tre ragazze sotto una coperta impaurite mentre guardano un film di paura
Si fa per parlare

Cinema maledetto: una storia di film proibiti e dimenticati

Indice

È iniziata l’estate. Il sole picchia alto, le spiagge si riempiono, gli ombrelloni si aprono come fiori colorati. È la stagione delle serate leggere, dei gelati che si sciolgono troppo in fretta, delle commedie in stile Vanzina che scorrono in sottofondo, mentre fuori la luce non tramonta mai. Ma cosa succede se, proprio in questo momento di apparente spensieratezza, apriamo una finestra sul lato più oscuro del grande schermo? Lo ammetto: non amo l’estate. Lascio volentieri il caldo e la confusione agli altri, mentre io mi rifugio tra le pagine di un buon mistery o davanti ad un vecchio horror anni ’70, quelli che fanno paura solo per la loro colonna sonora. Per me quindi non c’è momento migliore per viaggiare lontano, dentro storie cupe, disturbanti, affascinanti.

Benvenuti in un viaggio nel cinema maledetto: una carrellata di film controversi, censurati, a volte scomparsi. Alcuni hanno sollevato scandali per i loro contenuti disturbanti o le scelte artistiche estreme. Altri si portano dietro un’aura sinistra, fatta di leggende, incidenti sul set, misteriose sparizioni. Sono film che dividono, scuotono, restano impressi. E in qualche caso… non sono mai arrivati nelle sale. Ecco perché vi porto con me in questo viaggio. Partiamo quindi per il lato oscuro della settima arte. E che la Forza sia con te. Ne avrai bisogno.

Arancia Meccanica – A CLOCKWORK ORANGE

  • Titolo originale: A Clockwork Orange
  • Anno: 1971
  • Regia: Stanley Kubrick
  • Tratto da: romanzo di Anthony Burgess
  • Protagonista: Malcolm McDowell
  • Paese: Regno Unito/USA

“Ci piaceva farlo, fratello. Ci piaceva proprio tanto.”

Cosa c’è di più rassicurante di un bel film sulla delinquenza giovanile, la violenza ultra-stilizzata, lo stupro a tempo di Singin’ in the Rain e la lobotomia morale? Benvenuti nel mondo allegro e distopico di Stanley Kubrick, dove i criminali indossano bombette, ascoltano Beethoven e ti guardano dritto negli occhi con ciglia finte e un sorriso disturbato. A Clockwork Orange è il film che, a ben dire, nel 1971 scosse le fondamenta del buon costume britannico. La storia di Alex DeLarge, adolescente sociopatico con una passione per la “vecchia ultraviolenza” e per le sinfonie del caro Ludwig Van, venne bollata come pericolosa, amorale, corruttrice della gioventù.

Lo vidi per la prima volta a quattordici anni. Sì, ero una ragazzina ribelle — o almeno così mi piaceva pensarmi. Quell’estate conobbi un gruppo di ragazzi ancora più ribelli di me, ma non nel modo che ci si aspetterebbe. Altro che motorini e baldoria: noi ci chiudevamo nella casa di chi aveva i genitori al lavoro, abbassavamo le tapparelle e davamo il via alle nostre personali “proiezioni proibite”. Erano pomeriggi densi di luce filtrata e VHS graffiate. Guardavamo i “film vietati”, quelli che avevano la fama di essere pericolosi, disturbanti, difficili. Ma in realtà erano i cult di Dario Argento, Mario Bava, Kubrick, Antonioni, e tutti quei film psichedelici che ruotavano attorno alla musica, dagli Who a Jesus Christ Superstar.

Un manipolo di adolescenti che preferiva il grande schermo al grande vuoto dell’estate, con le sue spiagge chiassose e i flirt preconfezionati.

