East Coast,  New York

New York. Gli ebrei di Williamsburg, Brooklyn

Ad una sola fermata da Manhattan, nel borough di Brooklyn, si trova il quartiere di Williamsburg, uno dei posti più policromi ed interessanti di tutta New York City. Ormai da anni, un incredibile melting pot di culture differenti anima il quartiere che, da casa di proletari ed immigrati, è diventato con il tempo uno dei simboli del rinnovamento americano. Se lo si guarda con occhio distaccato Williamsburg sembra un’immensa area di capannoni malconci e di strade residenziali dalle vecchie case a schiera di mattoni stinti. Può sembrare un luogo di passaggio, dormitorio per molti, poco considerato dai tanti tour che partono da Manhattan.

Ma se lo si guarda meglio, girando l’angolo, ci si imbatte in gallerie d’arte, locali alla moda e murales sorprendenti che colorano ed animano una delle zone considerate più alla moda di New York. Sì perchè Williamsburg, situato nella parte settentrionale di Brooklyn, è un quartiere in continuo movimento, ed è ricco di contraddizioni. Posso dire che è una delle zone della Grande Mela che più mi ha incuriosito, causa le contrapposizioni e l’inconciliabilità delle comunità che qui risiedono. Il mio è stato un viaggio nel viaggio, antropologico e culturale, ma soprattutto alla scoperta dell’altrove.

Ph: Enzo Ticà

New York Williamsburg

Il quartiere è principalmente diviso in due zone: quella occupata dalla comunità di ebrei ultra ortodossi tra cui i Satmar e la parte hipster e bohémien. E’ per questo che Williamsburg non ha compromessi, qui non ci sono sfumature. Entrare nelle vie abitate dalla comunità ortodossa è un viaggio elettrizzante nel tempo e nello spazio. Non lascia mai indifferenti, perchè la storia ti travolge come un fiume in piena, ti bagna e ti scuote con energia, facendoti a forza entrare in un mondo che pensavi non esistesse se non nelle serie tv.

Poi attraversi la strada e la musica indie e rock esce dai piccoli negozi di LP usati catapultandoti in un altro mondo ancora. Come Alice cadi nella tana del Bianconiglio e ti trovi in un universo fatto di macchie colorate, quadri d’artista e ragazzi alla moda che sorseggiano birra mentre guardano uno spettacolare tramonto sull’East River.

Sapersi diversi porta ad accogliere l’alterità, come si dice in sociologia, la diversità di tradizioni che conduce ogni viaggiatore inevitabilmente ad aprirsi a ciò che s’incontra. E’ l’unico approccio possibile per un dialogo capace di tessere il percorso del viaggio con trame che tengono lontani i pregiudizi, ma anche i facili buonismi o le giustificazioni. Perchè Williamsburg non ne vuole di giustificazioni, è fatto così, o lo ami o lo odi. In definitiva, visitare New York e non conoscere Williamsburg è come andare a Manhattan e aver visto solo Times Square. 

Il quartiere ebraico

Ph: New York Times

 Già agli inizi del Novecento non pareva esserci alcun dubbio che New York fosse il centro dell’ebraismo americano. In quegli anni, parte dei numerosi ebrei che vivevano nel Lower East Side, decisero di trasferirsi in un’area meno affollata, quella a sud del ponte di Williamsburg. La metà degli immigrati ebrei, dall’inizio del ventesimo secolo, ha vissuto o almeno è transitata a New York. A partire dagli anni venti, a loro si aggiunse anche un piccolo contingente di chassidici, cioè ebrei ultra ortodossi, provenienti dall’est Europa.

