da parte, era stanco di vivere in ristrettezze economiche, perché aveva dovuto vendere la sua fattoria al miglior offerente, era stanco di una vita sempre e solo vissuta a metà. La California era la loro ultima possibilità e Howard era pronto a provarci. Sadie si meritava una vita migliore, era una donna buona che aveva sempre sopportato ogni cosa, anche dopo l’ultimo uragano che aveva spazzato via quasi tutto il loro raccolto.

Non l’avevano ancora detto ai bambini, ma si stavano trasferendo in California, sarebbe stata una sorpresa e forse era meglio così, avrebbero iniziato tutti una nuova vita in quella che aveva sentito essere un Eldorado, la terra delle possibilità.

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

Howard aveva un cugino Sammy, che viveva a 10 km da Los Angeles ormai da 15 anni. Lì aveva comprato casa, messo su famiglia e aperto una piccola impresa da meccanico. Avrebbe lavorato con lui per i primi tempi, era bravo ad aggiustare le macchine agricole, l’aveva sempre fatto fin da quando ne aveva ricordo. Suo padre l’aveva mandato a studiare quel tanto che bastava, lavorare la terra era l’unica cosa che contava davvero nella famiglia in cui era cresciuto. Quando aveva deciso di arruolarsi nell’esercito per andare a combattere in Europa, Howard Senior si era fatto venire un ictus, così il giovane Howard era dovuto rimanere a gestire la fattoria. Era ancora poco convinto che fosse stato un bene, avrebbe guadagnato tanto in Europa e non avrebbe dovuto fare tutti quei chilometri per portare via la sua famiglia dalla povertà che avevano lasciato in Oklahoma.

Howard aveva sentito parlare di quanto fosse bella la California, delle spiagge dove si cavalcavano le onde sopra tavole di legno e dove si poteva fare ginnastica sulla sabbia. Sammy gli aveva parlato di quante stelle del cinema andavano alla sua officina per farsi sistemare l’auto. C’era un certo Jimmy Dean che gli aveva portato una Porsche 550 a far sistemare la trasmissione e la scatola del cambio a 4 rapporti. Quel ragazzo dal sorriso triste a quell’auto da corsa ci teneva tanto, gli aveva dato addirittura un nome, la chiamava “la mia piccola bastarda” e questa era solo una delle tante stranezze delle star di Hollywood che passavano per di là.

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

Ad Howard, quella vita oltre la strada ad ovest, pareva un miraggio che si stava avvicinando sempre di più. Era il suo personale Sogno Americano, quello di cui aveva sentito parlare già alla fine della Grande Guerra e di cui aveva letto qualche paragrafo di un libro pubblicato sul giornale del paese. Quell’articolo parlava di possibilità, di speranza, di coraggio e di duro lavoro ripagato abbondantemente. Quelle pagine ingiallite filtravano la profonda convinzione che ciascun uomo, qualunque siano state le sue origini, potesse con il duro lavoro, con la fatica e la determinazione, riuscire a raggiungere il benessere economico e una buona posizione sociale. Anche lui voleva parteciparvi, lo voleva fare per Sadie, per i bambini e in fondo in fondo anche per se stesso, perchè sentiva di meritare un’altra possibilità.

Il coraggio di Sedie

Quando vivi negli anni ’50, hai 35 anni, dei figli, un marito e abiti in un paesino sperduto dell’Oklahoma, quello che puoi fare è seguire tuo marito e assecondarlo nelle scelte di vita. Sedie era così che la pensava, anche se in cuor suo non avrebbe mai voluto lasciare la famiglia di nascita per andare a vivere a migliaia di chilometri di distanza. Esisteva il telefono sì, avrebbe sentito sua sorella almeno una volta a settimana, ma sua madre, amava quella donna che l’aveva sempre fatta sentire importante e, staccarsi da lei, era stato come mandare giù una tazza di latte e chiodi arrugginiti. Quando l’aveva abbracciata sulla porta di casa sapeva che non l’avrebbe mai più rivista, mamma stava male e come l’amata nana, sarebbe morta troppo presto.

