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Italia

Castello di Santarcangelo di Romagna, sulle tracce dei Malatesta

Non pensavo che una giornata di maggio potesse essere così calda e afosa. Spinta dalla mia solita determinata curiosità, borraccia e zaino alla mano, mi sono avventurata sulla piccola altura tufacea che porta un antico nome latino: Mons Iovis. Sul Monte Giove infatti, è costruito il borgo storico di Santarcangelo, una delle cittadine più sorprendenti della nostra bassa Romagna. Santarcangelo dei Teatri organizza il più antico festival italiano dedicato alle arti della scena contemporanea, uno dei più significativi appuntamenti europei nell’ambito del teatro e della danza. La città è gravida di arte e cultura, è infatti qui che nasce e vive fino alla sua morte avvenuta nel 2012, il poeta, scrittore e sceneggiatore Tonino Guerra.

Ma noi oggi siamo qui per visitare una delle dimore storiche di una famiglia ambiziosa e influente, tra le più importanti del Medioevo: i Malatesta. Originaria del Montefeltro, dominò sulla Signoria di Rimini e sulle terre circostanti della Romagna dal 1295 al 1500. Questa dinastia coltivava la pretesa di far risalire le proprie origine a Scipione l’africano, a tal punto da inserire l’elefante nei propri stemmi araldici.

Il vecchio maniero e la sua storia originaria

Foto della corte d'ingresso del castello di Santarcangelo

La bellissima rocca, così come la vediamo ora, è a guardia della valle sottostante, segnata dai fiumi che scorrono verso il mare, dal 1447. Il maniero centrale è invece più antico, tanto che se ne ha notizia nel Codice Bavaro. In questo documento sono indicate le investiture concesse dalla Chiesa di Ravenna tra l’ottavo e il decimo secolo. E’ qui che si trova citato il maniero con il nome di “chastrum sancti arcangeli”.  La nostra visita inizia nel cortile della rocca, suggestivo e ben tenuto, con tante piante e fiori colorati ad ornamento. L’afa lascia il passo ad una fresca aria di mare che arriva dalle finestre aperte del salone ad uso privato della proprietaria, la principessa Colonna che ci accoglie e si presenta agli ospiti.

Conoscendola è stato possibile dare un volto ai proprietari di una tenuta di così inestimabile valore, rendendola terrena e se è possibile, ancor più reale. Ma parliamo un po’ di storia e del perché il villaggio si trova proprio sul colle Giove. Il primo centro abitativo infatti ha origini romane, terzo secolo A. C. e si sviluppò ad 1 chilometro dal castello, in pianura, precisamente dove ora c’è la Pieve Bizantina. Il territorio era ricchissimo di fornaci che producevano laterizi per l’edilizia, tegole e soprattutto anfore, usate per il trasporto del vino. Inizialmente queste erano di grandissime dimensioni, in stile dressel, per intenderci quelle con il puntale sul fondo che serviva per impilarle facilmente nelle stive delle navi. 

Veduta del centro di Santarcangelo

Castello di Santarcangelo Malatesta

Il vino di Santarcangelo veniva trasportato dal porto di Ariminum verso terre lontane. Una volta arrivato a destinazione però, causa il lungo viaggio e la scarsa qualità, arrivava trasformato in aceto. Per ovviare a questo, nel primo secolo A. C. i santarcangiolesi idearono le anfore di piccole dimensioni a fondo piatto, che permettevano di essere caricate sui carri per il trasporto via terra. Attraverso le vie consolari come la via Flaminia, il vino arrivava in questo modo molto velocemente, alle città e ai paesi limitrofi. Era buono e a buon mercato, così da far fiorire per centinaia di anni un’intensa attività di ottimo commercio.

Nei primi secoli D. C. la situazione purtroppo cambiò. Era il tempo delle famose Invasioni Barbariche, così che la pianura divenne pericolosa, anche a causa delle alluvioni del fiume Marecchia. La popolazione decise di abbandonare la pianura per trasferirsi sulla collina più vicina, il colle Giove. La storia di questo borgo inizia quindi tra il 1000 e il 1100, quando venne creato nel punto più alto del poggio, il primo villaggio fortificato. Questo disponeva di una cinta muraria oltre che di una fortezza a protezione delle abitazioni e dei mercati che si svolgevano all’interno.

