Racconti

Di biciclette e altre storie Un racconto d’estate

Avevo più o meno quattordici anni e, come ormai accadeva di consueto, trascorrevo un’altra estate torrida a casa di mia nonna, in Puglia. Venivo da una vivace cittadina romagnola, di quelle che ad agosto si riempiono di turisti, mentre lei viveva in un paesino di forse trecento anime e, credetemi, se nel corso degli anni sono riuscita a conoscerne una manciata, lo considero un traguardo notevole. Era la fine degli anni Ottanta e, mentre a casa imperversava il caos vacanziero lì, nel cuore del Tavoliere delle Puglie, regnavano il silenzio e un’afa così intensa da togliermi il fiato. Ogni estate i miei mi affidavano al destino di un treno: un viaggio interminabile, fatto di carrozze affollate, sedili rossi in finta pelle macchiata e un aroma inconfondibile di valigie, cornetti e sudore.

Quel pomeriggio non avevo proprio voglia di rimanere chiusa in casa ad ascoltare per l’ennesima volta i CD che mi ero portata, né di sfogliare svogliatamente il mio Cioè sul letto, con le tapparelle abbassate a creare una penombra che di familiare aveva ben poco. Così decisi di rispolverare la vecchia bici del nonno, relegata da decenni sotto la scala. Assicurai a nonna che avrei sistemato io le gomme, promettendo anche una visita dal meccanico del paese, un tipo che gonfiava pneumatici e cambiava specchietti alle auto, rigorosamente in nero, s’intende. Approfittai quindi di quella giornata incredibilmente afosa per concedermi un giretto ristoratore tra le vie deserte del paese, svuotate dall’implacabile sole del pomeriggio e dalla minaccia costante di un colpo di calore.

A quattordici anni non temevo niente: l’incoscienza adolescenziale mi aveva già fatto superare indenne una vacanza studio all’estero tra treni persi e cabine telefoniche fuori servizio. Così, abbassato il sellino e inforcata la vecchia Bianchi con la canna, dimenticai del tutto di chiedere dove si trovasse esattamente il meccanico. Lo so, il paese era minuscolo: come potevo perdermi? Ma il mio senso dell’orientamento è sempre stato pari a zero e, col tempo, non è migliorato affatto. Avevo comunque tutta la giornata davanti e, benché il caldo fosse insopportabile, partii serena verso quella nuova piccola avventura, con lo spirito leggero di chi va in gita alle elementari.

Mentre pedalavo lungo una strada scelta rigorosamente a caso, mi tornò improvvisamente in mente che il meccanico, quello specializzato nella rianimazione di pneumatici, si trovava all’inizio del paese, sulla strada per Foggia. L’ultima volta che ci ero stata accompagnavo mio zio, il cui orgoglio automobilistico, una Citroën DS degli anni Settanta, con l’assetto più basso di tutto il Tavoliere, aveva elegantemente abbracciato un marciapiede durante una manovra. Mio zio trattava il suo “Squalo” come una reliquia sacra eppure, quel giorno, in un fatale momento di distrazione, aveva dovuto sacrificare un prezioso pezzo di carrozzeria al dio dei parcheggi difficili. Armata di buoni propositi e, nonostante le ruote semi sgonfie, sfrecciai verso la meta.

Sono sempre stata una buona osservatrice, ma lì non serviva un occhio allenato per accorgersi che la strada stava lentamente diventando uno sterrato. Le poche case si facevano sempre più rade, finché mi ritrovai in piena campagna. Nessuna saracinesca, né aperta né chiusa, nessuna officina o garage a segnare la civiltà. ‘Chissenefrega,’ pensai, ‘mi concedo un giretto in campagna finché la strada regge, poi torno indietro.’ Eppure quella doveva essere una statale e invece sembrava più un vialetto da agriturismo immerso nel nulla. Mi resi conto che non avevo mai esplorato quel lato del paese e la novità mi diede una scarica di adrenalina: da piccola sognavo di fare l’esploratrice e forse era finalmente arrivato il momento di vivere un’avventura vera.

