Si fa per parlare

Un Viaggio nel terrore a Caccia di Stephen King

C’è chi lo chiama Lo Zio, chi Il Re, chi lo adora a tal punto da avere tutti i suoi 80 libri e più e chi lo odia, tanto da criticarlo ferocemente definendolo “mediocre”. Questo succede quando hai raggiunto un così alto livello di fama mondiale da aver venduto tonnellate di libri ed essere diventato uno scrittore immaginifico e leggendario. Per chi come me è un suo fan accanito da decenni, sa di chi sto parlando. Stephen “Edwin” King anno 1947, nasce a Portland nel Maine, da un ex capitano della Marina Mercantile di origine scozzesi e da una casalinga.

A causa di non ben definiti problemi familiari, un giorno il signor Donald King esce per una delle sue passeggiate e come quando un uomo dice “Vado a comprare le sigarette”, non fa più ritorno a casa. Un’infanzia quindi, difficile quella del piccolo Stephen, la madre è impegnata per quasi tutto il giorno in diversi lavori per mandare avanti la famiglia. Hanno poche cose i King, ma Nellie Ruth non fa mancare mai un pasto caldo ai figli né un’istruzione, infatti Stephen studia letteratura inglese all’Università del Maine. Si appassiona al genere horror fantascientifico già da piccolo, siamo nel 1950 e, complice il cinema di Hollywood, l’esplosione di questo filone è appena incominciata.

A 10 anni Stephen trova dei vecchi libri di suo padre in soffitta, di autori sublimi e maledetti, come  Edgar Allan Poe,  LovecraftRichard Matheson e inevitabilmente se ne appassiona. Il ragazzino incomincia scrivendo nel giornalino scolastico e per le fanzine prodotte in casa dai suoi coetanei, crescendo con due inesauribili passioni che si porterà dietro per tutta la vita: la scrittura e i racconti del terrore.

Tabitha, Stephen e lo sguardo di Carrie

E’ il 1966 e Stephen King si iscrive all’Università del Maine ad Orono nella contea di Penobscot, non lontano da Bangor, una delle principali città dello Stato. Cura una rubrica per il giornale universitario e continua a mandare i suoi racconti alle riviste, con scarso successo. A 22 anni ha già scritto 4 romanzi, ma la considerazione da parte delle case editrici, stenta a farsi vedere, anzi è talmente lontana che, sembra un faro in mezzo all’oceano. Per mantenersi agli studi, il ragazzo lavora sia durante l’inverno che in estate quando, nella biblioteca universitaria conosce Tabitha. Si amano subito e lei è la donna che King sposerà, colei che lo accompagnerà ovunque e che crederà, sempre e per sempre, in lui.

Dopo l’Università tuttavia, le cose si fanno difficili: la precarietà come insegnante, i lavori saltuari e le diverse occupazioni che deve svolgere per mantenere se e la sua giovane moglie, provano molto lo stato mentale di Stephen. Quattro anni difficili passano per la famiglia King, che vedono la nascita di due figli oltre a problemi economici e di salute di uno Stephen depresso e rassegnato, in preda alla dipendenza d’alcoolismo. In ogni caso, lui non smette di scrivere e inevitabilmente, come accade a qualsiasi scrittore dalla penna fatata, dal tormento nascono diversi ottimi racconti, che di lì a pochi anni verranno pubblicati in una raccolta memorabile di narrativa breve dal titolo A volte ritornano.

Cameo di Stephen King e Tabitha in “Knightriders” del mitico G. Romero (1981)

Stephen King

E’ il 1974, modestamente il mio anno di nascita, e anche se lo stesso King non ricorda bene il modo, proprio come un figlio non voluto, nasce Carrie. Questo romanzo è in pratica un racconto lungo, di sole 174 pagine nella edizione tascabile italiana. Parla di una ragazza con poteri di telecinesi, che all’arrivo delle mestruazioni, vittima di bullismo e tormentata dalle compagne di scuola, scatena una terribile forza distruttiva. Stephen non è sicuro della storia, ne della presa che un argomento del genere può fare su un eventuale pubblico, ma Tabitha lo stimola a continuare e a far vedere ad un editore quel manoscritto. E’ il gennaio del 1974 quando la Doubleday, una delle case editrici più importanti al mondo, compra Carrie per 2500 dollari.