Quasi un’enclave, con una cultura a parte, gli ebrei chassidici o hasidici formarono un loro ghetto nel quartiere. Anziché utilizzare le numerose sinagoghe esistenti, crearono una serie di piccole sale da preghiera chiamate shtiblekh ancora abbastanza diffuse. Poi negozi, botteghe e rivendite a quasi esclusivo loro uso e consumo. Durante la Seconda Guerra Mondiale a questi primi arrivati, si unirono altre congregazioni di ebrei hasidici, tra cui il movimento Satmar, provenienti dalla Romania e Ungheria, scampati alla Shoah. E’ a questo che bisogna prestare maggior attenzione se si vuol comprendere la totale chiusura della comunità e la rigida osservanza dei precetti religiosi che tutt’ora contraddistingue questa collettività ultra ortodossa.

New York Williamsburg

Per chi non fa parte di questa comunità, entrare nel quartiere porta inevitabilmente in una dimensione parallela, in un tempo passato, che pochi di noi hanno vissuto. Non sembra nemmeno di trovarsi nella metropoli più famosa del mondo, in quella New York che ha come stereotipo le luci di Time Square e lo skyline sul fiume Hudson. Quello che si nota appena arrivati nel Jewish district, sono le insegne dei negozi, tutte o quasi in lingua ebraica, così come le scritte sugli scuolabus e le targhe che indicano le strade, rigorosamente in doppia lingua.

Se si vuole passeggiare per le strade è bene rendersi più invisibili possibile, gli ultra ortodossi non amano affatto gli “stranieri”. Quando sono stata qui i miei capelli erano rosa, così li ho coperti con un bel cappello per non dare troppo nell’occhio, perchè sui marciapiedi si incrociano quasi esclusivamente cittadini appartenenti alla comunità. Sia Williamsburg che Borough Park, quartiere che si trova a poca distanza, sono considerati la casa di una delle più grandi comunità di ebrei ortodossi al di fuori di Israele. Con anche una delle più alte concentrazioni di ebrei di tutti gli Stati Uniti, “Boro” ha una storia recente molto curiosa. Premetto che al suo interno esistono problemi legati alla povertà, dove bambini e ragazzi tendenzialmente non andranno mai al college e dove rimangono regole ferree sull’uso della tecnologia.

… e il codice postale 11219

Detto questo, c’è una notizia che ha fatto da poco il giro del mondo. Il quartiere di Borough Park,  fa da solo il 7% di tutte le vendite di fornitori terzi sul portale del colosso Amazon. Considerando che i fornitori terzi contribuiscono al 57% del totale delle vendite, si capisce facilmente come questo piccolo quartiere, con il famoso codice postale 11219, sia diventato una sorta di caposaldo di Jeff Bezos. A inizio settembre BuzzFeed, uno dei più seguiti siti di news online d’America, è stato il primo giornale a diffonderne la notizia. Boro è una comunità povera, che ha il tasso di indigenza più alto di tutta New York con il 28% dei residenti che vive al disotto della soglia di povertà. Il commercio online per Amazon, quindi, risulta molto redditizio per l’intera comunità. 

Vecchie cantine, garage, capannoni, sono stati trasformati in magazzini per lo stoccaggio delle merci. E’ stato costruito addirittura un nuovo palazzo a sei piani che è diventato il quartier generale dei venditori ultra-ortodossi di Boro. Qui più di cinquanta affittuari vendono la loro merce attraverso Amazon.

ph Viaggiamo.it

La comunità chassidica di Williamsburg

Chassidismo, conosciuto anche come hasidismo o hassidismo, è un movimento di massa ebraico basato sul rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso, nato in Europa orientale nel XVIII secolo. La corrente, che si sviluppò principalmente tra gli ebrei dei Paesi slavi, rese più popolare la kabbalah, cioè il complesso delle dottrine mistiche ed esoteriche ebraiche su Dio e l’universo. Questo era ed è un aspetto fondamentale della fede tra le comunità più povere e meno istruite, stanziate principalmente nelle regioni dell’Europa dell’est.

