Si fa per parlare

E poi c’era lui l’unico il solo Robin Williams.

7 agosto 2014, una notizia scuote il mondo di Hollywood: uno degli attori più talentuosi del firmamento cinematografico americano, è stato trovato impiccato nella sua casa di Paradise Cay, baia di San Francisco. Sono le 12 di mattina di un lunedì qualunque, una chiamata al 199 parla di un uomo vestito e “sospeso da terra in una posizione come se fosse seduto”. La voce è dell’assistente di Robin Williams che lo trova ormai privo di vita, impiccato con una cintura fissata ad una porta.

Vicino al corpo c’è un coltello sul quale sono state rilevate tracce di sangue. Infatti all’interno del suo polso sinistro sono presenti graffi superficiali che però non ne determinano la morte, avvenuta tra le 10.30 e le 12.00. Hollywood si chiede il perchè di un gesto tanto definitivo e tragico da parte di Williams, sposato felicemente, con 3 figli e una carriera da decenni sempre al vertice.

Uno degli attori più amati di sempre, capace di far ridere tanto quanto di commuovere, muore così suicida a 63 anni lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di milioni di fans di tutto il mondo. La spiegazione arriva dalla moglie Susan Schneider, che dopo una minuziosa ricerca per capire cosa affliggesse il marito al punto da spingerlo a suicidarsi, racconta la verità. In un primo momento Susan pensa fosse la depressione ad averlo spinto a farla finita. Anche se l’attore nei giorni precedenti al suicidio era tranquillo e sereno, c’era un’ombra sul presente di Robin, ma lei racconta di non aver mai avuto alcun sospetto circa le sue intenzioni.

La malattia

L”autopsia rileva che Robin Williams non soffriva di Parkinson come si pensa, ma di una malattia degenerativa ancora più grave, chiamata Demenza a corpi di Lewy. “Una patologia devastante – spiega il dott. Bruce Miller, direttore del “Memory and Aging Center” dell’Università della California, nonché neurologo di fama internazionale – che aumenta ansia e insicurezza e scatena delusioni». L’attore americano, protagonista di pellicole indimenticabili come Good Morning VietnamL’Attimo FuggenteMrs. Doubtfire Will Hunting, negli ultimi mesi aveva combattuto silenziosamente contro questa grave malattia neurodegenerativa, che pare abbia avuto un ruolo fondamentale nella tragica decisione di togliersi la vita.

Robin’s Wish è il titolo del documentario uscito un anno fa sulla morte di Robin Williams in cui si vedono filmati e foto dell’attore in varie fasi della sua carriera, intervallati a nuove notizie sulla sua morte. Vengono descritti gli ultimi giorni di vita di Williams e quello che ha vissuto a causa della malattia. Questa si è scatenata per la prima volta, sul set di Una notte al Museo: Il segreto del faraone, il suo ultimo film. «Sul set era chiaro a tutti che a Robin stava succedendo qualcosa – ha ammesso il regista Shawn Levy nel documentario – e ricordo che un giorno mi disse: non so cosa mi stia succedendo, non sono più io». 

Mork chiama Orson…rispondi Orson

Ma Robin Williams non era solo questo, un uomo stanco e confuso a causa di una grave malattia. È stato uno dei più grandi attori del ventesimo secolo, un uomo fragile, complesso, capace di far ridere e piangere allo stesso modo. Nella trasmissione Inside the Actor’s Studio, Al Pacino dichiarò che Williams era uno dei suoi attori preferiti e lo è ancora per una grande fetta di pubblico, a cui anche io appartengo. La sua non è sicuramente una recitazione improvvisata, Robin frequenta la Juliard una delle principali scuole di arti, musica e spettacolo del mondo. Complice la sua genialità associata ad uno studio approfondito dell’improvvisazione, Robin Williams è stato un genio della commedia e non solo, capace di far riflettere tutti, dai più grandi ai più piccoli.

22 agosto 1974, il fotografo Daniel Sorine passeggiando per Central Park a New York decide di scattare una serie di foto in bianco e nero a due giovani artisti di strada. Solo dopo 35 anni si accorge che la foto ritraeva una leggenda del cinema americano, aveva fotografato Robin Williams mentre faceva il mimo a New York. E’ così infatti, che Williams passava il suo tempo tra una lezione e l’altra: facendo il mimo a Central Park !