Ma per quanto riguarda Arancia Meccanica, non parliamo di qualche genitore impressionabile: ci furono vere minacce di morte, accuse di istigazione al crimine, reati emulativi riportati dai giornali. Il risultato? Stanley Kubrick, che non era certo il tipo da farsi intimidire da una recensione negativa, chiese personalmente il ritiro del film nel Regno Unito, dove restò inedito per quasi 30 anni. Un’autocensura volontaria, più unica che rara, che alimentò il mito e rese il film ancora più pericoloso, almeno agli occhi del pubblico. Oggi, Arancia Meccanica è studiato nei corsi universitari e osannato come opera d’arte. Ma non lasciatevi ingannare dalla sua patina colta: resta un film profondamente disturbante, che entra sotto pelle con la stessa grazia di un calcio in pieno stomaco. Un capolavoro? Sì. Una carezza? Assolutamente no.

Curiosità (che forse non volevate sapere, ma ormai è troppo tardi):

Il titolo, per cominciare, è un piccolo rebus linguistico: A Clockwork Orange viene da un detto cockney che suona più o meno come “strano come un’arancia meccanica” — una cosa naturale fuori, ma completamente artificiale dentro. Proprio come Alex dopo il trattamento Ludovico. L’iconica scena del pestaggio accompagnato da Singin’ in the Rain è stata totalmente improvvisata da Malcolm McDowell. Pare che Kubrick abbia chiesto: “Sai fare qualcosa di strano mentre picchi qualcuno?” E lui, da vero teatrante psicopatico, ha iniziato a cantare e ballare. Il resto è cinema.

Non tutti però lo amarono: Anthony Burgess, autore del romanzo, detestava la versione cinematografica (chissà perchè mi ricorda qualcun altro). Non solo per la violenza, ma perché Kubrick tagliò il capitolo finale in cui Alex si redime. “Un’opera incompleta”, la chiamava. Ma nel frattempo vendeva milioni di copie. Infine, una perla da censura creativa: nella Spagna franchista, il film venne distribuito con un finale doppiato ad hoc in cui si diceva esplicitamente che la violenza era cattiva, la legge buona e viva la polizia. Un lieto fine da incubo, insomma.

Ultimo tango a Parigi – LAST TANGO IN PARIS

  • Titolo originale: Ultimo tango a Parigi
  • Anno: 1972
  • Regia: Bernardo Bertolucci
  • Protagonisti: Marlon Brando, Maria Schneider
  • Paese: Italia/Francia

“Solo tu puoi fare di me quello che hai fatto.”

Ah, Parigi. La città dell’amore, del vino rosso, delle baguette… e del burro. Ma non quello che ci serve per fare colazione. Nel 1972, Bernardo Bertolucci decise di gettare una bomba sotto il concetto stesso di “film d’autore”, mescolando erotismo esplicito, dolore esistenziale e un Marlon Brando talmente tormentato che a confronto il Joker sembra il vicino di casa gentile. Last Tango in Paris racconta la relazione sessuale (e nulla più) tra un uomo di mezza età e una giovane donna. Non c’è romanticismo, non c’è musica francese di sottofondo: è sesso come linguaggio del trauma, come anestetico emotivo. Il film fece esplodere le polemiche ovunque: fu vietato, censurato, processato. In Italia venne sequestrato e Bertolucci perse il diritto al voto per cinque anni. Sì, è tutto vero e successe solo per un film.

Ma la parte più oscura non è nella pellicola. È nel dietro le quinte. La famigerata “scena del burro” — e qui lasciamo volutamente l’ambiguità per chi ancora non conosce i dettagli — non fu concordata con l’attrice Maria Schneider, allora 19enne. L’idea venne a Brando e Bertolucci sul momento e lei scoprì tutto sul set. “Mi sentii umiliata e violentata,” dirà anni dopo e chi l’ha vista può capire il perchè. Nessuna penetrazione reale, ma la ferita fu profonda e duratura. È un caso che ancora oggi fa discutere: dove finisce l’arte e dove inizia l’abuso? Cosa succede quando il potere creativo si mangia il rispetto umano?
Un film che ha segnato la storia del cinema, ma forse, più le persone che lo hanno vissuto.