La fortezza a dominio dei Malatesta

Particolare con stemma dei Malatesta

Nei secoli gli abitanti del borgo aumentarono, così che si costruirono abitazioni anche al di fuori delle mura. La conformazione attuale della rocca la si deve però alla famiglia Malatesta che, ottenuto il vicariato della città tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, acquisisce il dominio incontrastato su tutta la vasta area circostante Rimini. Questa fortificazione fece da sfondo a sanguinarie e tormentate lotte, come quella tra i Guelfi e i Ghibellini. E’ tra queste mura infatti, che si rifugiò il famoso Mastin Vecchio, che altro non era che il Signore di Rimini: Malatesta da Verucchio. Questa figura di crudele condottiero è molto familiare a noi romagnoli, perchè costui era il padre del più famoso Giangiotto, uccisore degli amanti Paolo e Francesca.

Si racconta infatti che proprio tra queste mura sia avvenuto il fatto, ma d’altronde sono diversi i castelli della zona che si contendono la disavventura. Dante Alighieri, il sommo poeta, ha però sempre ritenuto responsabile dell’omicidio un altro figlio di Mastin Vecchio, Malatestino I detto dell’Occhio, tanto da ritenere importante citarli entrambi nella Divina Commedia. I due “mastini” da Verucchio furono nominati nel Canto XXVII dell’Inferno, perchè si distinsero per la crudeltà con cui aggredivano ed uccidevano gli avversari politici. “E il Mastin Vecchio e il Nuovo, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d’i denti succhio.”

Fotografia del Salone d'Estate
Salone d’Estate

Castello di Santarcangelo Malatesta

Carlo Malatesta alla fine del 1300 ottiene dal Papa il vicariato di Santarcangelo. Avere il vicariato significava usufruire del reddito del territorio, pagando in cambio, un affitto di 700 fiorini d’oro all’anno alla Chiesa. Carlo eliminò ogni traccia della prima rocca creando una torre a base quadrata, altissima con base molto ampia, il doppio di quella attuale. Con i mattoni in esubero, costruì la seconda cinta muraria ad ulteriore difesa della città. Nel 1429 Carlo muore e non avendo figli, lasciò ai nipoti l’eredità del vicariato. A Novello andò tutto il cesenate, dove fece costruire la bella biblioteca malatestiana di Cesena, mentre Sigismondo ottenne il riminese, tra cui le terre di Santarcangelo.

Arriviamo così al 1447 quando, per far fronte ai nuovi sistemi di attacco militare, Sigismondo Pandolfo Malatesta fortificò la cinta muraria per renderla ancor più imponente della precedente. Questa aveva quattro porte di accesso, tre delle quali distrutte, mentre la Porta Cervese è ancora intatta e la si vede all’estremità della collina. Abilissimo condottiero, Sigismondo capì subito che la torre, così alta ed isolata, poteva essere facilmente abbattuta dai nemici. Abbassò la cima della metà e con i mattoni recuperati, costruì i tre bastioni angolari che si vedono ancora adesso, all’esterno della rocca.

Fotografia di uno scorcio di giardino dove si vede bene la scarpa malatestiana
La scarpa malatestiana
Castello di Santarcangelo Malatesta

In questo modo, Malatesta rese il forte molto più basso ed imponente, difficilmente attaccabile dalle bombarde nemiche. La struttura odierna è esattamente quella costruita da Sigismondo che consigliato dal Brunelleschi, inventò la famosa scarpa malatestiana. Questo tipo di costruzione difensiva, rese la base della rocca molto più imponente e solida, ma soprattutto impedì alle torri di attacco di appoggiarsi alla parete del castello per far salire i nemici. E’ in questo modo che il forte assunse la sua conformazione definitiva e che ancora oggi vediamo in tutta la sua solennità e splendore medioevale.