Robin Williams

La svolta avviene qualche anno dopo, correva l’anno 1977 e Garry Marshall, l’ideatore di Happy Days decide di mettere nel cast un alieno. L’idea gli viene dal figlio di 8 anni stanco di vedere la sitcom perchè “non c’erano uomini spaziali“. Per far contento il piccolo, l’uomo subito si attiva chiamando per il casting un curioso comico esordiente. Marshall gli dice di sedersi e Williams immediatamente si mette a testa in giù sulla sedia. Ovviamente Marshall gli da subito la parte, dichiarando successivamente che fu “l’unico vero alieno a presentarsi per il ruolo“. La prima apparizione della serie tv ottiene una standing ovation dal pubblico in studio ed è così che nasce Mork & Mindy, la sitcom che fa volare la carriera di Robin Williams.

Ebbene sì, Mork & Mindy è uno spin off di Happy Days, scritto appositamente per Robin Williams. E’ così che arriva il primo ruolo importante in tv, dove l’attore veste i panni di Mork, un alieno arrivato sulla Terra dal pianeta Ork. Una sitcom che entrerà nella storia della televisione e lancerà la stella Robin nel cinema hollywoodiano.

Una curiosità che non tutti sanno: vista l’esuberante personalità di Williams, durante le riprese della serie viene aggiunta una quarta telecamera alle classiche tre che si usavano per le serie tv. Nell’estasi creativa infatti l’attore non riusciva a fermarsi nei punti designati, improvvisava continuamente e i cameramen non riuscivano a seguirlo perdendo spesso i suoi sketch. Per questo fu inserita una quarta telecamera solo per lui, che lo inquadrava continuamente senza lasciarlo mai. Da quel momento in poi quattro telecamere divennero lo standard per ogni sitcom.

Robin Williams

La serie va avanti fino al 1982, anno in cui muore uno dei suoi migliori amici: John Belushi. E’ una notte di inizio marzo quando a Los Angeles, Robert De Niro e Robin Williams vanno nel bungalow affittato da Belushi all’Hotel Chateau Marmont. Rimangono lì un pò con lui a fare uso di stupefacenti, ma se ne vanno presto a causa dello squallore trovato. Il giorno dopo, sul set, arriva la notizia che John è stato trovato morto proprio lì dove poche ore prima, l’avevano lasciato. Williams fa uso di cocaina e alcool già da diverso tempo, arriva sul set fatto e spesso la sua eccessiva esuberanza è dovuta alla droga. In quel preciso istante l’attore si sente colpevole, si chiede se avrebbe potuto fare qualcosa per l’amico non abbandonandolo nel bungalow da solo.

E’ così che con la fine delle riprese inizia un periodo di riabilitazione che lo lascerà pulito per lungo tempo, con un’unica ricaduta a pochi anni dalla morte prematura. Forse quei mille volti di Robin sono in parte dovuti all’uso di stupefacenti, o forse no, ma sicuramente il suo eterno sorriso triste stava già nascondendo un intimo fragile e tormentato.

Good morning Vietnam!

Dopo un programma comico tutto suo per la tv e film di successo come Popeye e Il mondo secondo Garp, la consacrazione ad Hollywood avviene nel 1987 con Good Morning, Vietnam. Il film si basa sulla vicenda di Adrian Cronauer, il dj spedito a Saigon per rallegrare le truppe Usa e che l’attore trasformò in un eroe. Fino a quel momento i suoi film avevano avuto un discreto successo, ma con questo il nome di Robin Williams comincia a echeggiare in tutto l’ambiente cinematografico. Con i suoi giochi di voce, le improvvisazioni, l’ironia vince un Golden Globe ma soprattutto convince tutto il pubblico conquistandolo, come in un effetto speciale.

Robin Williams

Erano anni difficili per l’America, la guerra in Vietnam era finita da troppo poco tempo perchè se ne potesse parlare in modo scanzonato e addirittura farci una commedia. Williams ci lavora su senza scoraggiarsi e in una delle interviste dice una cosa molto saggia: “Una commedia umana è semplicemente uno dei modi con cui affrontare i ricordi“. Good Morning Vietnam è un film che trovo emozionante, irriverente, tragico e divertente allo stesso tempo, proprio come lo è Robin che esprime la sua arte attraverso i suoi monologhi, improvvisando. Pare si fosse preparato parecchio per quella parte, leggendo diari di guerra, ascoltando vecchie registrazioni di trasmissioni condotte dai soldati americani e leggendo dispacci dell’epoca.

E’ un’idea del produttore del film non dare a Williams un vero e proprio copione, in modo che una volta davanti al microfono lui possa avere totale libertà di attingere alla sua fantasia. E’ un’idea geniale. Cronauer così spazia dal sesso, alle condizioni meteorologiche dei tropici, alle leggi dell’esercito, fino alla politica. A intervalli regolari, intervista i personaggi che abitano la sua mente. La trovo un’interpretazione magistrale, personale, toccante che tra l’altro è stata doppiata in italiano in modo superbo. Consiglio però di guardare il film anche in lingua originale per capirne veramente il genio.