I chassidici di NY sono un popolo di sopravvissuti, che nonostante i tanti anni passati da quell’indescrivibile e vile genocidio, pensa ancora di non essene fuori. Il sospetto è alimentato costantemente dalla paura del ritorno di quell’epoca buia, così che la comunità rifiuta l’assimilazione del modernismo e della cultura americana. Il movimento chassidico tenta, in tutti i modi, di non allontanarsi dal modo di vita tradizionale, da quella realtà che aveva conosciuto in Europa prima della Grande Guerra.

Ecco spiegata tutta una serie di regole, usi, costumi e osservanze che, agli occhi di un laico, paiono anacronistiche e superate, soprattutto all’interno di una metropoli occidentale. Quella dei Satmar non è che una delle tante espressioni dell’ebraismo ortodosso e chassidico che comunque hanno tutte uno stesso punto di partenza. Sono molte e distinte le comunità che fanno capo al chassidismo, alla cui origine c’è solitamente una personalità carismatica, un rabbino, o “rebbe” . Fra queste collettività ci sono i Satmar, i Ger, gli Skver e i Chabad-Lubavitch.

ph. NewYork Times

New York Williamsburg

Le strade del quartiere ebraico, sono affollate di uomini rigorosamente vestiti in abiti neri tradizionali. Un lungo cappotto, detto rekel copre le frange bianche tzitzìt, che ricordano in ogni momento a chi le indossa, i Comandamenti dati da un Dio tanto grande che non è possibile nominare. Ogni uomo dopo il matrimonio, indossa lo shtreimel, un colbacco enorme di pelliccia scura che fa ben risaltare barba e i lunghi boccoli ai lati del viso. Questi, i payot, in italiano “cernecchi”, sono lunghi riccioli imposti dal Levitico, terzo libro della Torah. Servono a distinguere gli uomini ebrei dai non-ebrei e tagliarseli è sinonimo di paganità, un vero oltraggio alla religione.

Il principio fondamentale delle credenze e pratiche ebraiche chassidiche si basa sulla stretta osservanza delle proprie tradizioni comunitarie. Questo vale per la lingua, l’abbigliamento, il cibo come l’alimentazione kosher e ogni altro aspetto del loro stile di vita. “Ancora oggi, lo chassidismo crede che la ragione per cui gli ebrei furono tratti in salvo dall’Egitto, nell’episodio biblico dell’esodo, fu perché non cambiarono le loro abitudini.” così chiarisce la giornalista Giovanna Pavesi in un recente articolo sulla religione chassidica.

New York Williamsburg

Ecco spiegata la sacralità dell’abbigliamento che ricopre un ruolo determinante nella loro vita. Oltre a segnale visivo, quindi all’utilità di renderli riconoscibili tra loro e allo “straniero”, abbandonare gli abiti che li rendono parte di una comunità ben precisa, è sinonimo di tradimento. Oltre a scegliere di non cambiare i nomi ebraici e parlare una sola lingua, ognuno deve vestire abiti semplici, tutti uguali, e seguire rigide regole di comportamento, dall’infanzia all’età adulta.

La lingua usata abitualmente nella comunità di Williamsburg non è l’inglese, ma l’yiddish, che a sentirlo parlare ricorda il tedesco, l’ungherese e l’ebraico. Una lingua antica, nostalgica a ricordo di un passato molto lontano. Usata da tre milioni di ebrei, la lingua ebraica è qui a Williamsburg più che mai viva. Molti chassidici infatti, parlano solo yiddish, non conoscono l’inglese pur abitando nella grande New York. Le donne ad esempio, parlano una sola lingua, sono poco istruite e vivono una vita intera solo nel quartiere, spesso senza uscirne mai.

Le donne nella comunità

E lei doveva rasarsi i capelli, come ogni pia donna ebrea era tenuta a fare”. Così racconta Israel Singer nel romanzo “I fratelli Ashkenazi”, scritto nel 1936 e ambientato nella Polonia degli anni antecedenti la Seconda guerra mondiale. Una donna ebrea osservante dovrebbe dunque tagliarsi i capelli e indossare una parrucca? Ebbene sì, non accadeva solo all’epoca del romanzo: si tratta di qualcosa di totalmente attuale in alcune frange di ebraismo che si reputano particolarmente ortodosse.” Così leggo nel magazine ebraico online Ugei.it. Sì perchè la donna chassidica, dopo il matrimonio, è costretta a rasarsi i capelli per incominciare la sua nuova vita.