Il camminamento delle guardie

Fotografia della veduta del borgo antico dal camminamento delle guardie

Saliti sul camminamento delle guardie la vista è spettacolare. Quello che si vede da quassù è l’intero borgo medioevale, le campagne circostanti, la cittadina di Santarcangelo nella vallata incorniciata da un nastro azzurro di mare Adriatico. Una curiosità sono le tre strade del borgo che si vedono da qui e che hanno nomi particolari. La prima è via della Cella, che prende il nome da una piccola cappella che si incrocia lungo la strada: Celletta Zampeschi. Nel 1530 infatti, il controllo della cittadella venne affidato dal Papa, per poco tempo, ad Antonello Zampeschi. E’ a lui che si deve la realizzazione della celletta che purtroppo la guerra distrusse, lasciando solo la facciata originale. Ovviamente fu ricostruita e qui vengono tuttora organizzati numerosi concerti per la sua acustica perfetta.

La via centrale e che porta al campanone, si chiama via Bellaere, così chiamata perché è la via più bella del borgo e nelle sere d’estate, c’è sempre un’aria fresca che la attraversa. La terza stradina, un po’ defilata e poco frequentata, è via della Zuppa. Nel paese c’è sempre stata una grande solidarietà e nella via della Zuppa, in anni piuttosto recenti, venivano serviti i pasti a chi non poteva permetterseli. Sulla sinistra è impossibile non notare una costruzione che pare antica, si tratta dell’acquedotto della città, creato nel 1800 appositamente per amalgamarsi alla perfezione con la storicità del borgo. Assomiglia infatti al battistero di un tempio e riprende la struttura della Chiesa delle Suore da qui poco lontana.

La torre civica con il suo campanone è la struttura architettonica che più si nota. Alta 25 metri in stile neo gotico, sulla sommità regge un San Michele Arcangelo in ferro battuto, patrono di Santarcangelo.

Nelle stanze del castello tra storia e leggenda

Fotografia della sala da pranzo della principessa Colonna all'interno del castello di Santarcangelo

Adiacente al cortile principale, dove i carri un tempo arrivavano trainati dai cavalli, c’è un ambiente arioso e luminoso. In un epoca antica era adibito a stalla, mentre ora è la sala da pranzo della principessa Colonna e di suo marito, con mobili del 1600 bolognese e ceramiche del 1700. Un bell’arazzo birmano da un gusto orientaleggiante alla camera, posto vicino alla scaletta ripida di ferro, tipica delle stalle. Questa scala porta ad una stanza soprastante dove veniva custodito il fieno per gli animali.  Appeso al muro c’è uno degli stemmi più antichi dei Malatesta, che rappresenta una scacchiera, sinonimo del gioco della guerra.

Alcuni studiosi descrivono lo stemma non solo come una scacchiera, ma come delle torri posizionate in obliquo; è infatti la torre uno dei simboli della famiglia Malatesta. Di stemmi malatestiani c’è ne sono diversi, uno dei più curiosi è lo Stemma Parlante, chiamato così perché rivela il nome della famiglia. Raffigura tre teste tagliate di mori ricciuti: da qui il nome Mala-testa. Inizialmente questo nominativo era un soprannome dato per la spregiudicatezza e la crudeltà degli appartenenti alla famiglia. Diventò poi un nome proprio, usato ufficialmente e lo si ritrova ancora oggi, nelle due accezioni: Malatesta o Malatesti.

Stemmi del casato dei Malatesta

Castello di Santarcangelo Malatesta

Altro stemma raffigura le iniziali dei nomi: K come Carlo, Ro di Roberto, P di Pandolfo, mentre uno dei più usati, ha raffigurata la sillaba palindroma incrociata SI. Queste sono le iniziali di Sigismondo e Isotta, la donna da lui amata. Si pensa che il Signore del castello adorasse a tal punto la donna, che fece uccidere la seconda moglie, per fare in modo che Isotta divenisse sua terza sposa. Il casato dei Malatesta non era in realtà di origine nobiliare, ma la famiglia teneva a farlo credere, ecco le leggende che parlano di avi famosi come Noè e Scipione l’africano. La dinastia cesenate dei Malatesta infatti, ha come simbolo nei suoi stendardi, l’elefante.

L’origine del casato Malatesta risale al 1100, locato tra Verucchio e Pennabilli, condottieri e briganti erano dei mercenari al soldo di chi più pagava per le loro scorribande. A causa della grande ferocia, poco dopo il 1100 ebbero un forte scontro con la città di Rimini. Questa, di mala voglia li fece entrare nelle mura della città, dando loro alcuni privilegi. Fu così che con il tempo i Malatesta si impossessarono di cariche religiose, politiche, civili arrivando dopo 100 anni, a diventarne gli effettivi Signori di Rimini.