O capitano! Mio Capitano

Solo due anni dopo il grande successo di Good Morning Vietnam, Robin Williams interpreta un altro indimenticabile film, sicuramente quello che mi ha avvicinato al suo personaggio nell’adolescenza. E’ il 1989 e nelle sale americane esce Dead Poets Society tradotto in italiano come Lattimo Fuggente. Ambientato nel 1959, racconta di un insegnante di letteratura trasferito nel collegio maschile Welton nel Vermont. Il suo nome è John Keating, insolito e coinvolgente maestro che risveglia le menti dei suoi alunni, cercando di infondere consapevolezza tramite la conoscenza e la cultura.

Robin è attratto dal ruolo del protagonista, perché il docente di letteratura, così com’è descritto nella sceneggiatura, è il tipo di insegnante che avrebbe sempre voluto avere. Questo, a mio parere, è il motivo del successo del film: chi di noi non avrebbe voluto avere un insegnante così? Amante della letteratura com’ero e perennemente turbata dalla sensazione di non sentirmi compresa, mi sono subito innamorata di lui e delle sue parole. Williams, dopo l’uscita della pellicola, dichiara di aver affrontato un difficile divorzio durante le riprese e nonostante questo afferma che questo film è uno dei suoi preferiti di tutta la sua carriera.

Robin Williams

Per fare in modo che i giovani attori sviluppassero un senso di cameratismo, il regista decide di farli vivere e dormire insieme per due settimane prima dell’inizio delle riprese e per tutta la lavorazione. I ragazzi dovettero tagliarsi i capelli e studiare libri, film, canzoni secondo la moda degli anni ’50. Il 15% delle battute di Williams sono del tutto improvvisate, anche in questo caso il regista lascia all’attore la libertà di esprimersi. Come per esempio nella scena in cui il professor Keating legge Shakespeare imitando Marlon Brando e John Wayne.

Trovo che questa sia una delle pellicole più belle da lui interpretate, o forse quella che più è rimasta nel giovane cuore di una me adolescente. Grazie a lui ho iniziato a leggere i classici della letteratura americana, riscoprendomi nelle parole di Robert Frost, nella passione di Walt Whitman, incantata dall’attualità di Orazio e dall’umanità di John Keats. Proprio come i suoi alunni, anche io ho scoperto ben presto l’importanza delle parole, del conforto che suscitano, delle carezze che donano e di come, al contrario, possono essere schiaffi o addirittura pugnali.

Il film L’attimo fuggente rappresenta un inno all’educazione, alla libertà di pensiero e ha come cardine l’entusiasmo, una qualità capace di muovere gli animi anche dei più dormienti. Capisco come Robin Williams possa essersi innamorato della forza del personaggio Keating e di quello che rappresenta. Sono convinta che qualsiasi altro attore nel firmamento hollywoodiano non avrebbe dato la stessa intensità a questo soldato con la penna al posto del fucile.

“Non importa cosa vi dicono, le parole e le idee possono cambiare il mondo”

Dal 1990 si sono susseguiti, per l’attore, film di indiscusso successo. Ci ha commosso in Risvegli con De Niro, abbiamo seguito la sua lucida follia nella Leggenda del Re Pescatore, riso con Hook di Spielberg. E poi ancora Toys, Mrs. Doubtfire e Jumanji solo per citarne alcuni. E’ il 1993 e Robin Williams decise di voler testare la credibilità della sua Mrs. Doubtfire. Durante le riprese del film va travestito in una libreria per adulti riuscendo a farlo senza essere riconosciuto.

Poi arriva l’Oscar per Will Hunting – Genio Ribelle diretto dal maestro Gus Van Sant. Il bellissimo discorso sull’amore pronunciato da Robin Williams rimane scolpito nel cuore di chi guarda il film. E’ una pellicola del 1997 che racconta la storia di Will, un ragazzo orfano, che fa le pulizie al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e che si scopre essere un prodigio, un genio. La vita del ragazzo si intreccia a quella del professore di matematica che vuole rendere giustizia alla sua spiccata intelligenza, a patto che frequenti settimanalmente uno psicologo. L’analista in questione è proprio Robin Williams che cerca di aiutarlo mostrandogli le sue debolezze spronandolo e incoraggiandolo nelle relazioni. 