Lo ammetto: io questo film l’ho visto da grande e non mi è piaciuto granché. Non amo il genere, o forse ero troppo occupata a passare l’aspirapolvere durante la famigerata scena del burro (che, sinceramente, ricordavo a malapena). Per darvi un’idea: mi sono rifiutata di guardare anche 50 sfumature di grigio o come si chiama. Insomma, non è esattamente il mio campo da gioco. Ma ho voluto parlarne lo stesso, perché alcuni film diventano controversi non solo per quello che mostrano, ma per quello che accade attorno a loro. Per la storia che si portano dietro. Per le domande che continuano a sollevare, anche decenni dopo. Ultimo tango a Parigi non sarà nella mia lista di cult personali, ma è — suo malgrado — un capitolo importante del cinema maledetto.

E alla fine, persino Marlon Brando si dissociò dal film.
Dichiarò di non averlo mai più rivisto, di essersi sentito manipolato da Bertolucci e “emotivamente devastato” dall’intera esperienza. E questo da un attore che aveva attraversato Apocalypse Now senza battere ciglio. Forse è questo l’aspetto più inquietante di Ultimo tango a Parigi: non solo ciò che vediamo sullo schermo, ma ciò che ha lasciato dietro di sé, dentro le persone che l’hanno realizzato. Un film che ha fatto la storia sì, ma a quale prezzo?

L’esorcista – THE EXORCIST

  • Titolo originale: The Exorcist
  • Anno: 1973
  • Regia: William Friedkin
  • Tratto da: romanzo di William Peter Blatty
  • Protagonisti: Linda Blair, Ellen Burstyn, Max von Sydow
  • Paese: USA

“La tua madre fa… cose strane all’inferno.”
— Regan, con una voce che nessun bambino dovrebbe mai avere

Quando uscì nel 1973, The Exorcist non fu solo un film: fu un evento paranormale collettivo. Gente che vomitava nelle sale. Svenimenti. Attacchi di panico. Ambulanze fuori dai cinema. E poi preti in missione per “purificare” le proiezioni. Una normale serata al cinema, insomma, se sei in un incubo teologico firmato William Friedkin. La storia, ormai la conosciamo tutti: una ragazzina viene posseduta dal demonio, inizia a parlare in lingue morte, a rigettare liquidi verdastri con ottima gittata e a pronunciare frasi che renderebbero nervoso anche Satana. Ma al di là della trama — che oggi può sembrare quasi “classica” — quello che sconvolse il mondo fu l’intensità cruda, il realismo della messa in scena, e l’incredibile capacità di disturbare senza bisogno di effetti digitali.

Friedkin voleva il massimo: spari veri per spaventare gli attori, frigoriferi industriali per simulare il freddo infernale e una bambina di 12 anni messa al centro dell’inferno con tutti i rischi (etici e fisici) del caso. Linda Blair, dopo il film, finì sotto scorta e fu accusata di satanismo. Sì, perché per molti l’unica spiegazione plausibile era che il film fosse… davvero posseduto. Devo confessarlo: ogni tanto ci riprovo. Lo danno ogni estate, puntuale come le zanzare, sempre in seconda serata. Io preparo tutto: mi metto di buona lena, pop corn pronti, ventilatore puntato e spirito da cinefila coraggiosa. Ma niente. Dopo un’ora e mezza — e siamo ancora alla scena della tavola ouija, eh — mi ritrovo già a sudare freddo. E non per il colpa del condizionatore acceso.