South Williamsburg a Brooklyn, New York, 9 aprile 2019. (Drew Angerer/Getty Images)

Diciamo che è una pratica non sempre affrontata dalle donne a cuor leggero. Rinunciare ai propri capelli naturali per poi indossare una parrucca uguale alle altre donne o un fazzoletto, è sicuramente un dolore. Proprio come la donna musulmana deve indossare il velo, anche la donna chassidica non può mostrarsi del tutto. Deve coprire qualcosa di se, ciò che la rende femmina, per poter essere riconoscibile solo nella dimensione domestica privata, in compagnia unicamente del marito.

In uno dei momenti più intensi della recente serie tv Unorthodox, la giovane protagonista Esty è costretta a rasarsi i capelli per iniziare la sua nuova vita da giovane donna sposata. Si tratta di uno dei dettagli che restano a lungo negli occhi e nella mente dello spettatore, così come il divano rivestito di plastica, uomini e donne che ballano separati durante le nozze e il talamo nuziale rigorosamente diviso in due. Questa serie tv è la rappresentazione della vita quotidiana della comunità chassidica Satmar di Williamsburg e consiglio di vederla, senza giudicare, solo per capire meglio una realtà per molti di noi, lontanissima.

New York Williamsburg

scena tratta da Unothodox

A chi, inoltre, obiettasse che in molti casi sono proprio le donne a scegliere di coprirsi il capo, si deve rispondere che non si tratta di scelta realmente libera, ma condizionata e spesso dettata da un agglomerato di vincoli che si sviluppano dal contesto di vita, la tradizione di riferimento, le aspettative delle persone care circostanti, la pressione sociale, la ricerca di riconoscimento, il timore dell’esclusione, la mera abitudine.” Questa riflessione di Simone Bedarida pubblicata sul giornale online Hatikwà dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, fa comprendere la diversità di vedute tra le tante correnti nello stesso ebraismo. Ci sono stati infatti scontri interni nell’ebraismo e la dottrina chassidica vede, ancora oggi i non-ortodossi, vivere una vita in modo troppo superficiale.

Passeggiando per Williamsburg mi sono fermata a guardare diverse vetrine, tantissime di negozi d’abbigliamento. Era come guardare un vecchio film, dove gli abiti andavano dal nero al verde oliva, per arrivare ad ogni tonalità del marrone. Cappellini e scarpe anni ’50, gonne sotto al ginocchio, cardigan maxi, tutto rigorosamente in tinta unita. Ma soprattutto, mi hanno incuriosito i negozi di parrucche, che qui vengono chiamate sheitel. Sono tutte simili, dei caschetti corti con la riga nel mezzo o leggermente di lato, vengono realizzate in materiale sintetico o più spesso, con veri capelli umani. Le donne chassidiche possiedono due o più parrucche: una per l’uso quotidiano e l’altra, per le ricorrenze e le occasioni speciali. La sciarpa si chiama invece tikhel e deve essere legata sopra i capelli rasati in alternativa alla parrucca.

Williamsburg di New York

Per la comunità chassidica l’importante è che le donne mettano al mondo tanti tanti figli. Per le strade si incontrano soprattutto giovani madri con il passeggino e tre o quattro figli a seguito, alle volte di più. Il numero di figli in media è tra i 6 e gli 8, quindi c’è chi arriva a partorire 10 volte in una sola vita. Ultimamente le cose sono un pò cambiate, le vedute si stanno aprendo e alle donne è consentito studiare e lavorare. Questo può voler dire emanciparsi, ma spesso è solo un “portare a casa la pagnotta” per il mantenimento della famiglia, assai numerosa.