L’edizione economica del libro vende oltre un milione di copie portando Stephen King nell’Olimpo degli scrittori horror. Addirittura prima della pubblicazione, la casa editrice riceve le prime offerte per realizzarne una trasposizione cinematografica, che viene diretta nel 1976 da Brian de Palma. Carrie è in realtà un’intensa storia di emarginazione e autocommiserazione, il film ha riprodotto perfettamente l’atmosfera unica e di suspanse attraverso le musiche di un giovane Pino Donaggio. Il libro tratta di uno dei temi ricorrenti che si trovano nei romanzi di King, che ha l’abilità di raccontare un’America di provincia, creatrice di mostri e di disagio.

Stephen King

Bullismo nelle scuole americane, adolescenza difficile, turbe psichiche, queste sono alcune forti tematiche, sempre accompagnate da un abbondante manciata di soprannaturale e terrore. Una curiosità: le stesse tematiche le ritroviamo in Ossessione, scritto quando era ancora al liceo, ma pubblicato solo nel 1977 sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. La trama del libro, quasi come un presagio, ricorda molto il massacro della Columbine High School ed altri eventi simili. Nel saggio My High School Horrors, il Re parla della sua costante paura giovanile di restare solo e non riuscire a relazionarsi con gli altri, a fare amicizia.

Dopo questi fatti di cronaca nera, l’autore accettò che Ossessione, diventato un libro “scomodo”, fosse ritirato dalla stampa per paura che potesse ispirare emulazioni, visto che era già stato associato ad altri due massacri. Ora fuori catalogo ed è un bene che sia così, scrive King in una nota della prefazione a Blaze (2007). E’ comprensibile il suo scrupolo, quello di aver voluto evitare di offrire possibili spunti ad altri squilibrati, pur tenendo presente che non può considerarsi un’opera letteraria causa principale di delitti che hanno radici ben diverse e più profonde nella società.

Stephen King

Ossessione, come quasi tutti i romanzi del Re, è ambientato nella provincia: è infatti nei suoi abitanti che spesso si insinua il seme della violenza, frutto di un sistema chiuso, bigotto e malato. Basta andare indietro nel tempo e ricordare la spaventosa caccia alle streghe, sfociata in delirio e morte nella vecchia Salem del 1692. Lo stesso Stephen nasce in provincia, dove vive una giovinezza difficile, fatta di pregiudizio e arroganza. Non è quindi un caso che le sue storie sono inserite in un contesto così preciso e personale, nelle piccole comunità pronte a distruggerti o ad alienarti. Luoghi familiari anche per noi lettori, dove è facile identificarsi, perchè spesso sono fabbriche di piccoli e grandi disagi che tutti noi, quotidianamente, subiamo.

E’ anche da qui che si vede la genialità dello scrittore, che porta alla luce le storie vissute nella quotidianità della provincia facendoci vedere da dove l’origine del Mostro nasce, sbattendola in faccia al lettore come la cosa più concreta mai esistita. Le trame dei viaggi onirici e deliranti di King non sono a mio parere completamente frutto della sua fantasia, anzi, sono più corporei e malignamente reali della invenzione stessa. Inoltre, una forte attenzione, la sua, alle donne e all’universo femminile presente in America, che riconosco spesso come grande Stato bigotto e chiuso mentalmente, aggressivo, violento soprattutto tra i giovani. Tutti argomenti ancora incredibilmente attuali, trattandosi di tematiche che orbitano intorno ai problemi adolescenziali e alla più temuta delle emozioni: la paura.

“Parliamo, voi e io. Parliamo della paura”

Nonostante la critica l’abbia sempre attaccato, la forza del Re è quella di arrivare, attraverso la sua scrittura originale e diretta, dritto all’animo umano. Il suo è uno stile giovane, popolare, adatto alla massa, insomma magnificamente pop e moderno, capace di catturare il lettore portandolo in un mondo parallelo, fatto di puro orrore e intrigo. Nei suoi libri non sai mai fino alla fine, se il protagonista muore, oppure riesce a salvarsi. Quello che è certo è che, se ci riesce, è a discapito della sua sanità mentale o con perdite enormi che riguardano i propri affetti.

