Jericoacoara a Fortaleza un paradiso in Brasile
C’è un luogo in Brasile dove le dune si muovono come onde dell’oceano, che a pochi metri lambiscono la sabbia scintillante. Qui, sole e oceano, palme e sabbia si rincorrono come un gruppo di giovani amici, che su questa spiaggia si ritrovano davvero, inseguendo con leggerezza i loro sogni ribelli. Nulla resta immobile, tutto si trasforma in questo minuscolo angolo di mondo, eppure incredibilmente rimane anno dopo anno, immutato nel tempo. A 300 km da Fortaleza si trova questo lembo di terra che sembra sospeso nel tempo che scorre ancora lento, l’asfalto non ha ancora fatto la sua comparsa e sabbia e acqua restano gli elementi primordiali con cui confrontarsi ogni giorno. Questo luogo è Jericoacoara, conosciuto da tutti come Jeri, una creazione dell’anima, plasmata da uno spirito generoso che ha concentrato qui ogni desiderio umano.
Quando sono arrivata a Jeri, questa era davvero una perla nascosta nel nord-est del Brasile, conosciuta solo da chi praticava surf e windsurf. Era frequentata da giovani avventurieri di tutto il mondo, pronti ad adattarsi a una vita spartana. Gli elementi naturali erano le serie TV più popolari e la sabbia battuta fungeva da strada statale, percorsa solo da asinelli indolenti e qualche cavallo selvaggio. Niente auto, perché le strade non esistevano; niente TV, internet non funzionava se non vicino alla nostra pousada e la luce di notte era così fioca che leggere un libro era quasi impossibile. Eppure, la vita a Jeri scorreva perfetta e felice e credo sia ancora così. Per adattarsi bastava una notte, una luna gigante e luminosa che si specchiava nel mare e un drink bevuto con gli amici, seduti a guardare le stelle era sufficiente per raccontarsi sogni d’amore e di libertà.
Come eravamo
Jericoacoara ve la voglio raccontare così come l’ho vissuta in quel mese scarso che sono rimasta nel villaggio. Ora so essere una delle mete più turistiche e gettonate del Brasile, probabilmente perchè la chiamano la porta d’accesso alla Rotta delle Emozioni, un percorso che il Ministero del Turismo brasiliano ha voluto far conoscere per portare turismo dove questo non c’era. La Rotta delle Emozioni è infatti un altro Brasile, lontano dalle grandi metropoli o dal verde delle foresta tropicale. Qui l’attrazione principale è il viaggio, percorsi panoramici percorribili solo da jeep 4×4 che si muovono lungo le spiagge, proprio dove le onde dell’Oceano Atlantico si ritirano, come fossero autostrade. Ed è così che sono arrivata qui, in una notte di tanto tempo fa.
Scesa dall’aereo a Fortaleza con un gruppo di amici, per lo più membri di una scuola di windsurf, troviamo ad attenderci tre fuoristrada, spaziosi ma tutt’altro che comodi. Sono le 8 di sera circa, la notte già buia è rischiarata dalle luci di una città orribile che non vedo l’ora di lasciarmi alle spalle. Passati i rioni più poveri di Fortaleza la strada dritta costeggia piantagioni infinite di palme e fazenda così, cullata dal rombo del motore, incomincio a sentire la stanchezza del lungo viaggio. Quattro ore ci separano dal letto che bramo più di un pasto caldo e una doccia fredda. La calura della città ha ormai lasciato spazio ad un vento caldo che con il finestrino aperto mi impedisce di cadere in un sonno profondo, come quello dei miei amici a sedere sul sedile posteriore.

Jericoacoara Fortaleza Brasile
La notte, il silenzio, la strada tutta uguale ti fanno perdere il senso del tempo, fino a quel magico momento in cui l’asfalto cede il passo alla sabbia e, come in un sogno ad occhi aperti, la jeep inizia la sua corsa sulla riva del mare, proprio dove le onde danzano tra la sabbia e le stelle. Ancora oggi mi trovo a ripensare a quel momento incredibile, una delle emozioni più intense che abbia mai vissuto durante un viaggio. Gli amici dormivano e io ero lì, sveglia, a godermi uno degli spettacoli più belli di sempre, sentendomi libera dopo tanto, tanto tempo. Sono partita per quel viaggio perché mi sentivo intrappolata in una gabbia fatta di dolore e perdita che non riuscivo più a sopportare. In quel momento, ho avvertito la serratura e i cardini cigolare. La gabbia si stava finalmente aprendo.
Il viaggio è diventato un percorso di guarigione, un’opportunità per riappropriarmi della vita e ritrovare la persona che ero un tempo, libera e piena di speranza. Non bisogna mai perdere la rotta; a volte basta aprire gli occhi, gli occhi dell’anima, per tornare in piedi e sorridere di nuovo. Questo è successo a me in quella calda notte brasiliana, in una terra sconosciuta da dove non avrei mai pensato di poter tornare libera.