In definitiva, la donna si sobbarca la casa, i bambini e pure un lavoro. Tra i mestieri riservati alle donne chassidiche, ci sono la gestione dei negozi e l’insegnamento nelle scuole religiose per ragazze. Possibili anche i lavori di segreteria, informatici e organizzare i catering per matrimoni e altre celebrazioni. Prima sotto i dettami dell’autorità materna, poi costretta a vivere in “un’ovatta forzata” dal marito, questa è la vita della donna ultra ortodossa.

Indossare la parrucca, sottomettersi al patriarcato, dover fare ciò che la comunità vuole, è forse perdere la propria identità? Colei che trasmette l’ebraicità ai figli, perchè è la donna che lo fa non l’uomo, merita di essere trattata in questo modo?

Impressioni di viaggio

Korn’s Bakery, 454 Bedford Av. – Brooklyn

Sono sicura che in questo contesto, per ognuno di noi, ci sia più di una percezione della realtà. Appena scesa dal bus, l’impressione che ho avuto è stata quella di essere in un luogo “diverso” dal resto di New York. La dimensione umana è di rigore e silenzio, quasi ovattata, fatta di parole non dette. Non c’erano sorrisi, ne risate e tutto era talmente disciplinato, che mi sono sentita fuori posto e sicuramente lo ero. Ma in tutto questo, che può sembrare unicamente negativo, ho trovato una casa, modesta e un po’ sporca, ma sicuramente reale. Tra le vetuste abitazioni di mattoni, i fili elettrici volanti, i lotti di terra incolta e i sacchi dell’immondizia sul ciglio della strada, spiccano come gemme, le botteghe kosher e le tante panetterie ebraiche.

Il profumo delle challah, le trecce di pane, riempie le narici e appena ti avvicini al bancone, timorosa ma incuriosita, le pizze dolci con nocciole e uvetta ti portano direttamente in una dimensione di casa e famiglia. Un signore dalla lunga barba bianca cuoce le frittelle dolci nell’olio bollente e il profumo del limone si sprigiona in tutta la bottega. L’unica cosa che vorresti fare è assaggiare tutto, perché è proprio vero, il cibo unisce i popoli. Questo accade anche a Williamsburg, in questo piccolo mondo, in una delle tante meravigliose, singolari, inaspettate, emozionanti e incredibili facce di New York City.

Il chassidismo raccontato sulla carta e alla tv

Era il 2019 e poco prima della pandemia riuscii a trovare un libro che da tanto tempo cercavo. Parlava di una storia che già conoscevo e che volevo a tutti i costi approfondire, perchè parte di un vissuto reale. Vissuta da Deborah Feldman nata nella comunità Satmar di Williamsburg, nel 2012 ne fece un libro: “Ex ortodossa, il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche”. Parla di un percorso di vita, un memoir che racconta del processo di emancipazione di una ragazza chassidica. Devoiri è una bambina legata al padre, senza una madre perchè scappata dalla comunità quando lei era piccola. Vive in un piccolo mondo fatto di scuola, di panini kosher e della vecchia cucina di Buddy, piastrellata di bianco e vivacizzata dai pettegolezzi delle zie, per lei simile al centro del mondo.

Un percorso il suo, fatto di domande e di risposte difficili, di libri letti in segreto, di mezze verità ascoltate di nascosto. Poi il matrimonio e con questo la necessità di scappare da un futuro che non riesce a vedere. Con enorme difficoltà data dall’ignoranza, da una stretta sorveglianza, ma soprattutto dalla paura di rimanere sola e isolata dalla comunità, Devoiri scappa. Tu per tutto il tempo hai sperato lo facesse, ma allo stesso tempo, temevi arrivasse quel giorno. Proprio come è successo a lei, che di dolore ne sa qualcosa e di rinascita pure, conquistata a carissimo prezzo.

