Si fa per parlare

Segreti e misteri del Mago di Oz, capolavoro o maledizione?

Era il 1939 quando in una cittadina a 200 chilometri da Milwaukee, nelle sale dell’Orpheum Theatre, venne proiettato per la prima volta The Wizard of Oz, tradotto per l’Italia con Il Mago di Oz. Quando la Metro-Goldwyn-Mayer acquistò i diritti sul libro di L. Frank Baum, il primo di 14 volumetti, già sapeva che sarebbe diventato un successo. La casa cinematografica infatti non badò a spese nella realizzazione del kolossal producendo uno dei primi film in Technicolor, un rivoluzionario processo brevettato per la creazione di pellicole a colori. Una produzione da quasi 3 milioni di dollari, effetti speciali rivoluzionari, musiche e canzoni meravigliose, scenografie mai viste prima insomma nulla venne lasciato al caso. Oltrepassando i confini cinematografici, Il Mago di Oz è ricordato e conosciuto anche per il merchandising che ne derivò e che, ancora oggi, vi assicuro che impazza nei negozi di Hollywood Boulevard.

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Eppure dietro al kolossal che più ha affascinato sia i ragazzi che il pubblico adulto, c’è una storia alquanto misteriosa e a tratti raccapricciante, che fa di questa pellicola disincantata un vero e proprio horror movie. Siamo ad ottobre e sto facendo il conto alla rovescia dei pochi giorni che mancano ad Halloween, la notte più “terrificante” dell’anno. Perchè quindi non parlarvi degli incidenti, abbandoni, morti, tragedie grandi e piccole che sono avvenute durante le riprese del kolossal, all’apparenza dedicato ai più piccoli, ma che dietro le quinte nasconde da quasi 100 anni il lato oscuro della fama, entrando di fatto nella schiera dei “film maledetti”.

Se continuate la lettura sappiate che da ora in poi, quando vedrete sullo schermo Dorothy cantare saltellando sulla strada di mattoni gialli, invece di sorridere potreste rimanerne spaventati. Intonerete Over the rainbow con meno leggerezza, penserete allo spaventapasseri e all’uomo di latta con una punta di dispiacere e i Mastichini, li guarderete con occhi diversi, ve lo assicuro. Per non parlare della strega cattiva che improvvisamente diventerà buona, trasformandosi nel vostro personaggio preferito. Ebbene sì, this is Hollywood!

It’s a twister! It’s a twister!

La trama del Mago di Oz è nota a tutti. La scena iniziale si apre in una fattoria del Kansas dove la piccola Dorothy vive con i suoi zii Emma ed Henry. La ragazzina possiede un cagnolino, Toto che per l’ennesima volta si mette nei guai mordendo la signorina Almira Gulch, un odiosa zitella che con il benestare dello sceriffo, si reca alla fattoria a prendere il cagnolino per abbatterlo. Dorothy chiede aiuto agli zii che poco possono fare, così decide di fuggire con Toto per salvarlo da una brutta fine. Durante la ricerca di un mondo migliore dove vivere, la ragazzina incontra un mago che la convince a fare ritorno a casa. Però, mentre Dorothy torna sui suoi passi, ecco che all’orizzonte arriva un tornado.

La scena che segue la ricordo alla perfezione e ogni volta che sento parlare di uragani e trombe d’aria, si para davanti ai miei occhi la piccola Dorothy che cerca di mettersi in salvo. Da piccola mi ha talmente colpito che ancora mi capita di sognare quella incredibile scena, estremamente realistica. Siamo nel 1939 e al tempo gli effetti speciali si realizzavano grazie alla sola fantasia e all’ingegno umano. Il set è stato costruito in un teatro di posa e il tornado non era altro che una calza di mussola ancorata ad un carrello movibile, fatta volteggiare in modo estremamente realistico, tra una serie di edifici in miniatura. Geniale vero?

Non a caso, lo scenografo Arnold Gillespie ha ottenuto un Oscar per i meravigliosi effetti speciali realizzati. Chissà, forse è stato proprio in quel momento che ho deciso di studiare scenografia all’Università.

