Racconti

E’ un Natale di pace per la famiglia Freeman

“Un’ondata di severo maltempo raggiungerà la California a partire da questa sera, con piogge intense e possibilità di nevicate anche a basse quote. A causa della particolare configurazione sinottica riteniamo che possa risultare addirittura la perturbazione più intensa dell’intera stagione invernale, sia dal punto di vista pluviometrico, sia per gli accumuli di neve previsti. Per alcune contee come quella di Los Angeles si attende l’ondata di maltempo più violenta degli ultimi 4 anni”. La voce stridula alla radio non da certo notizie confortanti. Pare infatti che quello del 1955-56 sia un inverno a detta dei meteorologi, particolarmente rigido. “Sono giorni che la radio continua a dare notizie come questa Howard, forse non è il caso che affronti il viaggio fino all’aeroporto”.

“Lo so Sadie ma è là che arriva oggi un’auto da corsa molto preziosa, devo essere al reparto spedizioni internazionali per mezzogiorno”. Howard sta facendo colazione nella minuscola cucina del loro appartamento sopra l’auto-officina del cugino Sammy. La voce è calma, vuole tranquillizzare l’apprensione della moglie, ma il suo animo è preoccupato. Il maltempo potrebbe arrivare presto, così dicono al radio giornale, ma lui deve partire, andare a prendere quell’automobile è di estrema importanza. Il lavoro è stato commissionato da un agente di Hollywood e la Ferrari del signor Eastwood arriva direttamente dall’Italia. L’officina di Sammy è aperta da molti anni, specializzata in macchine da corsa è diventata nel tempo meta di star del cinema che qui trovano meccanici qualificati nella messa a punto dei loro inestimabili gioielli meccanici.

Nonostante i mille timori Howard si alza, bacia la sua Sadie e va in camera dei ragazzi per dar loro un saluto silenzioso. Stanno ancora dormendo, il sole sorgerà tra poco.

Howard scende le scale che lo separano dalla grande officina al pian terreno, ancora immersa nel torpore della notte che sta per lasciare il passo ad una nuova giornata. A lui piace arrivare prima degli altri al lavoro non per distinguersi, ma perchè ha bisogno di calma e di quel silenzio prima che il locale si riempia di parole. E’ la vigilia di Natale e i soldi che Sammy gli darà per il trasporto dell’auto a lui servono per i regali. Anzi, in verità li ha già spesi e domani farà una bella sorpresa ai ragazzi, quest’anno sotto l’albero ci saranno libri nuovi e matite colorate, oltre ad una bella sciarpa di seta per Sadie. Ha chiesto a Betty Jean, la moglie di Sammy, di aiutarlo a sceglierla.

Lui ne capisce poco di cose da donne, ma quando ha visto quella stola dello stesso colore degli occhi di sua moglie, ha subito immaginato come le sarebbe stata addosso. Howard pensa di non essere mai stato romantico, ma in cuor suo sa di sbagliarsi. Ama così tanto Sadie che spesso gli sembra che non sia passato un giorno da quando l’ha incontrata per la prima volta da Pop’s. In Oklahoma ci sono praticamente solo campi nel giro di decine di miglia e quella tavola calda era l’unico luogo per ragazzi dove fosse possibile parlare con qualcuno che non avesse più di 50 anni. Il sorgo stava per essere piantato quando per la prima volta Howard vide quella ragazza arrivare al diner di Colcord assieme alle sue amiche. Erano tutte così belle, ma lei era speciale, l’aveva capito subito.

“Buongiorno Howard, mattiniero come sempre! Sei pronto per la trasferta?” la voce di Sammy lo risveglia dai suoi pensieri lontani anni luce da quel luogo e quel tempo.

Guarda fuori e si rende conto che il cielo sta cambiando in fretta. Si sta alzando un vento polare che non preannuncia nulla di buono. “Senti Sammy, sei sicuro di voler partire oggi? Hai visto le previsioni, danno neve anche a basse quote”. “Cascasse il mondo noi dobbiamo andare a prendere quell’auto, domani è il 25 dicembre e stasera va consegnata al signor De Laurentiis. E’ un regalo di Natale per il signor Eastwood, suo amico da tempo. Purtroppo non abbiamo scelta cugino, oggi tocca a noi”. In officina Howard è l’ultimo arrivato, ma anche un uomo di fiducia e spetta a lui andare a ritirare quel portento di automobile per conto del richiedente.