Robin Williams

Molte parti del discorso sono improvvisate così come quella in cui racconta delle puzzette di sua moglie a letto. Nella scena Matt Damon ride a crepapelle e quella risata è totalmente vera, nata proprio dall’estro estemporaneo di Williams. Molti aneddoti sono stati raccontati sul “dietro le quinte” dei film di Robin Williams. Un esempio è quando durante le registrazioni del Genio in Aladdin, Robin Williams improvvisa talmente tante volte che la produzione, a fine film, si ritrova con 16 ore di materiale in più!

“Ti viene data solo una piccola scintilla di follia. Non devi perderla”

La grande umanità ed ironia di Robin Williams la si distingue soprattutto fuori dalle scene. A causa del difficile argomento trattato, durante le riprese di Schindler’s List (1993), Steven Spielberg chiama Robin e lo mette in vivavoce per alzare il morale del cast e dei tecnici. E’ proprio il regista che racconta quanto soffrisse emotivamente durante la produzione e quanto sono state importanti quelle telefonate. ““Robin sapeva cosa stavo passando e, una volta alla settimana, mi chiamava nei momenti giusti e faceva quindici minuti di spettacolo al telefono. Ridevo istericamente, avevo così tanto da cui liberarmi”.

Grande amico di Christopher Reeve, dopo l’incidente che nel 1995 rese l’attore tetraplegico, Williams si precipita nella sua camera d’ospedale con camice, guanti e mascherina dichiarando di essere un proctologo e di dovergli effettuare un esame rettale. Reeve disse che per la prima volta dopo l’incidente riuscì a ridere e lo fece a crepapelle. Erano grandi amici, come fratelli già dagli anni ’70, quando insieme frequentavano la Juliard. Nella sua autobiografia del 1998 Ancora io, Reeve ha scritto: “Robin è stato in grado di condividere i suoi veri sentimenti con me, e ho sempre fatto lo stesso con lui. Questo è rimasto vero per venticinque anni.” Secondo alcuni resoconti, Williams e Reeve avevano un patto, quello di sostenersi ed aiutarsi sempre a vicenda. E così Williams fece fino alla morte del suo migliore amico.

Robin Williams

C’è una frase di Robin Williams in Tacchi a spillo che mi è sempre piaciuta: “Ti viene data solo una piccola scintilla di follia. Non devi perderla“. La trovo incredibilmente romantica, adatta al personaggio, ma anche all’attore che la recita. Follia intesa non come malattia, ma come risveglio da una vita adulta, privata spesso dei sogni di bambino. Follia vista come un dono della mente, un modo di avvicinarsi all’estasi in una dimensione fuori del tempo; prova ne era il mito di Dioniso, che rendeva ebbri e felici gli uomini. La follia aiuta a sollevarsi oltre le dolorose disgrazie, per entrare in un mondo fantastico e infantile, dove esiste la possibilità di trasformare la realtà a proprio piacimento.

Robin Williams

E’ un pò come prendersi cura del bambino che c’è in noi, accudendo quell’emotività tipica dell’infanzia. Fondamentale è nutrire il fanciullo che è stato prendendosi cura anche delle sue ferite emotive che spesso sono la miccia che fa esplodere la creatività. Robin Williams usava il linguaggio della follia, come un ponte fra se e gli altri. Comunicava così, attraverso la recitazione rendendosi corporeo, ansiogeno in alcuni momenti, concreto in altri. Quella follia l’ha aiutato a non perdersi, perchè quando c’è una grande difficoltà dentro di noi, è all’interno della follia che vengono conservati i bisogni, la nostra individualità, la nostra voglia di rivalsa e di sopravvivenza.

La sua era una mente tormentata di genio con una personalità che andava dritta al cuore. Un grande artista con le fragilità tipiche di tutti noi esseri umani. Un attore che ci ha regalato il suo istrionico talento e la sua smisurata umanità. Ho amato quest’uomo dai tempi di Mork & Mindy, ho volato con lui nell’isola “che non c’è” quando è stato Peter Pan per Spielberg. Ho pianto commossa per tutte le due ore e mezza in cui ha interpretato il dolce Andrew, l’Uomo Bicentenario e ho riso a crepapelle quando ha dato la voce al genio della lampada in Alladin.

Non posso dimenticare il professor Keating nell’intramontabile Attimo Fuggente e sarà sempre nel mio cuore quel talento geniale che, in un modo totalmente improvvisato, diede vita all’urlo del dj spedito in Vietnam a rallegrare le truppe in Good Morning Vietnam . Robin Williams sei stato la mia infanzia, la mia giovinezza e ci sarai sempre nella mia età matura, perché con i tuoi personaggi geniali e folli allo stesso tempo, vivrai su quello schermo per sempre.
Grazie Robin, grazie di esserci stato.

Articolo di Lara Uguccioni

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