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Tornando alla storia, è così che ha inizio il viaggio di Dorothy e Toto in una terra incantata dove tutto è possibile. La ragazzina infatti, si ritrova a volteggiare dentro all’uragano con la sua casetta e il fedele Toto. Una volta atterrata si apre davanti ai suoi occhi un mondo magico e colorato: è il Regno di Oz. Nella storia si susseguono streghe cattive dell’Est e dell’Ovest, uomini di latta, spaventapasseri, leoni, streghe buone del Sud e tutti i vari abitanti di questo universo. Per ultimo, ma solo per ordine di apparizione, è il Mago di Oz, citato per tutto il film come un uomo saggio e influente, colui che può avverare ogni desiderio.

In realtà le cose andranno diversamente, ma è da lui che Dorothy vuole andare, alla città di Smeraldo, per chiedere al grande mago di poter ritornare in Kansas, perchè “non c’è niente di più bello della propria casa”.

Brucia, la strega brucia!

Tutti conoscono film e remake, libri, musical e canzoni del Mago di Oz, ma in pochissimi sono al corrente dei retroscena del film. La produzione, particolarmente travagliata a causa dei numerosi incidenti e ritardi che resero difficili le riprese, si rivelò rigida e feroce con tutte le maestranze. Alla sceneggiatura si dedicarono più autori, circa una dozzina che di frequente riscrivevano le scene anche il giorno prima di girare. Così facendo mandarono il già disagiato cast in confusione, provato anche dal fatto che diverse personalità di Hollywood si susseguirono alla regia, ognuna con la propria idea di progetto. Dietro alla cinepresa passò Richard Thorpe, famoso per Il ritorno di Lessie e Ivanhoe, che completò la maggior parte del film.

Quando però uscì dalla produzione gli susseguì LeRoy di Quo Vadis? che cancellò tutto il suo lavoro, ritenendolo non adatto ad un pubblico di ragazzi. Bisogna pensare che nel 1939 il cinema non è ancora il regno dei registi, quindi la produzione poteva sostituire chiunque e in qualsiasi momento. Fu la volta del regista teatrale George Cuckor che se ne andò dopo pochi giorni per girare Via col vento. Il caso volle che entrambi i kolossal, girati quasi contemporaneamente, vennero completati dal regista Victor Fleming. Questo diresse il Mago di Oz per quattro mesi, arrivando quasi fino alla fine delle riprese. Il prologo e il finale invece furono affidati a King Vidor, dato che Fleming era impegnato sul set con Rossella O’Hara e la sua ossessione romantica per Ashley.

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Chi comandava all’epoca ad Hollywood erano i produttori, cioè coloro che avevano denaro e mezzi per far funzionare la macchina del cinema. L’unico scopo era quello di aumentare il proprio prestigio, senza badare a spese: ci vollero infatti vent’anni prima di riavere indietro i due milioni e settecentomila dollari spesi per Il Mago di Oz. Ovviamente poco interessava ai produttori che sfornavano in media 40 film l’anno, ignorando completamente i diritti dei lavoratori e le regole della sicurezza sul set. Uno dei miei personaggi preferiti è la terribile Strega dell’Ovest interpretata dalla bravissima Margaret Hamilton.

Inizialmente l’attrice fu felice di prendere parte al film, essendo una grande ammiratrice dei libri di Frank Baum. Dichiarò tuttavia anni dopo, che le sarebbe piaciuto interpretare qualche altro ruolo. Pensava infatti che la parte della strega malvagia non le si addicesse affatto, e rimase molto male quando LeRoy gliela assegnò. Personalmente la trovo perfetta come Strega dell’Ovest per la sua particolare fisicità, ma soprattutto perchè la Hamilton ha una mimica facciale incredibile. Sa rendere la strega spietata e straordinariamente malvagia, bellissima nella sua perfidia. Nella versione originale, la voce caratterizza il personaggio al massimo: io le avrei dato un Oscar solo per la risata malefica, una delle più belle e copiate della storia di Hollywood.