Non può esimersi, ne va della reputazione e della fiducia che Sammy ripone in lui. E’ orgoglioso Howard, un ragazzone di campagna tutto d’un pezzo, come sono gli uomini del sud, di quelli che danno una parola e la mantengono. Vuole distinguersi, fare la differenza, altrimenti non saprebbe come giustificare il lungo viaggio dall’Oklahoma che ha intrapreso con la sua famiglia mesi prima. Attraversare il deserto, percorrere quelle interminabili strade per arrivare fino a Los Angeles, è stato un viaggio che ha portato i Freeman a rincorrere un sogno. Lasciare la fattoria, la casa dove è nato e cresciuto è stato come un pugno in pieno viso che l’ha risvegliato catapultandolo in un mondo nuovo, fatto di mille difficoltà ed incertezze.

Ma oggi è “un altro giorno” come diceva la protagonista di quel vecchio film che aveva visto al cinema con Sadie qualche anno prima. Quella O’Hara, una donna indimenticabile, caparbia e testarda era tutto il contrario della sua Sadie, ma chissà perchè gliela ricordava tanto. “Forza Howard è ora di partire. Andiamo a prendere quella 275 GTB e che Dio ci aiuti”.

Non farlo Sadie!

Quando Howard parte con Sammy verso il reparto di spedizioni internazionali, Sadie è preoccupata. Un sesto senso le dice che quella sarà una lunga giornata per tutta la famiglia Freeman e non è impaziente di cominciarla. Oggi i bambini rimarranno con zia Betty, perchè lei deve fare le ultime commissioni per l’indomani. Howard tornerà per cena e passeranno la serata della Vigilia tutti insieme a casa dello zio Carl, proprio sopra all’emporio dall’altra parte della strada. Ognuno porterà qualcosa e Sadie ha già preparato uno sformato di patate da abbinare al pollo fritto che cucinerà Maddy, la moglie di Carl. Ha cucinato anche una Gooey Butter Cake con la ricetta tradizionale di sua madre, originaria del Missouri.

Quando erano piccole lei e sua sorella scherzavano chiamandola “la torta appiccicosa” perchè quel delizioso strato di crema di formaggio cotto al forno riusciva ad attaccarsi al palato come un chewing gum alla suola delle scarpe. I bambini però ne vanno pazzi e vorrebbero farla assaggiare ai cuginetti della California. Questo è il primo Natale lontano dall’Oklahoma, dalla fattoria, dai nonni e per Jackie e Peggy è importante portare un pezzetto di casa anche qui. Così Sadie si veste e parte verso la fermata del bus, ci vogliono solo poche ore per sbrigare gli ultimi acquisti, sarebbe stata di ritorno sicuramente prima che ai bambini venisse fame all’ora di merenda. Appena salita sul bus nota una donna di colore, in piedi poco lontano da lei. C’è qualche posto libero, ma non nella sua fila. Non per lei.

E’ bella, alta anche se il suo vestito tradisce le umili origini. E’ però ben stirato e anche se consunto ai polsi e al collo, le segna la figura snella e asciutta così da valorizzarne l’aspetto. Ha un viso fiero, non guarda a terra come molte altre signore di colore che stanno in disparte, tra loro, come a delimitare una zona franca e sicura. Non lo dicono a voce, ma il loro atteggiamento è di totale distacco, come se neanche vedessero i bianchi nell’abitacolo. Sadie è dell’Oklahoma e ha già visto di cosa è capace la discriminazione, ma non si è mai abituata alle differenze che per lei sono fonte di ispirazione e non di lontananza. Durante il viaggio fantastica immaginando quella ragazza sul lavoro, magari in una bella casa a fare la governante di una famiglia di successo.