Tuttavia, più pedalavo, più una sottile ansia si faceva strada sotto l’euforia, una sensazione che mi accompagna ancora oggi ogni tanto. Ovviamente, quando cerchi qualcuno a cui chiedere informazioni, finisci sempre per ritrovarti nel deserto dei Tartari. Ma proprio quando stavo per arrendermi, ecco apparire, come un miraggio, una vecchia casa con piccole finestre sigillate da imposte di legno scrostato. Accanto, una grande apertura si allargava come una bocca nera, un buco che sembrava inghiottire la luce.

Era l’entrata di un garage dove davanti sostava una meraviglia che avrei scoperto essere una Fiat Zero, in voga subito dopo la Prima Guerra Mondiale. Un cane di razza non ben identificata sonnecchiava all’ombra della casa, troppo pigro persino per alzare la testa quando gli frenai accanto. Non era il meccanico dove ero stata con lo zio, ma almeno c’era vita in quel deserto e magari qualcuno disposto a prestarmi una pompa per gonfiare le ruote della bici. Così scesi dal mio bolide con la canna e, tenendolo a mano, mi avvicinai, chiedendo: “C’è nessuno?”
Aspettai un minuto prima di appoggiare la bici al muro ed entrai. Non c’era anima viva così mi intrattenni con il cagnolino, che era decisamente simpatico. Passai una buona mezz’ora osservando l’officina spoglia, qualche attrezzo mai visto prima, pneumatici decisamente datati mi ricordavano delle enormi ruote di bicicletta e c’erano pezzi di aratri; insomma, forse questo era più un meccanico per carri trainati da buoi che per le moderne automobili.

Così, mentre la curiosità cresceva, i miei occhi caddero su due manifesti appesi alla parete piena di ragnatele. Erano chiaramente d’epoca, uno dai colori sorprendentemente vivaci raffigurava audaci automobili degli anni ’20 annunciando con orgoglio la modernità del motore e l’eleganza delle carrozzerie. L’altro lo trovai particolarmente affascinante, con la grande scritta ‘La nuova FIAT 501, Eleganza e Prestazione senza tempo’, sembrava uscito da un museo di storia. Pareva quasi che li avessero appena appesi tanto erano puliti e intonsi. In un angolo vicino ad una porta stretta e bassa si trovava una radio, nascosta da una pila di casse. Il suo aspetto era incredibilmente nuovo: un modello a valvole con un mobile in legno lucido dalla patina scura.

Il pannello frontale, adornato da una griglia metallica lavorata, celava una tela nuova che copriva l’altoparlante. I pomelli per la sintonizzazione, così come tutta la scocca, apparivano sorprendentemente puliti, in netto contrasto con l’ambiente circostante. Conoscevo bene quell’oggetto, ci ero cresciuta perché era molto simile a quella che avevo nel salone di casa, un pezzo storico appartenuto alla nonna e chissà a chi prima di lei. La radio emanava un’aria di attesa, come se fosse solo in dormiveglia, pronta a svegliarsi al semplice giro di manovella. Ero sul punto di tornare a casa quando dalla porta interna si materializzò un uomo. Il suo abbigliamento mi colpì subito, soprattutto il paio di baffi neri che incorniciavano un viso abbronzato sormontato da una coppola.

Un risolino mi sfuggì involontariamente; non avevo mai visto nessuno indossare bretelle che reggevano un paio di pantaloni decisamente troppo grandi e una camicia spessa, con le maniche arrotolate, in una giornata che sfiorava i 40 gradi all’ombra. “Cos’hai da ridere, ragazzo? E soprattutto, cosa ci fai qui?” mi squadrò dalla testa ai piedi, nonostante fossi vestita molto meglio di lui. “Scusi, signore, mi sono fermata qui solo perché ho le ruote della bicicletta sgonfie. Potrebbe aiutarmi?” La mia voce chiaramente femminile sembrò coglierlo di sorpresa, tanto quanto il suo abbigliamento datato aveva sorpreso me. “Ma sei una ragazza.” esclamò, con una miscela di sorpresa e disappunto “certo che i tempi stanno cambiando troppo in fretta. Pantaloni su una donna.