Le paure che racconta King sono le stesse che noi tutti proviamo ogni singolo giorno ed è questo, a mio parere, il segreto del suo successo mondiale. Nella splendida prefazione della raccolta A volte ritornano, il Re fa una domanda all’apparenza facile: Cos’è la paura? Questa emozione viene analizzata da King in modo chiaro, razionale, talmente semplice che è facile identificarsi nei suoi esempi. Racconta che, alla sera, prima di spegnere la luce, lui deve assicurarsi che le sue gambe non sporgano dal letto perchè: ” non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perchè se una mano gelida si protendesse per caso da sotto il letto a afferrarmi la caviglia, potrei anche urlare”.

ph pinterest

Stephen King

Adoro l’ironia di zio King, come esorcizza le debolezze umane, come entra nell’incubo proiettandoci in un inferno di dolore e sofferenza per poi elaborarlo ed uscirne malconcio. E’ esattamente come dice lui: la vita è piena di grandi e piccoli orrori e ciò che fa paura attrae l’essere umano. La “paura divertente” così viene chiamata in psicologia, ci spinge ad entrare nella casa abbandonata, a guardare i film horror, a leggere di tragedie e cataclismi. Pare che così il cervello si rilassi, mettendo in pausa i problemi della vita reale.

Chissà se King ha letto antichi trattati di psicoanalisi perchè c’è un’incredibile affinità tra il suo pensiero riportato in Danse Macabre, saggio scritto nel 1981 e la Psicoanalisi dell’incubo del 1912 del neurologo Ernest Jones. Quest’ultimo parla del significato dell’incubo nel Medioevo, identificandolo con figure come la strega, il vampiro, il licantropo, rappresentazioni del terrore puro. Le stesse figure sono descritte da King nel suo saggio come mostri forgiati dalla mente e dalle “ nostre idee del male più feconde“. “Il buon racconto di orrore danzerà fino al centro della tua vita e troverà quella porta della stanza segreta di cui solo tu credevi di conoscere l’esistenza: come hanno fatto notare sia Albert Camus sia Billy Joel, lo Straniero ci rende nervosi… ma ci piace indossare la sua faccia, in segreto.

Stephen King

Ecco che le paure dei mostri, del paranormale, del metafisico si trasformano nello spavento di ciò che accade nella vita reale. Il timore di non passare un esame, l’orrore della guerra, del terrorismo, dell’instabilità politica ed economica, le paure moderne sono tantissime e si materializzano, incarnandosi in figure spaventose ed inquietanti. Ecco che dobbiamo uccidere il mostro, stanare il vampiro, sparare al licantropo con una pallottola d’argento. Come si fa quindi a non amare lo Zio? Attraverso le sue storie, la scrittura creativa, macabra e ironica allo stesso tempo, aiuta noi piccoli esseri umani a sopravvivere al male supremo dei secoli moderni in cui viviamo. Generoso da parte sua, non trovate?

Stephen King

Quindi se qualcuno dovesse dirvi che ciò che scrive Stephen King è mediocre e dozzinale, parlategli dei tanti film che ha ispirato, del successo mondiale che ha avuto, di tutti gli 80 libri e oltre che ha scritto, dei generi letterari che ha affrontato. Chiudetegli la bocca chiedendogli se conosce la potenza dei suoi inneschi narrativi che fanno arrivare la storia, diritta al cervello del lettore. In On Writing, biografia di un mestiere, dove svela i segreti della sua cassetta degli attrezzi, spiega “cos’è la scrittura” facendo un piccolo esempio come esercizio. King scrive di un coniglio su un tavolo coperto da una tovaglia rossa, dentro ad una gabbia, con un 8 blu disegnato sulla schiena.

Mentre legge, ognuno di noi vede quel coniglio in maniera diversa, la tovaglia è di un rosso acceso per me, mentre per un altro è di color vinaccia. Non avendo descritto nulla in modo minuzioso, la fantasia del lettore corre tra le righe, ma quell’8 blu, ognuno di noi lo vede identico. Ecco su cosa si concentra lo sguardo interiore: su quell’8 di inchiostro blu che ci accomuna, mentre le nostre menti si incontrano su quel particolare che a distanza di anni, vediamo ancora nitido e uguale. Straordinario. Se non è telepatia questa!

Tim Curry in “IT

Darry o Bangor? La città che ha ispirato la penna di King

Per caso ho già detto che adoro Stephen King? Ebbene avevo 14 anni ed ero un’adolescente ribelle e complicata, lettrice onnivora con una predilezione per tutto ciò che parlava di soprannaturale. Non so dirvi come è arrivato in casa mia L’ombra dello scorpione, ma posso assicurarvi che quel libro io l’ho divorato. Parla di un virus che estingue il genere umano e solo adesso mi accorgo di quanto fosse, come un presagio, in anticipo sui tempi. Rimasi abbagliata dalla creatività dello scrittore, non esisteva ancora internet e per conoscere qualcuno, potevi solo leggere i suoi libri.