Non sa perchè ma si trova a sorridere e anche se non conosce quella giovane, prova simpatia per lei. E’ sempre stata attratta dalle persone che sprigionano coraggio e lei sembra averne. Non fa in tempo a formulare il pensiero che Clara, questo è il nome della ragazza dalla pelle d’ebano rimasta in piedi per tutto quel tempo, si siede in uno dei posti dove i bianchi hanno la priorità. A scuola sia Jack che Peggy hanno come vicini di banco bambini che provengono da luoghi diversi, di etnie differenti. I bianchi e i bambini “colored”, così li chiamano, non sono separati da provvedimenti razziali ormai abrogati nel 1954, almeno in California. Però le vecchie leggi Jim Crow sono ancora vigenti per quanto riguarda i trasporti pubblici e quella donna si è seduta dal lato sbagliato.

Forse sovra pensiero non si è accorta che le si sta avvicinando un uomo e Sadie vorrebbe avvisarla prima che lo faccia qualcun altro, magari con poca educazione. Non è passato neanche un mese dal caso di Rosa Parks in Alabama che ha indignato, destabilizzato, offeso ma dato anche tanta speranza alla nazione intera. Tutta l’America ne parla e quella piccola donna di nome Rosa, in apparenza timida e dimessa, sta diventando un simbolo contro la segregazione razziale. Sadie non lo direbbe mai ad alta voce, ma la stima, vorrebbe anche solo un briciolo di quel coraggio che a Rosa ha fatto dire “no”. Ma spesso le storie si ripetono e nel giro di pochi attimi tutto avviene come al rallentatore.

Proprio come Rosa, Clara rifiuta di alzarsi per lasciare il posto a un uomo bianco che le intima di scendere e risalire alla fine del bus. Il suo è un “no” semplice ma deciso e pacifico, mentre a testa alta resta al suo posto. Tutto accade in un battito di ciglia davanti agli occhi di Sadie, il conducente se ne accorge, l’uomo strattona la ragazza di colore e Sadie, mossa da un istinto primordiale si mette in mezzo, prendendo così un sonoro ceffone che la scaraventa a terra. ll conducente decide quindi di fermare la corsa e di chiamare due agenti fermi sulla strada, mentre per Sadie il mondo si fa improvvisamente buio, senza rumori, come coperto da una spessa coltre di neve simile a quella che sta sfilando fuori dal finestrino. E’ stesa a terra nella corsia centrale, immobile dopo aver battuto forte la testa contro uno dei sedili anteriori.

Percorri la strada a piccoli passi Howard e accumulerai coraggio

“Ecco lo sapevo, sarà una lunga mattinata questa” Sammy aziona il tergicristalli, la neve sta iniziando a scendere copiosa coprendo la strada di un sottile e impertinente nevischio. L’abitacolo si sta raffreddando e Howard versa una tazza di caffè caldo dal termos che Sadie gli ha dato prima di partire. “Benedetta Sadie, tua moglie è un angelo cugino. Questo caffè ci voleva proprio”. Sammy lo beve tutto d’un fiato e altrettanto fa Howard con il suo, pensando che il ritorno sarebbe stato complicato se non avesse smesso subito di nevicare. “Ok Howard, una volta arrivati io prenderò la 275 GTB e tornerò a casa con quella, mentre tu porti il Pick Up in officina. Ci vediamo da Carl per cena” mentre aggiunge tra i denti “Che il cielo ce la mandi buona”. “E senza vento” fa eco Howard, ma chissà perchè il timido sorriso gli muore in volto.

L’hangar, che funge da rimessa per le vetture arrivate dall’estero, si trova a poche centinaia di metri dall’aeroporto di Los Angeles. Scesi dal Pick Up della Chevy entrambi si rendono conto che il posto è troppo silenzioso per essere un reparto spedizioni internazionali, dove le grandi merci vanno e vengono notte e giorno. “C’è qualcuno?” urla Sammy un poco agitato. Howard non ha mai visto suo cugino così insicuro e titubante, ma deve essere normale dato che stanno per prelevare un’auto di proprietà di un grande divo di Hollywood. Dal retro di un alto bancale esce un giovane uomo con una tuta grigia “Buongiorno signori, come posso aiutarvi?”. Il suo atteggiamento è amichevole e subito i due si rilassano sfoderando uno dei più sinceri sorrisi dovuti alla gratitudine.