Fotografia del Salone Malatesta
Salone Malatesta

Castello di Santarcangelo Malatesta

Dalla parte opposta alla sala privata c’è il salone Malatesta, dove si entra nella realtà della storia medioevale di questo castello. Difficile trovare luoghi così antichi ancora arredati perfettamente e questa stanza ne è l’eccezione, anche se si tratta di arredi di epoche diverse. Il luogo è infatti incredibilmente ricco di mobili e tappeti, come se fosse sempre stato abitato, come se fra le sue mura ardesse un focolare destinato a riscaldare una famiglia, da secoli. E’ una bella sensazione di casa, di convivialità nonostante sia un forte, quindi adibito alla guerra e solo nei secoli successivi, divenuto un’abitazione. Questa parte di Romagna è costellata di rocche e manieri, eppure qui il vigore di una vita realmente vissuta si sente maggiormente.

Ma torniamo alla storia che narra di un Sigismondo abilissimo condottiero, ma scarso uomo politico. Gli attriti con lo Stato Pontificio divennero tali che il Papa lo scomunicò così che il suo acerrimo nemico, Federico da Montefeltro, alleatosi con il pontefice, riuscì presto a sconfiggerlo. Nel 1462 Sigismondo perse tutti i possedimenti rimanendo con la sola città di Rimini. A causa di questo, la rocca andò per un periodo, in mano a Lorenzo il Magnifico e alla fine del 1400, subentrò Cesare Borgia che mise a ferro e fuoco la città. Era il 1505 quando il castello tornò nelle mani della Chiesa che lo diede in pigione; si avvicendarono così nei secoli diverse famiglie alla gestione delle terre e della fortezza.

Foto di particolari della rocca
Angolo adibito a studiolo

Castello di Santarcangelo Malatesta

Arriviamo al 1800 e dopo un  vuoto temporale durato un secolo, il maniero fu acquistato dai Conti Baldini, come indica la targa sulla parete di fronte all’ingresso. Nel 1880 divenne proprietà della famiglia Massani che trasformò il castello e il suo circondario, in un grande centro agricolo: una vera fattoria con tanto di attrezzi agricoli e animali da cortile. Nel 1903 la rocca diventò proprietà dei Conti Rasponi Murat che la arredarono totalmente con mobili del 1600 provenienti dalla sacrestia della Chiesa di Ravenna. La contessa Eugenia Rasponi Murat figlia di Gioacchino Murat Re di Napoli, fondò al suo interno, nel 1911, una fabbrica di mobili.

Con 11 operai, la contessa sovrintendeva i lavori disegnando lei stessa gli arredi tanto che, nella grande sala Malatesta, c’è un bellissimo tavolo che decora il centro della stanza, di sua personale fattura. Non avendo figli, Eugenia alla sua morte, lasciò in eredità la fabbrica agli operai e il castello al cugino, il conte Spalletti. Fu così che arriviamo ai giorni nostri e precisamente al 1992, quando l’eredità successiva fu quella che vede la principessa Marina Colonna, attuale proprietaria.  I mobili malatestiani non ci sono più, per la maggior parte bruciati durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la rocca divenne sede del comando inglese e dei famigerati “tagliatori di teste”.

Castello di Santarcangelo Malatesta

Fotografia della Sala del Coro
Sala del Coro

Adiacente al salone Malatesta c’è la sala d’Estate, chiamata così perché freschissima ed accogliente, dalla quale si accede ad un luogo particolare chiamato sala del Coro. In questa stanza veniva amministrata la giustizia, se così si può chiamare. Davanti alla grande scrivania in legno massiccio c’è una botola a terra, ora sigillata. Qui sopra venivano giustiziati gli imputati che una volta colpiti, cadevano nella botola in corrispondenza della quale si trova un pozzo a rasoio. Il nome Malatesta non è quindi un caso, la loro spregiudicatezza e crudeltà la si nota tuttora da questi particolari, infatti quando si entrava nel castello non si era mai sicuri di poterne uscire vivi. Da una stretta e ripida scala a chiocciola di pietra, si accede alla sala dei Convegni, posta esattamente sotto alla sala del Coro.