Che Dio ci porti in gloria.” Scuotendo la testa si avvicinò per prendere la mia bicicletta appoggiata al muro. La sua espressione, inizialmente riluttante, si trasformò in meraviglia non appena posò gli occhi sul vecchio bolide “Che bellezza è mai questa?” la sua curiosità superò ogni pregiudizio. “È la bici del mio nonno,” spiegai, il che sembrò aumentare il suo interesse. “Ah, di biciclette ne capisco poco” ammise, lasciando che un sorriso sfiorasse il suo viso burbero. “Ma non ho mai visto nulla del genere, dovete essere di fuori”. Forse in Puglia non usano le biciclette. “Io sono della Romagna, ha presente?” risposi con un sorriso.

“Ovviamente,” rispose lui, pulendosi le mani su un panno oleoso “Anche se mi vedi sporco e vestito da meccanico, ho fatto la guerra e ho viaggiato tanto. Vedi questo cappello, l’ho preso in Sicilia.” Neanche fosse poi così lontana.

La sua affermazione sulla guerra mi fece storcere il naso, anche se avevo solo quattordici anni sapevo contare ed era troppo giovane per parlare di guerre passate, a meno che non si riferisse a qualche conflitto più recente, tipo Vietnam. Ma mi sembrava improbabile.  “Sono un esperto di motori,” continuò, il suo tono di voce si fece orgoglioso. “Ai tempi della guerra aggiustavo camion e fuoristrada del nostro esercito, ora mi portano fin quaggiù le auto da sistemare.” Con un cenno della testa indicò la macchina d’epoca parcheggiata fuori. Un lampo di passione gli sfiorò per un attimo il viso. Avevo già incontrato persone così, con l’abitudine di fare propri i racconti del nonno; in definitiva adoravo ascoltarli, perché la fantasia è meravigliosa e le storie d’altri tempi mi sono sempre piaciute.

Neanche formulato il pensiero, ho ottenuto il mio personale racconto: “Era un caldo pomeriggio d’agosto,” cominciò con una voce che assumeva toni da narratore, mentre si apprestava a gonfiare le gomme “quando il maestro Pirandello decise che solo le mani di un vero artigiano potevano toccare la sua amata automobile. Aveva un problema al carburatore, vedi, che nessun meccanico di Foggia era stato in grado di diagnosticare correttamente. Così, dopo la sua ultima rappresentazione al Teatro Dauno, fece portare la sua macchina fin qui da me.” Ma non si chiama Giordano il teatro di Foggia? pensai. Alzai un sopracciglio.

L’idea che un famoso drammaturgo poteva affidare la sua auto ad un meccanico in un angolo remoto della Puglia pareva strappata da uno di quei romanzi che mia madre nascondeva sotto il cuscino. Tralasciando il fatto che il fu Luigi era ormai deceduto da decenni. L’uomo tuttavia non mostrava segni di scherzo. “Adesso sto lavorando alla Fiat Zero dell’architetto Basile” continuò, notando il mio scetticismo mescolato a curiosità. “ È venuto qui per le vacanze al mare, sa’? E per qualche ragione, sembra che le sue auto scelgano sempre di guastarsi sotto il sole del meridione.” La serietà con cui descriveva questi incontri mi costringeva quasi a credere ad ogni parola, nonostante la parte razionale del mio cervello mi suggerisse di prendere il tutto con le pinze.

Eppure, l’idea che stessi parlando con il meccanico di personalità così eclatanti aggiungeva un velo di magia all’intero incontro. “E cosa diceva il signor Pirandello di questa terra?” chiesi, lasciandomi trascinare nella corrente della sua narrazione.
“Ah, lui adorava questi luoghi, dice che gli ricordano le scene dei suoi drammi, dove la natura e l’uomo spesso si scontrano e si riconciliano. Quando è venuto a riprendere l’auto, abbiamo passato ore a discutere di vita e poesia. Non ci capisco molto ma lui ha un modo di raccontare che anche una ragazzina come te potrebbe capire.”
Che fossero vere o meno, quelle storie creavano un mondo un po’ meno ordinario e molto più affascinante, almeno per me.

Sarei rimasta ad ascoltarlo per ore, ma aveva ormai finito di sistemarmi le gomme, così ringraziai e chiesi quanto dovevo. Lui scosse la testa, un sorriso a illuminargli il viso. “Per le storie non si paga,” disse, aggiungendo con un guizzo negli occhi, “E per le ruote consideriamolo un favore ad una giovane viaggiatrice.