“Sono il proprietario del “Sammy’s Garage” e siamo venuti a ritirare l’auto che abbiamo in consegna. E’ una Ferrari, un modello davvero speciale che arriva direttamente dall’Italia, ho qui i documenti.” Lo sguardo del ragazzo della rimessa si fa subito sbalordito e guarda tra le scartoffie che tiene in mano. “Ma come, non vi hanno avvisato? Ho chiamato questa mattina personalmente per disdire la presa in carico. Con questo tempo il signor De Laurentiis ha chiesto espressamente di non far partire l’auto alla volta di Los Angeles e qui è tutto fermo come vedete. Hanno messo neve per i prossimi giorni”. Howard guarda sconcertato Sammy, ma anche decisamente sollevato, perchè portare un’auto da corsa sulle strade innevate attraverso la contea di Los Angeles sarebbe stata un’impresa decisamente complicata.

Sammy è alquanto agitato: “Posso chiamare in officina? Devo accertarmi che lì vada tutto bene e sapere chi ha preso la chiamata”. Mentre i due si avviano verso l’ufficio, Howard si avvicina all’ingresso dell’hangar per assicurarsi che in esterno sia tutto a posto. La neve non accenna a rallentare la sua caduta e sicuramente, per tornare a casa, ci vorrà più tempo di quello che avevano preventivato. Se è vero che ci sarà neve per i prossimi giorni, potrebbe insegnare ai ragazzi a fare un pupazzo di neve. Dove vivevano in Oklahoma non nevicava mai e per Jack e Peggy sarebbe la prima volta. All’improvviso, come un fantasma che attraversa il corpo di un essere umano, così una raffica di vento gelido gli passa attraverso facendolo rabbrividire vistosamente. Sta per accadere qualcosa, ne è certo e per un attimo non si sente più al sicuro, nemmeno lì in piedi davanti a quella rimessa solida e resistente.

“Howard vieni presto, è successo qualcosa a casa. Dobbiamo andare da Sadie!” La voce di Sammy lo colpisce con tale forza che sente il bisogno di vomitare. Cosa può essere successo a Sadie? Di cosa sta parlando suo cugino Sammy? “Ho chiamato l’officina e mi hanno detto che Sadie ha avuto un incidente. E’ in ospedale dobbiamo andare lì subito”. Lo sguardo di Howard è assente, come se non fossero destinate a lui le parole del cugino che sta cercando di risvegliarlo da quella inerzia involontaria in cui si è inabissato. Non riesce a respirare, a parlare, a pensare, fino a quando uno schiaffo lo colpisce in pieno viso risvegliandolo. “Scusa cugino, ma tua moglie ha bisogno di te. Adesso”.

A quelle parole Howard si alza, pensa a sua moglie, ai figli, come un flash back gli passano davanti i giorni passati in viaggio sulla Route 66, mangiando panini e dormendo nei motel o sotto le stelle. Forse sono i momenti più belli che ha passato con la sua famiglia, si è sentito vicino a loro come non mai, la mente libera e solo la strada davanti. Un cammino lunghissimo e dritto che li avrebbe portati in un altro posto, verso il loro sogno perfetto. Non c’è tempo da perdere, Howard e Sammy salgono sul Pick Up e con le ruote che sbandano contro il suolo vischioso, partono veloci alla volta dell’ospedale.

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire ma non trovò nessuno”

E’ buio ma Sadie sente delle voci che la stanno chiamando. Non le riconosce, ma dicono il suo nome. Una è limpida, squillante, le ricorda un pò il rumore che faceva il ruscello dietro casa dei suoi genitori. Era così fresca e cristallina l’acqua che sgorgava da quella fonte e lei andava lì da piccola, a lavarsi la faccia ogni volta che il sole cocente delle estati in Oklahoma non le lasciava tregua. L’altra voce invece è piena, forte, con un meraviglioso timbro esotico che pare una melodia. E’ curiosa di vedere a chi appartiene così si costringe ad aprire gli occhi. Davanti a lei c’è un uomo, può avere 60 anni o forse più, ha le labbra che si muovono arricciandosi all’insù nel formare un cuore generoso. Quei grandi occhi scuri la guardano intensamente: “Signora Freeman mi sente? Si trova in ospedale, è stata incosciente a lungo. Ha sbattuto la testa ed è svenuta, è un miracolo che sia ancora viva”.