L’aveva baciata sulla guancia scavata e stretta forte in un abbraccio troppo lungo, voleva sentire ancora una volta il profumo che emanava la sua pelle, un misto di torta alle mele e bucato fresco di giornata. Le aveva detto che si sarebbero riviste presto e che una volta sistemati, a Natale o giù di lì, avrebbe preso il treno per tornare, ma anche mamma sapeva bene che non sarebbe mai stato possibile. Non c’erano soldi e nonostante l’Oklahoma stesse vivendo un periodo migliore rispetto agli anni della Grande Depressione, la fattoria dei Freeman aveva subito un grave arresto dopo l’ultimo uragano. Howard era stato costretto a vendere e non sarebbe bastato l’avvento dell’aria condizionata meccanica e dei nuovi televisori a far risollevare il morale e le finanze della famiglia.

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

I salari stavano diventando paragonabili al resto della nazione e Howard non riusciva a pagare i lavoranti che pretendevano di più lavorando di meno. Così l’unica alternativa era quella di vendere, di andare a cercare fortuna altrove, così diceva suo marito. Tutti andavano in California, ci voleva andare anche lui e Sedie non poteva dire di no, perchè lei era una donna di onesta morale. Quella mattina la Route 66 era piena di macchine come ogni giorno e ogni notte da quando erano partiti e, anche se erano solo i primi di giugno, non si riusciva a trovare un motel libero dove passare la notte. Avevano forse tutti avuto la loro stessa idea? Oppure erano persone che avevano già raggiunto la felicità con il proprio Sogno Americano e stavano partendo per le vacanze verso la terra dove c’era sempre il sole?

Sadie non poteva saperlo, ma l’avrebbe imparato molto presto. Ciò che sapeva invece, di cui era certa, era che lei assieme alla sua famiglia, avevano diritto alla felicità. Non sapeva se l’avrebbero trovata laggiù, ad ovest, lontano da papà e mamma, dalla sorella maggiore, da quel piccolo paese che conosceva così bene, dove aveva incontrato Howard davanti a Pop’s e si era innamorata di lui mentre le parlava di motori e sogni da realizzare. Era pronta a provarci, avrebbe fatto di tutto per i bambini e per quel marito a cui credeva ciecamente, che amava e che voleva proteggere, accudire, consolare ogni qual volta ce ne fosse stato bisogno.

Tutto è nuovo per Jackie Freeman

“Mamma che ore sono?” Jack non riusciva più a stare seduto, incominciavano ad intorpidirsi le gambe e la sorellina ormai sveglia, non lo lasciava in pace un attimo. “E’ mezzogiorno Jackie tesoro, papà ha detto che a breve ci fermeremo in un’area di sosta. Pazienta ancora un attimo, fallo per la mamma”. Così Jack si rassegnò a giocare con le bambole di Peggy, non voleva farla piangere, era già abbastanza stressata da tutti quei chilometri, come lui del resto. Valeva la pena fare così tante ore di macchina per andare in vacanza? L’alternativa c’era eccome: potevano scendere al lago vicino a Sand Springs, lì c’erano dei parchi stupendi come Brush Creek, dove poter affittare una canoa e fare decine di escursioni tra i boschi. Gli sembrava tutta una follia quel viaggio, ma non aveva il coraggio di dirlo a papà, era troppo tempo che lo vedeva pensieroso e infelice.

Oltre la distesa di terra e cemento, tra le mille e mille auto che stavano sfrecciando su quella striscia d’asfalto e sabbia che la mamma aveva chiamato Route 66, c’era una grande insegna che svettava alta verso il cielo. “E’ qui che ci fermiamo mamma?”, “Sì amore, ci fermiamo qui”. La stazione di servizio di Amboy era enorme e sembrava ancora più grande dal fatto che sorgeva su un tratto desertico della National Old Trail Road, in California. La zona intorno, verso la fine del 1800, era stata un’importante sede di estrazione del sale, attività che aveva permesso la nascita di una piccola comunità e, qualche anno più tardi, la realizzazione di una stazione ferroviaria.