Quindi comprai Carrie, poi L’occhio del male e ancora Pet Sematary, che mi ha fatto lanciare il gatto fuori dalla porta della mia stanza: credevo fosse tornato dall’oltretomba, quando invece era solo sporco di fango delle scarpe di papà. Finché è arrivato IT, oltre 900 pagine maledette, che mi hanno tenuta incatenata mani e piedi ad una trama che vedevo passare nella mia mente, come un film spaventoso.

Stephen King

E’ stato quello il momento in cui ho capito che le ambientazioni dei libri dello zio Stevie erano tanto importanti per lui quanto per me, giovane lettrice. Erano i primi anni ’90 e quella Derry nel Maine, uno Stato così lontano e sconosciuto, era per me reale e crudele, così come i boschi, le discariche e i cunicoli bui e maledetti. A ispirare King infatti, sono le reali cittadine del Maine, che da veri luoghi di sogno, diventano fantastiche località da incubo.

Ovviamente ci sono state altre cittadine nei suoi libri, come Jelusalem Lot o Castle Rock o il mitico Overlook Hotel, ma Derry credo sia quella più importante e ad ispirarla è Bangor, capoluogo della contea di Penobscot nel Maine. Stephen King la conosce bene, è qui che è nato e che ha vissuto per buona parte della sua vita. In città infatti c’è una grande casa di fronte alla quale, molti fan, ogni anno, si fanno selfie.

Stephen King

Una suggestiva magione rossa in stile vittoriano, con una cancellata a dir poco singolare, decorata con pipistrelli neri e ragnatele. Per anni la famiglia King ci ha abitato, ma poi erano veramente troppi i turisti curiosi che disturbavano, così ora si sono trasferiti altrove.  William Arnold House però è ancora lì e diversamente da come pensano in molti, è una magione originale risalente alla metà del 19° secolo. Fu la prima casa ad essere costruita in quella zona, tra il 1854 e il 1856, composta da 24 stanze. Girava voce fosse infestata dal fantasma del Generale Webber, che morì nella villa un secolo prima che i King vi si insediassero, nel 1980.

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Stephen King

Sempre Bangor ha ispirato la cittadina di Ludlow dove si svolge il romanzo di Pet Sematary, uno dei miei preferiti del Re dell’incubo. A 15 minuti dalla città infatti, si trova la casa dove King scoprì un cimitero di cuccioli ideato da alcuni bambini. Si trovava lì in vacanza con la famiglia e proprio quel luogo ispirò il romanzo del 1983. Ellsworth, ancora a 30 miglia a est, è dove gran parte del film venne girato, mentre la casa dove si svolsero i fatti è ad Hancock, lì vicino. Sempre a 10 minuti da Bangor c’è il cimitero dove venne girata una scena del film del 1989 Pet Sematary e dove lo stesso King interpretò un piccolo cameo, come è solito fare nelle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri.

Stephen King

Bangor con i suoi dintorni ha ispirato romanzi interi, come quel piccolo tratto di terra che si trova poco fuori città, coperto di sterpaglia ed alberi, che nel libro vengono chiamati i Barrens. Qui si trova la discarica, la cava e diverse stazioni di pompaggio delle fognature dove è nascosto il diabolico clown. E’ tra questa folta vegetazione che viene ambientato IT, uno dei libri più amati dai fan dello Zio, dove protagonisti sono una banda di indimenticabili ragazzini chiamata Losers, perdenti. Io i Barrens li ho visti, in quei boschi ci sono stata e da fan del mitico King, come è giusto che sia, in quei luoghi non mi sono sentita affatto a mio agio. Non poteva essere diversamente, non credete?

Paolo esplora i Barrens in cerca di IT

Stephen King

Darry comparirà in altre opere di King in periodi narrativi temporali differenti: Insomnia, Mucchio d’ossa, L’acchiappasogni, Le creature del buio, L’uomo in fuga. Nel capolavoro recente 22.11.63, viene citata la cittadina quando Jake Epping, proiettato nel passato con la missione di salvare JFK dall’attentato di Dallas, passa da Derry nel settembre del 1958, periodo in cui i Perdenti hanno già sconfitto It per la prima volta. Le parole di Jake: “C’era qualcosa di sbagliato in quella città, e credo di essermene accorto dal primo momento”. Lo trovo geniale, come la scelta dei tanti altri luoghi sparsi per gli Stati Uniti che hanno ispirato la penna insanguinata del nostro Stephen King. A guidarlo da sempre nella scrittura sono la sua vita, le sue esperienze, i suoi incubi; l’immaginazione suprema del Re dell’horror è pura creatività ed è proprio questo ha infastidito molti critici e letterati.