Sadie riconosce l’accento italiano, un meraviglioso connubio di grazia e ritmo latino. “Infermiera rimanga qui con la signora per il momento, ora aspettiamo i parenti. Il peggio è passato”. Sadie è come in un limbo, forse è la morfina o i punti di sutura che le hanno dato in testa, ma vuole solo chiudere gli occhi, ha bisogno di riposare. Sogna un campo di granoturco che sta nascendo, ancora verde e basso si muove lento nel vento caldo della sera. E’ primavera e sta aspettando fuori dalla porta che la venga a prendere quel ragazzo con cui ha parlato ieri per la prima volta. E’ tanto tempo che l’ha notato, è troppo bello per passare inosservato. Le sue amiche hanno messo gli occhi su di lui da mesi, da quando vanno da Pop’s sulla interstatale a Colcord. Quelle sono tutte un risolino quando lui e i suoi amici arrivano, ma non Sadie che rimane in disparte facendo finta di non vederli.

Lei è riservata, è stata educata così e non le piace ostentare la sua bellezza, ne men che meno fare la civetta appollaiata sulle auto dei ragazzi. Ma quel Howard le piace davvero e ieri ha scoperto che la cosa è reciproca. Hanno parlato tanto dopo che lui le è andato incontro chiedendole di sedersi vicino a lui. Gli piacciono le auto, ma lavora alla fattoria della sua famiglia e per il momento gli unici motori che vede sono quelli dei trattori che arano i campi. Ha molti sogni nel cassetto Howard ed è curiosa di scoprirli tutti, basta che gliene parli come ha fatto ieri, guardandola dritto negli occhi. Nessuno l’aveva mai guardata così e lei si è persa nell’intensità del suo sguardo. “Sadie, amore mio, svegliati” Sente le parole di Howard vicine, il suo respiro affannoso, agitato e l’apprensione nella voce strozzata.

Sadie si sveglia dal torpore e davanti ai suoi occhi c’è il viso del marito in lacrime, terrorizzato tradisce un a paura mista a sollievo. Non l’ha mai visto in quello stato così gli prende la mano per rassicurarlo. A quel tocco Howard le accarezza il viso con tutta la tenerezza di cui è capace: “Sadie sono corso qui appena ho potuto, ho già parlato con i medici, io non so cosa avrei fatto senza di te se ti avessi persa”. A Sedie torna in mente quella mattina, la corsa sul bus, il viso della ragazza dalla pelle d’ebano e il dolore dello schiaffo che l’ha scaraventata a terra. Vuole sapere tutto e Howard le racconta ogni cosa, così come l’ha saputa dalla polizia. Per fortuna non è successo nulla di grave a quella giovane donna ed è stato tutto merito suo che l’ha difesa. Il trauma cranico non è grave, per fortuna la lasceranno andare a casa dai suoi figli, d’altronde è la Vigilia e i medici pensano si possa riprendere più facilmente una volta arrivata tra i suoi affetti.

Mentre sta cercando di alzarsi aiutata dall’infermiera qualcuno bussa piano alla porta. “Posso entrare?” una voce dolce e inquieta chiede il suo permesso. Sadie si volta e vede lei, la ragazza del bus che le sorride e piange e ride e trema, facendosi piccola piccola sull’uscio. Se Sadie poteva avere qualche perplessità per quello che aveva fatto, quel sorriso grato e meraviglioso le toglie ogni dubbio. Le due donne si guardano, si avvicinano e si abbracciano togliendo così ogni stupida differenza che qualche essere poco umano ha messo fra loro. “Grazie Sadie, sei la donna più coraggiosa che abbia mai conosciuto. Nessuno ha fatto mai niente di simile per me e lo ricorderò per tutta la vita”. A quelle parole Sadie si risveglia dall’indolenza che l’ha ghermita per tutta la giornata.

E’ ora di tornare a casa, deve andare dalla sua famiglia, dai suoi figli e da quel marito che per poco non è morto al posto suo dal dolore.