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

Il piazzale davanti a una delle 3 stazioni di servizio era stipato di auto, c’era chi si sgranchiva le gambe, chi controllava i pneumatici, chi si fumava una sigaretta. Dopo che Howard fermò l’auto in uno dei pochi posti liberi aspettando diligentemente il suo turno per rifornirsi di benzina, Jack scese per esplorare i dintorni. Entrò con il padre nella stazione di servizio dove un tizio magro e allampanato, con una tuta blu e una toppa sul petto dove c’era scritto Ivy, li accolse con un sorriso. Altri meccanici si adoperavano per ogni servizio immaginabile, dal cambio dell’olio al gonfiaggio pneumatici, aggiornando gli avventori su ciò che stava accadendo in città e augurando loro buon viaggio.

Jack aveva notato che, quando entravi in qualsiasi stazione di servizio, il serbatoio veniva riempito, la pressione dell’aria nei pneumatici controllata, così come i livelli dell’acqua nella batteria e la quantità di olio nel motore. Avrebbero anche lavato il parabrezza se solo papà l’avesse chiesto, e controllato il liquido dei freni. Ecco perché le chiamavano stazioni di “servizio” si era detto tra se e se Jack, i servizi forniti erano ciò che le differenziava da qualsiasi altro luogo lungo la strada. Era quello che a Jack piaceva dell’America, erano tutti o quasi, cordiali e sapevi sempre che, anche lontano da casa, dove la gente la conoscevi da quando eri nato, saresti stato trattato altrettanto bene.

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

Fu così che il piccolo Jack pensò che forse, tutto il resto del mondo poteva chiamarsi casa. Ovunque si fosse sentito trattato bene e al sicuro, sarebbe stato per lui un buon posto dove vivere. “Jackie ti devo dire una cosa figliolo”. Fu così che Howard iniziò il discorso con suo figlio, quello che gli avrebbe dovuto fare prima di partire, che parlava di sogni e di speranze per un futuro migliore di quello che si prospettava loro in Oklahoma. Jack era ormai diventato grande, a 10 anni è possibile capire come va la vita, così papà gli aveva detto aspettando che Ivy riempisse il serbatoio e controllasse i freni. Howard era preoccupato della reazione del figlioletto e quando Jack lo abbracciò per dirgli grazie, rimase talmente stupito che quasi si mise a piangere dalla contentezza.

Sì perchè Jack era felice davvero, in cuor suo sperava se ne andassero dal paese e da quell’Oklahoma che solo da piccolissimo gli era tanto piaciuto. Non sopportava più di essere preso in giro e odiava quel caldo torrido dell’estate, oltre al fatto che i vicini di casa avessero l’aria condizionata per dormire la notte, mentre loro a mala pena possedevano un ventilatore in quattro. Si guardò intorno, disse a papà che sarebbe andato da mamma che li aspettava sotto alla pensilina del Roy’s Motel e si incamminò verso la caffetteria. Finalmente capiva il perchè papà avesse messo in macchina la sua lampada da tavolo. Guardandosi intorno incominciava a fantasticare su cosa lo aspettasse una volta arrivati da zio Sammy. Una nuova casa, una scuola diversa per lui e Peggy, un lavoro onesto per papà e nuove amiche per mamma.