Ero già stata a Williamsburg e l’atmosfera “pesante” respirata in alcune strade del quartiere, mi aveva imbarazzata, ma allo stesso tempo incuriosita. Dopo un primo impatto in cui mi sono sentita un invasore in terra straniera, sono riuscita a vedere il bello di una comunità distante da me anni luce. Volevo leggere di quella storia vera di cui avevo sentito parlare, e così ho fatto e mi sono emozionata. Poi incredibilmente nel marzo del 2020 esce Unorthodox , la serie tv su Netflix basata proprio su questo libro. Molto diversa da quest’ultimo, è quasi un proseguo degli eventi, una storia nella storia resa magistrale dalla recitazione emozionante della protagonista israeliana Shira Haas, nel ruolo di Esty.

New York Williamsburg

Deborah Feldman autrice di “Ex ortodossa, il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” e l’attrice Shira Haas che ricopre il ruolo di protagonista nella serie tv Unorthodox basata sul libro della Feldman.

Ho come divorato Unorthodox e non bastandomi, ho voluto vedere anche Shtisel, serie televisiva israeliana, totalmente in lingua yiddish con sottotitoli, dove Shira è una dei personaggi principali. Considerata molto innovativa in Israele, questa serie tv per la prima volta, non ha ritratto la comunità ortodossa in un’ottica principalmente politica, ma ha rappresentato i protagonisti come persone normali, tra l’altro con intelligente ironia. A parte la curiosità che mi suscita il mondo ultra ortodosso in generale, ho conosciuto un cinema che non sapevo esistesse, quello israeliano, fatto di attori appassionati, belli e incredibilmente ironici. Questo ha un pò ristretto il divario che credevo ci fosse tra la mia cultura e la loro, sono emersa infatti in una realtà che mi ha emozionato, a cui ancora penso con un sorriso, aspettando chi lo sa, magari un seguito.

Una scena della terza stagione di Shtisel

New York Williamsburg

Un ulteriore elemento di riflessione sulla realtà ultra-ortodossa ebraica è One of Us, un documentario in 4 episodi sempre su piattaforma Netflix. La narrazione inquadra le storie di tre ragazzi e il percorso tormentato a tratti drammatico che decidono di intraprendere per uscire dalla comunità chassidica. Etty, trent’anni, sette figli e un marito dal quale vuole divorziare. Vittima di stalking, minacce e molestie da parte dei parenti dell’uomo, Etty combatte una dura battaglia legale per l’affidamento dei figli, nonostante familiari e amici siano pronti a testimoniare contro di lei.

Ari è un ragazzo di diciotto anni che, mosso dalla curiosità e dall’entusiasmo dell’adolescenza, si rende conto di avere troppe domande senza risposta. Sebbene le regole della comunità gli impediscano di avere accesso a internet, scopre Google e con esso Wikipedia: “È stato un dono di Dio”, dice incredulo davanti alla telecamera. Infine c’è Luzer, che ha abbandonato la comunità otto anni prima. Divorziato, ha dovuto rinunciare ai figli per inseguire il suo sogno di diventare attore e trasferirsi a Los Angeles. Vive in un camper e lavora come autista per Uber e si chiede ogni giorno, se ha fatto la scelta giusta.

Articolo di Lara Uguccioni

Fonti:
it.chabad.org
mondodomani.org
confronti.net
insideover.com
www.ugei.it

ph intriper.com

2 Comments

  • Francesca

    Grazie per la piacevole lettura. Al paragrafo “donne” sono uscite un paio di lacrime.
    Le serie Shtisel e Unorthodox le ho guardate un anno fa, ma One of Us mi é sfuggito e lo andrò subito a vedere!

    • lara_uguccioni

      Ciao Francesca, sono felice ti sia piaciuto l’articolo. E’ un argomento a cui tengo particolarmente, i contrasti di questa religione fanno riflettere e allo stesso tempo affascinano. One of Us è un documentario, diverso dalle serie tv ovviamente, ma è vero, quindi molto crudo se si pensa alla condizione attuale dei ragazzi intervistati. Vale la pena vederlo.

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