“Tutto è calmo, tutto è luminoso.” Buon Natale famiglia Freeman

Finalmente è Natale e per Jack non potrebbe essere un giorno più bello di così. La neve ha ricoperto la città intera, le case hanno i tetti che sembrano fatti di zucchero filato e non vede l’ora di scendere con suo padre in strada per fare il suo primo pupazzo di neve. “Mamma possiamo aprire i regali?” Peggy Sue è sotto il piccolo albero che splende illuminando il minuscolo salotto mansardato. Come al solito sta toccando tutti i pacchi, li agita, li gira cercando di capire cosa c’è all’interno. “Certo ragazzi, io e papà arriviamo subito a darvi i regali che Babbo Natale questa notte ha lasciato qui per voi”. Jack non crede più da tempo a questa storia di Santa Claus ma di certo non lo dirà oggi a sua madre, che è così bella nella luce della mattina e felice, nonostante i lividi sul viso.

Ieri sera mamma e papà sono rientrati dopo la cena a casa di zio Carl e zia Mary. Papà portava la mamma a spalla e guardandoli entrare, Jack aveva capito subito che qualcosa non andava. La mamma aveva il viso segnato, piccole ferite rosse e cerotti le incorniciavano la faccia e una benda piuttosto voluminosa le copriva in parte i capelli. Il suo braccio era piegato al petto e sostenuto da una fascia stretta. Peggy voleva abbracciarla, ma papà l’ha fermata appena in tempo dicendo che mamma si era fatta male e per un pò non avrebbe potuto prenderla in braccio. Mamma ha ripromesso di raccontare l’accaduto, ma non oggi, il Natale diceva, era fatto per sorridere e vivere la pace che il suo nome portava. Papà sfogliò il giornale: “Guarda tesoro, c’è un articolo che parla di te”. Il Los Angeles Times riporta una notizia che Jack fatica a comprendere.

“La protesta continua, un altro NO che cambierà la storia” il titolo è così strano e poi chi è questa Rosa Parks? Papà legge e mamma vicina a lui fa altrettanto, mentre un sorriso le illumina il volto. “Stanno combattendo anche i giornalisti, forse il mio gesto non è stato così stupido come pensavo”. La mamma sorride e papà la bacia piano sulla fronte: “Hai fatto la cosa giusta amore, ma non farlo più. Noi abbiamo bisogno di averti tutta intera”. Nella piccola stanza risuona una risata fragorosa che contagia tutti e da inizio all’apertura degli agognati reali di Natale. Jack non riesce a credere come la sua vita sia cambiata in così poco tempo. L’anno prima erano in Oklahoma e per Natale non ricevette nulla se non un maglione fatto da mamma. Quest’anno per lui ci sono libri e un cappello nuovo da cowboy che avrebbe indossato presto.

E poi delle matite colorate per Peggy e album da disegno, sua sorella è al settimo cielo. Mentre aspettano di andare a casa degli zii per pranzo, Jack va in camera, si veste con un maglione pesante per uscire con papà e la sorellina che adesso è in cucina a far colazione con mamma. Sente le voci nell’altra stanza, le risate, guarda la neve che sta ricominciando a scendere piano su Los Angeles e sorride prima di allungarsi verso l’interruttore e spegnere la luce. Sicuramente avrebbero vissuto in quella piccola casa ancora per un pò, malgrado ci stessero decisamente stretti, ma era lì che Jack aveva i suoi primi ricordi di questa nuova vita che gli era stata regalata da qualcuno che gli voleva bene. Si guarda intorno e pensa che avrebbe avuto bisogno di un mobile più grande per i nuovi libri, così da evitare di doverli tenere sotto al letto.

Jack fa un respiro profondo passando una mano sulla superfice liscia della piccola scrivania. E’ elettrizzato all’idea di scendere di sotto con la famiglia a fare il suo primo pupazzo di neve. Dalla stanza accanto sente papà chiamare il suo nome “Jackie dai che dobbiamo andare giù, se aspettiamo ancora la neve potrebbe sciogliersi!”. “Arrivo papà” urla Jack mentre prende la sciarpa e si volta di nuovo a guardare la sua minuscola stanza. Un tocco invisibile gli accarezza la faccia e Jack è felice, non c’è altro per il momento, di cui ha bisogno. Spegne la luce, si ferma e bisbiglia piano nell’oscurità: “Ci vediamo più tardi”.