Su di lui ha infatti sempre pesato il pregiudizio, lo stesso di cui spesso parla nelle sue storie. Il pregiudizio è per essere uno scrittore horror, genere letterario considerato di serie Z. Credenza quella che lo vede raccontare storie orribili e scritte male, cosa che dubito fortemente dato che i suoi libri, diventano spesso dei best sellers. Sono certa che questa fissazione sia data solo dall’invidia, dato che Stephen King ha dal lontano 1974, un indiscutibile, strepitoso, sfavillante, enorme successo letterario. Come spesso accade agli scrittori che vendono milioni di copie, un piccolo esempio J.K. Rowling, sono capaci di parlare a tutti, quindi per molti, King sta parlando troppo facile. Ma la verità è che lo Zio Steve è un formidabile narratore, sa raccontare vicende fantastiche facendoti sentire parte di esse, e non solo.

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Stephen King

Quando leggi i suoi libri, non vuoi somigliare al “bellone” della storia, ma anche tu vorresti essere uno di quei perdenti che popolano i suoi racconti. Lo Zio ti prende per mano, ti accompagna, ti parla all’orecchio con calma, come se fossi suo nipote, facendoti dimenticare il mondo che hai intorno. E’ così che ogni singola pagina pare prendere consistenza, diventando reale scoprendosi viva e concreta, facendoti sentire parte di essa. Trovo geniale la sua mente, corporea la paura che instilla, magnifico il linguaggio che usa e se la scrittura, come ho sempre pensato, è magia, allora Stephen King è il mago, o come dice la giornalista Loredana Lipperini in un suo articolo, “il più abile di tutti i maghi”.

Articolo di Lara Uguccioni

Fonti e citazioni:
– stephenking.it
– stephenking.com

stephenkingonly.blogspot.com
On Writing, autobiografia di un mestiere” titolo originale “On Writing: A Memoir of the Craft” – anno prima pubblicazione 2000
A volte ritornano titolo originaleNight Shift” – anno prima pubblicazione 1978
22/11/’63anno prima pubblicazione 2011

7 Comments

  • Libera

    Davvero una lettura interessante! Ho letto molto di King, soprattutto quando ero ragazzina. Ne hai delinato un ritratto davvero appassionato.

    • lara_uguccioni

      Lo adoro Libera, è uno dei miei scrittori preferiti e forse ne parlo con troppa passione… mi ha accompagnato veramente per anni, dall’adolescenza fino adesso.

  • sara bontempi

    Ma che bello questo articolo sul mio scrittore preferito, davvero complimenti, non si poteva scrivere di meglio su King! Io lo seguo da quando a 15 anni trovai per caso un suo libro nella libreria dei miei genitori, che non sapevano nemmeno di avere! E’ stato amore subito e ora che ne ho 42 di anni ho letto tutta la sua bibliografia, alcuni ibri anche due volte, ho anche dei tattoo in suo onore, lui che mi ha accompagnato per la maggior parte della mia vita!

    • lara_uguccioni

      Finalmente ho trovato una vera “seguace” dello Zio! Non ci potrai credere, ma anche io come te, a 14 anni ho trovato tra i libri di mia mamma, l’Occhio del Male… da lì li ho letti tutti. King ha inevitabilmente condizionato i miei gusti letterari e cinematografici e la passione per il “paranormale”, che già c’era, è sfociata in tutto il suo splendore. Che dire di più … lunga vita al Re!

    • Veronica

      Mi sono avvicinata ai lavori di King dall’anno scorso spinta da mio marito, collezionista dei titoli del re dell’horror. Sono d’accordo che ci siano molti pregiudizi sui suoi libri proprio per le trauma e l2 paure che può scaturire e invece è una penna fantastica che non tralascia nessun dettaglio importante fuori.

  • Marina

    Come si fa a non adorare Stephen King? Anche se non ho letto proprio tutti i suoi libri, opere come 22.11.63, il miglio verde, la tempesta del secolo o the dome sono davvero rientrano tra i miei libri preferiti di sempre!

    • lara_uguccioni

      Io Marina sono una sua grande fan, si capisce vero?! Mi ha accompagnato nella vita, il primo suo libro l’ho letto a 13 anni! E’ un mito per me che adoro la fantascienza e l’horror “vecchia maniera”.

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