Chi sa, magari un giorno racconterai di questo meccanico nelle tue avventure.”
“Grazie,” risposi, “non solo per la bici, ma per i suoi racconti. Sono certa che nessuno ci crederebbe, ma mi hanno fatto sorridere.”
Rise di gusto. “È sempre un piacere,” replicò lui, accompagnandomi alla porta del garage. “E ricorda, se la tua strada ti porta di nuovo da queste parti, ci sono sempre altre storie che ti aspettano.” Credendoci sul serio dissi: “Tornerò sicuramente”.
Uscii dal garage e quando raggiunsi la strada asfaltata, sentii un vuoto allo stomaco, simile a quello che si prova sulle montagne russe: una sensazione strana, come se nel breve tragitto qualcosa di impercettibile fosse cambiato. Guardai indietro chiedendomi se i racconti di quell’uomo fossero solo frutto dell’immaginazione o avessero un fondo di verità.

In qualche modo, quel pomeriggio con il meccanico era stato più di un semplice incontro casuale e non vedevo l’ora di raccontarlo. Sicuramente avrei detto allo zio che quello sarebbe dovuto diventare il suo nuovo meccanico. Erano ormai le sette di sera, un’ora in cui in Romagna ci si preparava alla cena facendo accomodare in sala i clienti vestiti di tutto punto per la serata. Qui da nonna invece si aspettava il calare del sole per apparecchiare la tavola. Così, messa la bici nel sottoscala, ne approfittai per scambiare due parole con lo zio che, come ogni giorno dopo il lavoro, lucidava l’auto.
“Zio, sai che ho trovato un altro meccanico poco fuori dal paese?” iniziai, cercando di catturare il suo interesse.

“Aggiusta auto d’epoca. Parcheggiata fuori dal garage c’è una di quelle vecchie Fiat, con le ruote grandi, tipo quelle di una bici.” Lo zio si fermò un attimo, panno in mano, guardandomi di traverso. “M’nen,” disse con un tono che oscillava tra il divertito e lo scettico, “qui intorno non ci sono altri meccanici. Non so chi tu abbia incontrato, ma non era un meccanico di sicuro, altrimenti lo saprei. Come vedi me ne intendo di macchine.”

Decisi di raccontargli del mio pomeriggio, ero ancora troppo contenta di aver scoperto un posto simile. “C’era una radio antica in un angolo e anche un cagnolino, buffo quanto il proprietario e dei poster di vecchie auto appesi alle pareti.” gli dissi gesticolando.
La sua espressione si ammorbidì, forse più per divertimento che per le prove che potevo offrirgli. “Suona come una di quelle avventure che leggi nei tuoi fumetti,” rispose lo zio, tornando a strofinare la macchina. Risi, accettando lo scetticismo con un pizzico di orgoglio per l’avventura non condivisa. “Beh, dai andiamo a fare un giro che ti ci porto. Così potrai vedere con i tuoi occhi e decidere se il meccanico e il suo cagnolino sono solo frutto della mia immaginazione “ gli dissi sfidandolo.

“Ok ragazzina impertinente, andiamo!” e in un attimo era già al volante del suo bolide.
Trovai subito la via sterrata che portava alla rimessa. Avevo semplicemente sbagliato strada, girando alla via dopo. “Guarda che qua non c’è niente piccoletta.” Lo zio aveva una faccia di chi prende in giro il prossimo, ma io ero appena stata lì ed ero sicura di quello che avremmo trovato. Quando arrivammo però, il paesaggio che si stendeva davanti a noi era irriconoscibile. Dove poco prima si ergeva la rimessa, ora c’erano solo le rovine di una casa che riconobbi subito e di cui rimaneva lo scheletro. Erbacce e piante selvatiche avevano invaso lo spazio, inghiottendo i resti di quello che era stato il luogo che avevo visto solo un’ora prima.

Non c’era traccia del meccanico, né del cagnolino all’ombra della casa. Nessuna radio suonava melodie, né si vedevano poster all’interno. Tutto era silenzioso. A fianco, però, c’era una casa più recente, addossata al vecchio muro laterale. Mentre il volto dello zio rifletteva una mistura di confusione e incredulità, dalla porta uscì un signore anziano con un cappello di paglia. “Che vu’?” disse con voce roca, appoggiandosi al finestrino del guidatore. “Sono il nipote de La Volp, qui da queste parti c’è per caso un meccanico?’ chiese in dialetto lo zio, più per farmi contenta che altro.