American Dream al Roy’s Motel racconto di Lara Uguccioni

Le macchine sfrecciavano sulla strada, il cafè era pieno zeppo di persone che mangiavano, ridevano, chiacchieravano e finalmente Jack poteva respirare di nuovo. Da quando erano partiti infatti aveva come un macigno sul petto, chiamatelo sesto senso oppure intuizione, ma aveva capito che qualcosa stava cambiando. Tra tutta quella gente che andava chissà dove, ognuno con una storia da raccontare, un posto da raggiungere, era lì che finalmente il piccolo Jackie diventò grande, consapevole che, una volta arrivati, ci sarebbe stato qualcosa di magnifico anche per lui. Tanto grande quanto quell’area di servizio, luccicante come le auto che sfrecciavano sulla Route 66, bellissimo e solido come la gigantesca scritta “Roy’s Motel & Cafè” posta al limitare della strada. Ora bastava solo salire in macchina e ripartire, una nuova avventura aspettava la famiglia Freeman ad ovest, era sicuro sarebbe stata avvincente ed era impaziente di incominciare a viverla. (continua…)

Racconto di Lara Uguccioni

“American Dream” è un racconto a puntate, qui trovi la seconda e la terza parte:

Fotografie in ordine di apparizione:
1. © ELLIOTT ERWITT | FOTO MAGNUM
2. 1950s Mechanic at work è una fotografia di Vintage Photo Junkie
3. Credito fotografico: Earl Leaf / Archivi Michael Ochs / Getty Images dal sito rarehistoricalphotos.com
4. Foto di VintageBogys50sItalia dal sito onlyinyourstate.com
5. Foto dal file Tishomingo National Fish Hatchery dal sito onlyinyourstate.com
6. Foto © di Lara Uguccioni
7. Una vecchia cartolina del Waddle’s Coffee Shop di Portland, Oregon, tratta da un articolo di Chris Alm
8. Foto © di Lara Uguccioni
9. Foto tratta dal sito deathofasalesmanfam.weebly.com – Death of a Salesman di Arthur Miller
Foto di copertina: Canva – Graphic © Lara Uguccioni

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Veronica
Veronica
11 mesi fa

Bellissima storia, anche se ambientata negli anni ’50, potrebbe essere quella di una famiglia di oggi che molla tutta e cerca fortuna altrove, all’estero per ritrovare la felicità e una stabilità economica. Un bel racconto di speranza, brava Lara!

Libera
Libera
11 mesi fa

Mi sono appassionata tantissimo al tuo racconto, Lara e non vedo l’ora di leggere il seguito. Che magia quegli anni Cinquanta negli USA.

Tamara
11 mesi fa
Rispondi a  lara_uguccioni

L’ho letto tutto d’un fiato è stato un racconto strepitoso ed ora non vedo l’ora di leggere il seguito

Maria Maldini
Maria Maldini
11 mesi fa
Rispondi a  Libera

Mi ricorda un po’ FURORE di Steinbeck…

Annalisa Trevaligie-Magazine

Che bello viaggiare in compagnia della famiglia Freeman su una delle strade più iconihe degli States. Sono curiosa però di sapere cosa hanno fatto dopo aver puntato ad ovest… attendo il seguito con ansia.

Cristina
11 mesi fa

Complimenti per il racconto, è veramente interessante la storia della famiglia Freeman. Ora aspettiamo una nuova avventura!

La Kry
11 mesi fa

Spero davvero che tu abbia la seria intenzione di scrivere un seguito. Ho trovato il racconto piacevolmente malinconico, come il panorama che scorre dal finestrino di un auto. Bellissimo lo spaccato delle vite degli anni 50 e la descriione della stazione di servizio. Una cartolina di quell’america che tanto ci affascina.

uccio1954
uccio1954
11 mesi fa
Rispondi a  lara_uguccioni

Letto in un fiato Lara. Bellissimo racconto che mi ha letteralmente “fiondato” nella location che hai sapientemente sceneggiato. Ma tutto questo merita senz’altro un “secondo tempo”. Bravissima.
Un saluto.

Sara Bontempi
11 mesi fa

Fantastico questo racconto di un’America degli anni ’50, mi hai fatto sognare come in un film, continua a scrivere queste storie, mi raccomando!

ANTONELLA
11 mesi fa

Ho viaggiato con la famiglia Freeman lungo quella mitica strada leggendo il tuo racconto e ho anche sentito il sapore stucchevole del burro di arachidi! Scrivi molto bene! Ma alla fine Jack lo trova davvero un futuro migliore a Ovest?

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