Tutt’ora in questo spazio si tengono convegni ed incontri. Il marito della proprietaria signora Colonna, il professor Paolo Amalfitano, è il presidente di un’associazione che organizza incontri proprio tra le mura di questa magnifica residenza. Una particolarità è il fatto che i convegni sono di due tipi: a carattere letterario, oppure economico. Questo dipende dalla formazione dei due coniugi, lei ex docente di Economia all’università di Napoli, lui di letteratura. La rocca ospita anche esposizioni d’arte, cene a tema e di lavoro. All’interno in un’ala del castello, sono allestite delle stanze che si affacciano sulle colline circostanti, dove è possibile trascorrere un soggiorno indimenticabile.

Nella Sala dei Convegni ci sono 5 pozzi a rasoio, 4 dei quali aperti; solo uno non è ancora mai stato esplorato. All’interno dei pozzi sono state trovate ossa e scheletri umani, suppellettili ed armi, è qui infatti che venivano gettati i corpi degli ospiti indesiderati.

Isotta impressa su di una moneta del'epoca
Isotta

Curiosità e misteri del maniero

Una delle tante curiosità di questo luogo è la leggenda che lo lega a Sigismondo e alla sua amante e successivamente sposa, Isotta degli Atti. La guida ci racconta che, una signora proprietaria di una graziosa casa nel piccolo borgo, un giorno di pochi decenni fa, si accorse di una macchia sul soffitto. Pensando fosse umidità fece togliere il controsoffitto, sotto il quale trovò un solaio intatto, decorato a scacchiera, con incisi tutti gli stemmi malatestiani. Si pensò così che quella graziosa dimora fosse la vera casa di Sigismondo Malatesta. Una porticina  verde nascosta nel vicolo, lascia accedere ad un piccolo giardinetto recintato da una mura su cui si arrampicano fiori coloratissimi. Si entra così all’interno di un vero gioiello incastonato nel borgo, nel quale viveva il Signore del castello e la sua amante Isotta.

Proprio il giorno della nostra visita, la principessa Marina Colonna ha confidato alla guida che è stato trovato un passaggio nel muro dell’ingresso. Questo presumibilmente porta alla casa nel borgo, o in zona Pieve, nella pianura sottostante, quella che oggi è il centro della città di Santarcangelo.

Fotografia di una casa del borgo storico

Castello di Santarcangelo Malatesta

Costeggiamo il perimetro delle altissime mura esterne, mentre la nostra guida ci racconta come i proprietari scavando, trovarono delle monete con l’effige dei Malatesta. Pare che Sigismondo le gettasse durante la costruzione per una sorta di scaramanzia, rendendo così immortale la sua presenza. Della prima fortificazione, quella risalente al 1000 non vi è più traccia, ma ne sono state trovate le presunte fondamenta. E’ qui, nel maniero originario, che si dice abbia avuto luogo la tragedia di Paolo e Francesca, contesa con il castello di Gradara. Erano gli anni 80 del 1200 quando Francesca, figlia dei Polenta, signori di Ravenna, venne promessa a Gianciotto Malatesta, figlio di Mastin Vecchio da Verucchio.

La ragazza, bella e giovane, venne però ingannata. L’uomo che doveva sposare era molto più anziano di lei e decisamente poco attraente, così che per convincerla, le presentarono il fratello più piccolo, chiamato Paolo il Bello. Ovviamente lei se ne innamorò subito, ma per procura si maritò con Giangiotto, il reale promesso sposo. Ormai l’amore era però scoccato tra Paolo e Francesca, così che un giorno Giangiotto, tornato alla rocca prima del tempo, sorprende Francesca tra le braccia del giovane amante. Spinto dalla gelosia, Giangiotto uccise i ragazzi trafiggendoli con una lama.

Fotografia del borgo medioevale

Castello di Santarcangelo Malatesta

Santarcangelo, Gradara, Rimini e Pesaro si contendono la leggenda da secoli, ma è qui che nelle notti senza luna, tra le stradine del borgo, il fantasma della dama Bianca vaga indisturbato tra i vicoli. Dicono sia Francesca in abito bianco, tornata nel luogo dove è avvenuta la tragedia, alla ricerca della figlia. Questa infatti, dopo la morte della madre, distrutta dal dolore e finanziata dal nonno Mastin Vecchio, fondò il Convento delle Sepolte Vive situato nel borgo, dove terminò i suoi giorni.