“Na volta,” rispose il contadino, sempre in quella lingua che capisco, ma che non riesco a parlare, “questa è la vecchia casa dei Piscialong. Durante la guerra era la rimessa dei carri militari, il mio bisnonno sapeva come aggiustare i motori, era famoso in zona. Poi la casa è stata bombardata dai tedeschi e da allora l’abbiamo lasciata così.” Indicò la bocca nera che fino a poco prima era l’ingresso del garage dove mi ero fermata a gonfiare le gomme. “Adesso c’ho le bestie dentro, vuoi vedere?” disse rivolto a me. Non me lo feci ripetere due volte e scesi dall’auto, seguendolo con alle spalle mio zio che arrancava sullo sterrato. Il mio cuore batteva forte mentre entravo nell’ombra della rimessa. L’odore di bestiame mi colse all’improvviso e non riuscii a trattenere il senso di delusione che mi pervadeva.

Sicuramente non ero nello stesso posto e non sapevo cosa chiedere perché in realtà non conoscevo il nome del meccanico. Ma all’improvviso, con la coda dell’occhio, vidi una cosa che mi fece accapponare la pelle: la radio era lì, nello stesso angolo, mezza coperta da un telo. “Di chi è quella radio?” chiesi a voce bassa. “Quella non funziona più, è una radio degli anni ’20. È stata regalata dopo la Prima Guerra al mio bisnonno da un architetto, così diceva sempre lui.

Per decenni si sono radunati qui tutti i vicini nelle sere in cui trasmettevano il notiziario e anche noi bambini ci univamo. Si faceva una gran stima il vecchio,” spiegò il contadino con un velo di nostalgia nella voce. “Posso toccarla?” chiesi, sentendo un misto di rispetto e curiosità.

“Certo, ma non si accenderà, ormai non ha più nulla da dire,” rispose lui con un sorriso indulgente. Mi avvicinai cautamente e passai una mano sulla scocca fredda e liscia. Il contadino non sapeva quanto invece avesse torto. Quella radio, con i suoi pomelli graffiati e la griglia metallica annerita, era la prova che non ero pazza, che davvero mi trovavo nel posto giusto e che avevo vissuto un’esperienza inspiegabile, sì, ma reale. Mi voltai verso lo zio, che mi osservava con aria tra l’incuriosito e il divertito e mi limitai a fargli un cenno rassicurante, come a dire: ‘Tutto a posto, torniamo pure a casa’. Senza aggiungere altro, lo raggiunsi all’uscita, lasciando la radio al suo posto, muta eppure eloquente. In fondo, non avevo bisogno di un’ulteriore conferma: quel vecchio oggetto aveva parlato eccome, aveva detto abbastanza.

“C’vidm” disse l’anziano rimasto alle nostre spalle, mentre io mi ritrovai con il sole del tardo pomeriggio negli occhi e una leggera fretta di andare. Credo che lo zio notò sul mio volto la delusione, il sorriso si era ormai spento. Mi mise una mano sulla spalla e disse: “Dai, mnen, adesso andiamo a mangiare dalla nonna e dopo ti porto al bar a prendere un bel gelato”. Mentre rientravo nell’auto dello zio, la testa ancora piena di racconti, ripensai al meccanico e alla sua radio. Qualunque cosa fosse successa, avevo la strana sensazione che quel posto mi avesse regalato qualcosa di prezioso. Lì, nel silenzio di quella stanza piena di odori forti e ricordi impolverati, capii che non sempre le cose devono accendersi o emettere suoni per dirci ciò che hanno da dire. Ma era un caldo pomeriggio d’estate, ero affamata e, in fondo, certe storie si raccontano meglio davanti a un gelato al cioccolato con la panna nel cono.

Un racconto di Lara Uguccioni

Le immagini sono state create con AI Chat GPT

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Daniela Cielo
Daniela Cielo
5 mesi fa

Sono racconti belli che ti prendono,leggeri,non ti stanchi e ti rilassi,una ventata di freschezza

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