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Non è però solo il ruolo sgradito a dare problemi all’attrice, il trucco di scena, fatto con polvere di rame, le procurò reazioni allergiche continue, mentre il suo costume, come quello dei colleghi, si rivelò una vera trappola. Era imbottito di paglia e non poteva toglierselo senza spargerla ovunque, doveva essere continuamente aiutata anche per andare in bagno. Gli attori all’epoca lavoravano 6 giorni su 7, dalle 4 o 5 di mattina alle 8 di sera, quindi era un vero incubo indossare il costume, corredato tra l’altro da un cappello pesantissimo. Il trucco le permetteva di ingerire solo liquidi, tanto alla strega quanto ad altri attori in costume, ma questo è niente paragonato a cosa le accadde. La Hamilton purtroppo rimase vittima di ustioni gravi durante una ripresa, che le portò importanti conseguenze fisiche.

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Era il 23 dicembre, ed in programma vi era la realizzazione della scena in cui la malvagia strega dell’Ovest lascia la terra dei Mastichini, avvolta in una vampata di fuoco. Era un effetto speciale creato con polveri incendiarie, che il regista volle ripetere due volte per assicurare la perfezione della scena. Il fuoco venne innescato troppo presto, la Hamilton non ebbe tempo di scappare e la strega bruciò sul serio. Fu così che l’attrice si trovò con gravi ustioni alle mani e alcune meno serie al viso. Le truccatrici, poco esperte di pronto intervento, prima dell’arrivo dell’ambulanza le tolsero il trucco con dell’alcool. Lascio solo immaginare il dolore che la Hamilton provò. Tornata a lavorare dopo 20 giorni di ospedale, le ustioni erano ancora ben visibili soprattutto sulle mani, così dovette indossare dei guanti verdi per le scene restanti.

Raccapricciante la consonanza della strega che brucia con la fine che realmente fecero le donne accusate di stregoneria nei secoli passati. Il pensiero mi mette una sorta di brivido interiore e può darsi che, tra lustrini e stelle, questo film non è solo da considerarsi come una fabbrica di icone, vedi le scarpette rosse di Dorothy o la strada di mattoni gialli. Forse, e dico forse, il Mago di Oz è realmente terrificante. Anche se non credo alla storia della maledizione, penso però che le energie negative siano state attirate eccome su ogni personaggio che ruotava sul set, da atti di cattiveria pura e parecchie scelte infauste.

L’uomo di latta, lo spaventapasseri e il leone

Non fu facile scegliere alcuni dei personaggi principali, soprattutto quelli che dovevano accompagnare Dorothy lungo il viaggio verso la Città di Smeraldo. La produzione decise di assumere Ray Bolger come Uomo di Latta e Buddy Ebsen nel ruolo dello Spaventapasseri. I due attori, pur interessati a partecipare al film, non erano convinti del personaggio affidatogli e chiesero a LeRoy di potersi scambiare di ruolo. Così fu e l’inversione si rivelò vincente, consentendo a Bolger di mostrare su pellicola le sue doti di ballerino di tip-tap. Stessa buona sorte non toccò a Buddy. Dopo quattro estenuanti settimane di prova costume, alla prima prova trucco il suo viso venne ricoperto da una polvere di alluminio portandolo ad una crisi respiratoria causata da una grave reazione allergica.

Dopo aver inalato la sostanza si innescò in lui una condizione bronchiale congenita. La polvere depositatasi nei polmoni fece sì che Ebsen, dopo pochi giorni dalle prove fotografiche, si trovò a lottare per respirare. Ricoverato in ospedale per 2 mesi dovette, a suo malgrado, abbandonare il cast. Arrivò a sostituirlo Jack Haley. Il trucco venne quindi riprogettato, ma la produzione si guardò bene dal dire al nuovo attore il perchè della sostituzione. Sul volto dell’uomo di latta infatti, venne utilizzata una particolare pasta traslucida avente ancora, tra gli ingredienti, la polvere d’alluminio, anche se in misura nettamente inferiore. Questa causò comunque una grave irritazione agli occhi che Haley si portò dietro fino alla fine delle riprese.