Passate le cucine del castello si accede al cortile esterno, dove oltre una delle torri dalla scarpa malatestiana, c’è un albero incredibilmente raro. Nessuno sa come questa pianta sia finita nel giardino del maniero, essendo di origine americana. Il suo nome è Gelso Maclura pomifera, o Moro degli Osagi, alto circa 15 metri, ha un tronco irregolare e tormentato, dalla corteccia disseminata di acutissime spine. La sua caratteristica più curiosa è il frutto, di forma sferica, grande dai 7 ai 15 centimetri di colore verde acceso. Ha una consistenza dura e legnosa con una superfice rugosa ed è talmente pesante che quando cade dall’albero, dicono sia meglio stare lontano.

Il Gelso Maclura veniva usato dai nativi americani per costruire archi, per tingere i tessuti e curare le congiuntiviti grazie alla sua polpa lattiginosa. Usata anche per i rituali degli indiani Osagi, tribù nordamericana, la polpa veniva impiegava per tingere di giallo il viso. Una curiosità nella curiosità: negli stati del West America, il Gelso fu scelto da Roosevelt come principale pianta per costruire ampie siepi invalicabili.

Castello di Santarcangelo Malatesta

Terra di Romagna

Come dicevo all’inizio di questo articolo, Santarcangelo non è solo ricca di storia, ma ha anche una parte gioviale che si ascolta nelle parole dei suoi abitanti, dall’accento romagnolo calcato, sempre cordiali e di grande cuore. La si vede durante la sagra di paese “dei Becchi”, festeggiata nel giorno di San Martino. Gigantesche corna, per l’occasione, vengono appese sotto l’Arco in piazza Ganganelli e la tradizione vuole che oscillino al passaggio delle persone tradite. Attenzione dunque a passare sotto l’arco nelle giornate di vento! Quella parte giocosa e mai celata delle genti del riminese tutti la conoscono, almeno tutti quelli che hanno visto il film Amarcord di Fellini.

Ecco, quell’atmosfera ovattata, dalla luce dolce ed affettuosa delle scene di questa indimenticabile pellicola, si trova qui, tra le stradine della vecchia Santarcangelo. In quel pomeriggio di una domenica di maggio, calda ed afosa io l’ho vista con i miei occhi godendone il momento. L’aria bollente era attraversata da un vento intenso, che pareva contenere parole. Forse erano le voci delle genti medioevali, degli amanti malatestiani o chissà, risuonavano tra le fessure delle finestre aperte gli echi antichi di canti liturgici provenienti dal vecchio convento.

Castello di Santarcangelo Malatesta

Foto di un gatto che riposa per le strade del borgo

Ma quella luce felliniana è ancora sotto il grande arco della piazza, negli slarghi vuoti ed assolati dove sembra sempre dover sbucare da un momento all’altro, una “baffona” con la sua bicicletta che porta a benedire gli animali in chiesa. Tra le case ogni tanto si sente un “vallà” o un “mò lassa stè” e subito torna alla mente la fotografia sbiadita di una cucina. Un piatto di tagliatelle, una famiglia di contadini riunita attorno al tavolo, il nostro occhio indiscreto che guarda la scena. Le mura di quella casa di periferia, dove Fellini ci ha portato è qui, a Santarcangelo, luogo di arte e storia, ma soprattutto denso di magia antica e contemporanea allo stesso tempo. L’atmosfera immortale rende questo luogo soave, di una bellezza toccante, eterna, dove il tempo non si è fermato, semplicemente non è mai trascorso.

Articolo di Lara Uguccioni

3 Comments

  • Ada M.

    La storia dei Malatesta è veramente interessante, ho notato che ne hai parlato in diversi articoli, mi hai messo tanta curiosità perchè tutti i castelli sembrano essere collegati tra loro. Molto affascinante Lara!

  • Oscar

    Anch’io sono stato al castello di Santarcangelo, è una vera perla romagnola ed è bello da visitare, ha tanti mobili ed è vero, da la sensazione di essere sempre stato abitato.

  • Super Joe

    Ciao Lara, volevo farti i complimenti per i tuoi racconti, sono sempre stupendi. Parla ancora dei castelli, è molto interessante l’argomento.
    Un abbraccio,
    Joe e Sara

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