La scena in cucina con la tavoletta posseduta mi fa una paura viscerale, irrazionale, primordiale. E non solo è colpa di quelle dannate tavolette ouija che mi fanno accapponare la pelle. So perfettamente cosa sta per succedere, e proprio per questo spengo tutto. Non perdo mai la speranza di arrivare alla fine… ma l’idea che Regan possa uscire dalla TV e venire a prendersi me, tra il ventilatore e il divano, mi fa spegnere più in fretta di un blackout del 2003. Sì, lo ammetto: The Exorcist è il film che più mi terrorizza. Mi fa più paura del dentista, delle bollette del gas e persino degli incontri di classe a scuola. E non per gli effetti speciali, ma per l’atmosfera. Per quel senso strisciante che qualcosa di impuro si stia davvero muovendo nella stanza.

E se la croce comincia a girare da sola sul muro… beh, io esco. E lascio anche i pop corn!

Curiosità ….paranormali

Girare The Exorcist non fu solo fare un film. Fu, per molti, una convocazione del demonio con tanto di macchina da presa. Gli incidenti iniziarono quasi subito. Un incendio distrusse quasi tutto il set, tranne la stanza di Regan, rimasta intatta come se qualcosa — o qualcuno — avesse deciso di preservarla. Nove persone legate alla produzione morirono prima, durante o subito dopo le riprese. Ellen Burstyn si fece davvero male nella scena in cui viene scaraventata a terra (quella che è rimasta nel montaggio finale), mentre Linda Blair finì con la schiena lesionata durante una delle tante convulsioni simulate. E poi si dice che un tecnico cadde da una scala dopo aver bestemmiato sul set. Coincidenze? Chiedilo a padre Karras.

L’atmosfera non era delle più rilassate. Friedkin, con il suo stile da sergente esorcista, sparava colpi di pistola fuori campo per far saltare gli attori, faceva raffreddare la stanza a -20°C per ottenere il respiro ghiacciato dei personaggi e pretendeva reazioni “vere” al limite della crudeltà. Mercedes McCambridge, l’attrice che doppiava la voce del demone, si fece incatenare a una sedia, fumando sigarette e bevendo whisky per rendere il tono più bestiale. Intanto, fuori dalle sale, la realtà sembrava impazzire quanto la fiction: sacchetti per il vomito distribuiti nei cinema, spettatori svenuti, casi di attacchi di panico e crisi religiose. Alcune sale americane chiamarono veri psichiatri per restare a disposizione durante le proiezioni. Un dettaglio da manuale esoterico.

Il Vaticano non gradì, diverse nazioni ne vietarono la visione, e per un periodo sembrò davvero che The Exorcist avesse oltrepassato una soglia pericolosa, quella tra intrattenimento e sacrilegio. Alcune scene tagliate e riproposte solo pochi anni fa. Ma il pubblico rispose come solo il diavolo sa fare: con entusiasmo infernale. Incassò milioni, fu candidato a dieci Oscar (tra cui miglior film), e divenne il primo horror a ottenere legittimazione artistica in un’epoca in cui il genere era considerato roba per adolescenti impressionabili. Ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, è difficile dire dove finisca la leggenda e dove cominci la verità. Ma una cosa è certa: nessuno è mai più riuscito a fare paura con tanta convinzione. E senza bisogno di effetti speciali digitali: bastava un letto che sobbalzava, una voce impossibile, e un demone molto, molto reale.

E se pensavate che il peggio — o il meglio — fosse tutto qui, vi sbagliate di grosso.
L’autunno porterà con sé la seconda parte di questo viaggio nel cinema più controverso di sempre.
Altri film da (ri)scoprire, altre storie maledette, altri registi che hanno osato troppo — o forse solo nel momento sbagliato.
Nel frattempo, dormite con la luce accesa. E controllate che la testa non ruoti da sola.
Ci rivediamo presto… nel buio.

Articolo di Lara Uguccioni

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Annalisa Trevaligie|Travelblog
Annalisa Trevaligie|Travelblog
1 mese fa

Arancia Meccanica mi ha sempre messo i brividi — ancora oggi, quando ripenso a certe scene, mi torna quella sensazione di inquietudine.
Non sono un’amante del genere, ma devo ammettere che è uno di quei film che ti restano addosso e che fanno davvero riflettere sul confine tra arte e follia.

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