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Furono centinaia i professionisti coinvolti in piccoli e grandi problemi, maestranze e attori che rischiarono la vita ogni giorno su quel maledetto set. Pur di non essere licenziati lavoravano duro ogni giorno, arrivando alle 4 della mattina, per andarsene solo dopo l’ora di cena. A causa degli enormi riflettori, la temperatura nel teatro di posa sfiorava i 40 gradi, così che gli attori, ognuno con un proprio costume, erano costretti a sostenere stress e fatica fisica inumane. Il leone codardo, che inizialmente Mr. Mayer, il capo dei capi, voleva fosse un vero animale, era interpretato da Bert Lahr. Il suo costume pesava 45 chili e due persone erano addette ad asciugarlo ogni giorno. Visto il suo peso e la temperatura sul set, il povero attore sudava tantissimo.

Per molti di loro era impossibile mangiare per tutto il giorno, lo Spaventapasseri aveva un costume di paglia ed una maschera di plastica che non poteva togliere. Questa diventava davvero soffocante nel calore del set e alla fine di tutte le riprese, parte del motivo della maschera gli rimase impresso come un tatuaggio sul mento e agli angoli della bocca, lasciandogli addosso il sorriso eterno del suo personaggio. Raccapricciante tanto quanto un vecchio film dell’orrore.

L’uomo di latta non poteva nemmeno sedersi, si riposava su di una speciale panca inclinata dove, dalla stanchezza, riusciva anche a dormire. Per la parte di Toto si scelse Terry, una cagnolina già star di Hollywood, con una retribuzione fissa di 125 dollari a settimana, molto più dello stipendio dei nani. Alla piccola le fu pestata una zampa da una comparsa, sicuramente per dispetto, cosa che le costò uno stop di due settimane intere. Judy Garland si era affezionata tantissimo a Terry/Toto tanto che voleva tenerla con se, ma il proprietario rifiutò.

Il mastichino impiccato

A proposito del “dietro le quinte” del Mago di Oz si potrebbe scrivere un libro intero, e qualcuno probabilmente lo avrà già fatto. Ciò che è sicuro è che anche nei libri scritti da Baum, i retroscena controversi appaiono chiari. In molti sanno che lo stesso scrittore non era, per così dire, un fan dei nativi americani. Fa discutere un editoriale da lui pubblicato sul massacro di un gruppo di Lakota da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America, avvenuto durante i conflitti Sioux nella valle del torrente Wounded Knee. Era il 1890 circa e il suo articolo risultò decisamente razzista, anche per l’epoca severa e retrograda in cui venne pubblicato. La sua idea chiaramente estremista non lasciava nulla all’intuizione. Secondo lui i nativi dovevano “essere spazzati via dalla faccia della Terra” e questa idea radicale si riscontra anche nel libro.

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Uno dei riferimenti più controversi è quello nei confronti degli afroamericani, che nell’opera vengono trasformati in scimmie alate. Il libro è anche ricco di episodi violenti che poi, nella pellicola, sono stati modificati per non infastidire gli spettatori. Insomma un’opera apparentemente ingenua e dedicata ai bambini, pare sia invece piena di messaggi anti-immigrazionisti e decisamente crudeli. E’ però vero che, interpretare in modo politico un libro per bambini risalente al 1900, è come camminare sugli specchi.

Prima di addentrarci in discorsi fin troppo complicati, torniamo alla nostra favola horror ed in particolare ai Mastichini, the Munchkins nell’originale, ovvero gli abitanti del Regno di Oz. Durante le riprese gli studi della Metro Goldwin Mayer si riempirono di centinaia di bambini e nani provenienti da tutti gli States. Siamo nel 1939 e molti degli attori che interpretavano i Munchkins erano fuggiti dalla Germania nazista e non parlavano inglese, vennero così doppiati nella pellicola. Altri avevano dubbie origini, al tempo non si chiedeva certo il curriculum alle comparse.

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Sottopagati e spesso sotto l’effetto dell’alcool, il piccolo popolo si rivelò essere una presenza assai molesta, soprattutto per la giovane Judy. L’ex marito della star afferma nel suo libro, che l’allora attrice sedicenne venne ripetutamente molestata sul set da diversi munchkins. Alcuni avevano più di 40 anni e con disinvoltura mettevano le mani sotto il vestito della ragazzina. Il comportamento indecente, le scorribande goliardiche e l’eccesso di alcolici rendevano spesso le riprese difficili da gestire. Mettiamoci anche che questi attori venivano pagati un terzo del cane Toto, è palese che negli studi della MGM l’astio era palpabile, passatemi la freddura.