Racconto di Lara Uguccioni

Note dell’autore:

Questo racconto è frutto della mia immaginazione, anche se alcuni dettagli sono parte reale del tempo in cui è stato ambientato. E’ il primo di dicembre del 1955 quando Rosa Parks da il via alla protesta per i diritti degli afroamericani. Sul bus rifiuta di alzarsi per cedere il posto a un bianco. Nel sud degli Stati Uniti, nonostante dai tempi di Lincoln la schiavitù è stata abolita, le persone di colore non godono degli stessi diritti dei bianchi. Rosa Parks, ancora più stanca del solito dopo una giornata di duro lavoro, rifiuta di alzarsi per lasciare il posto a un bianco, come prevedono le leggi dell’Alabama, dove Rosa vive. 

L’arresto è immediato così come lo sciopero delle persone di colore che rifiutarono, per 381 giorni, di salire sui bus di Montgomery. L’azienda dei trasporti pubblici rischia così la chiusura per debiti, ci sono manifestazioni e proteste in tutto l’Alabama e poi in tutti gli Stati Uniti. Alla fine Rosa e gli altri afroamericani ottengono riconosciuti i propri diritti ma a caro prezzo: Rosa è costretta a cambiare città e solo un anno dopo, la Corte Suprema obbliga l’Alabama a cambiare la legge.

L’inverno del 1955-56 è stato realmente intenso sulla costa est degli Stati Uniti e decisamente freddo su quella ovest. Ma è nel 1974, anno della mia nascita, che Los Angeles viene colpita da una forte bufera di neve, diversa da qualsiasi altra. Forse la tempesta di neve più famosa è però quella del gennaio 1949 , quando nella regione si accumulano parecchi centimetri nell’arco di diversi giorni. Gli articoli del Times di quel periodo raccontano dei 14 pollici di neve su Ventura Boulevard vicino a Woodland Hills, trenta centimetri nel Laurel Canyon e leggere raffiche attorno al LA Civic Center. Io ho fatto un mashup di questo avvenimento più unico che raro mescolato alla storica nevicata che avviene in Italia nel febbraio del 1956. Un piccolo e insolito omaggio da parte mia a Mia Martini e alla sua interpretazione della struggente “La nevicata del ’56”.

Per quanto riguarda la 275 GTB, l’auto che Howard deve andare a ritirare con Sammy, è realmente esistita. Esce dagli stabilimenti Ferrari nel marzo 1966 e viene intestata alla Dino De Laurentiis Cinematografica e successivamente regalata a Clint Eastwood dal produttore italiano. La 275 GTB viene trasportata negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta e nel decennio successivo cambia spesso proprietario. Successivamente, riportata in Europa, è custodita in eccellenti condizioni fino ai giorni nostri, con regolare manutenzione alle componenti meccaniche e sporadiche apparizioni in gare di regolarità e altri eventi, come Auto e Moto d’Epoca. Nel 2023 viene esposta per la prima volta negli spazi espositivi di Bologna Fiere.

La frase che accompagna il titolo del penultimo paragrafo: Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire ma non trovò nessuno è stata detta da Martin Luther King. Nella stessa notte in cui avvenne il fatto di Rosa Parks, lui organizza la protesta che porta, nel 1956, all’abrogazione di quella stupida legge. Montgomery Bus Boycott è il nome del boicottaggio che dura più di un anno e s’interrompe solo, soprattutto per merito di King, con l’abrogazione della legge sulla segregazione. E’ a lui e a tutti coloro che parteciparono a quella lotta silenziosa, che dedico questo terzo capitolo del mio racconto.

“American Dream” è un racconto a puntate, qui sotto trovi i primi due capitoli:

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Claudia
2 mesi fa

Bellissimo questo capitolo, corro a leggere gli altri che mi ero persa!

Annalisa Trevaligie|Travelblog
Annalisa Trevaligie|Travelblog
2 mesi fa

Ancora non hai deciso di farlo pubblicare??? Io ti consiglio di prendere seriamente in considerazione questa opzione… Io leggo e scrivo molto e posso assicurarti che questo sarebbe un vero successo editoriale.

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