Benvenuti a Jerì
Correva l’anno 2010. Mi avevano detto che il villaggio di Jericoacoara aveva strade fatte solo di sabbia, che non circolavano auto se non qualche piccolo quad, e che il voltaggio dell’elettricità era molto basso, capace di lasciare tutti al buio per intere serate. Mi sarei dovuta abituare, per un mesetto, a una vita spartana: alzate all’alba, notti buie e ventilate, nessuna delle comodità a cui ero abituata. Ma che ne sarebbe valsa la pena.Tutti continuavano a ripetere che non esisteva al mondo un luogo così spartano eppure così mistico e meraviglioso.
La teoria dei miei amici di viaggio fu confermata all’arrivo, quando Mauricio della pousada non solo era rimasto sveglio ad attenderci, ma aveva preparato per noi un piccolo rinfresco. È stato commovente, ve lo assicuro: arrivare dopo quel viaggio interminabile e trovare buon cibo, frutta fresca e qualche bicchiere ad aspettarci. Sì, aveva preparato dei cocktail di benvenuto, nella saletta della sua pousada — l’unico spazio comune che ci fosse, del resto — affacciata sulla piazza principale. Nessuna porta, nessuna finestra, solo una veranda di legno con il tetto coperto di paglia, bellissima nella penombra delle lucine che quella sera, per fortuna, funzionavano alla perfezione.

Jericoacoara Fortaleza Brasile
Ognuno trovò il suo modo di assaporare quell’arrivo. C’era chi si buttò subito sul cibo, chi salutò tutti con un sorriso stanco e sparì in camera, e chi invece rimase seduto a chiacchierare con Mauricio, che quella sera sembrava il più felice di tutti. Era italiano, e di italiani in giro non ne vedeva da un bel po’. Io mi lasciai andare sulla sedia, il bicchiere in mano, la brezza calda sulla veranda, e per la prima volta dopo tanto tempo non pensai a niente. Solo al rumore del vento, alle lucine tremolanti e a quella strana, meravigliosa sensazione di essere esattamente dove dovevo essere. Domani sarebbe stato un altro giorno.
Verso nuove avventure
l mattino seguente fui tra le ultime ad alzarmi. La mia camera era una delle più recenti della pousada, costruita in un angolo appartato rispetto alla struttura principale, quasi un piccolo rifugio privato. Niente aria condizionata, niente fronzoli, ma il bagno in camera c’era, un lusso, pensai. Scesi sulla veranda e trovai la colazione già pronta ad aspettarmi, come ogni mattina sarebbe stato per tutto quel mese.
Camminai verso il mare con le cuffie nelle orecchie e poi alzai gli occhi: la spiaggia era piena di vita. Sapevo che Jericoacoara fosse una delle mete più ambite per il windsurf, me lo avevano raccontato, ma vederlo dal vivo era tutta un’altra cosa: decine di ragazzi in acqua, vele colorate che sfidavano il vento, un’energia giovane e contagiosa che riempiva l’aria.
All’epoca il villaggio era ancora piccolo: c’era Mauricio, un paio di pousade più grandi, qualche negozietto. Ricordo che in giro si vendevano immobili a prezzi irrisori, nessuno allora immaginava cosa sarebbe diventata quella striscia di sabbia. Oggi è tutto diverso. L’aria da fine del mondo che tanto amavo, quell’atmosfera sospesa e un po’ preistorica, si è in gran parte persa. Eppure non dimentico com’era: un posto dove non mi sono sentita solo bene, ma a casa. I giorni su quella spiaggia sono volati, uno dopo l’altro, leggeri come la schiuma delle onde. Si mangiava açaí a tutte le ore — quella crema viola e densa, fredda e dolciastra, che ti rimetteva in piedi dopo una mattina di sole — e si beveva birra, anche di giorno, cosa per me del tutto insolita e stranamente liberatoria.
Jericoacoara Fortaleza Brasile
In poco tempo ci conoscevano tutti. Io e la mia amica eravamo ovunque, immerse in una vita che aveva il dono raro di far dimenticare i mille problemi lasciati a casa. Le serate erano un rito. Ci si ritrovava tutti e si finiva seduti in qualche ristorantino, vero o improvvisato, a mangiare pesce alla griglia e raccontarsi la giornata. Il vento era il nostro compagno fisso, sempre presente, caldo come una coccola. E la luna — quella luna gigante di Jeri — scendeva sul mare ogni notte con una grazia silenziosa. Quando fu piena, mi parve una magia vera. Fu a Jericoacoara che conobbi per la prima volta il rito del tramonto. L’ho incontrato poi in altri posti, in altre culture, ognuna con il suo modo di celebrarlo — ma è qui che l’ho vissuto per la prima volta nella sua forma più pura.
Ogni sera, a quell’ora sospesa in cui la luce cambia colore, ognuno lasciava quello che stava facendo. Si smetteva di mangiare, di chiacchierare, di giocare. In silenzio, o quasi, ci si incamminava verso la grande duna che si affaccia sul mare — alta, imponente, bellissima — e si saliva con calma, senza fretta, come si fa con le cose importanti. Lassù, tutti fermi, si guardava il sole scendere verso l’orizzonte. Un rito, una preghiera, una meditazione collettiva — chiamatelo come volete. Quello che so è che quel momento mistico è entrato dentro di me e non è più uscito. Ancora oggi, appena posso, vado sul mio mare ad aspettarlo. A salutare il sole che va a dormire, come si fa con qualcuno che si ama.
Articolo di Lara Uguccioni