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Si narra di una macabra leggenda metropolitana avvenuta sul set che riguarda proprio un Mastichino. In seguito ad un licenziamento in tronco, uno degli attori decise di suicidarsi sul set. Nella scena in cui Dorothy, lo Spaventapasseri e l’Uomo di Latta si dirigono verso il percorso di mattoni gialli, si vedrebbe infatti la figura di un uomo impiccato sullo sfondo tra gli alberi. Dopo il restauro del film la voce venne ovviamente smentita. Nella scena modificata lo strano oggetto simile a un nano che si impicca, pare essere in realtà un grosso uccello. Ma di leggende sul film ce ne sono a decine, vere o false che siano non c’è dato sapere purtroppo. Il bilancio del kolossal è quindi di un attore avvelenato, una strega ustionata, alcune comparse e un cane feriti, un nano morto.

E poi registi cacciati, un’attrice traumatizzata e un regista megalomane che ha mollato tutti in mezzo ad un’orda di nani ubriachi per andare via col vento verso Tara. E non vi ho detto della neve sul campo di papaveri: era amianto in polvere e a vederla oggi mette i brividi. Tutto questo avrebbe dovuto rendere il film un flop, invece Il Mago di Oz è diventato un kolossal e di quelli indimenticabili.

Yellow Brick Road: dolce Judy, non seguire il sentiero dorato

Il cast del Mago di Oz conta veramente tantissimi attori e comparse, ma la protagonista indiscussa rimane Judy. Per il ruolo erano in lizza due pesi massimi hollywoodiani: Judy Garland di 16 anni e la piccola Shirley Temple di 10. Venne scelta Judy, perchè la sua estensione vocale era di gran lunga migliore, oltre al fatto che la Temple aveva un contratto vincolante con la 20th Century Fox. Così come per gli altri attori scelti, anche per Judy non fu da subito vita facile. Fleming era una persona irascibile ed autoritaria, così come Mr. Mayer e la ragazzina, pur essendo fantastica, era considerata troppo grande per la parte. Per sembrare più piccola, Judy indossava uno stretto corsetto contenitivo. Nelle scene in cui non venivano ripresi i suoi piedi, la ragazza aveva delle pantofole per riprendersi dal dolore di quelle scarpette troppo strette per lei.

Sottoposta a diete ferree le proibivano di mangiare dentro e fuori dal set, la nutrivano di solo caffè, brodo di pollo e diversi tipi di droghe. La Garland, costretta dalla Metro Goldwyn Mayer, assunse infatti un grande quantitativo di anfetamine per evitare l’aumento di peso. Ebbene sì, ad Hollywood quelli erano anni in cui gli attori contavano meno di zero, era facile sostituirli perchè erano tanti e, a tutti i costi, cercavano fama e successo. Anni di abusi mai denunciati, di eccessi e sregolatezze nascoste, anni in cui era importante solo raggiungere la notorietà, ad ogni costo e con ogni mezzo. Questo Judy Garland lo capì molto presto. Lo stress psicologico a cui fu sottoposta durante le riprese del Mago di Oz la portò ad abusare di barbiturici, dati regolarmente dalla sua tutrice, sino a diventarne, con il tempo, dipendente.

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Si leggono molte storie sull’argomento, riportate nelle biografie della Garland e in diverse interviste a chi le era più vicino in quelle settimane. Hollywood non era affatto un sentiero dorato dove i desideri diventavano realtà, per nulla scanzonato e scintillante come volevano farlo apparire. Le giovani ragazze, indipendentemente dalla loro età, venivano sottoposte a diete rigide e licenziate se prendevano peso. Era una prassi quella di passare nell’ufficio del produttore di turno, che, non di rado, abusava di loro anche fisicamente. E’ successo a Judy Garland, alla piccola Shirley Temple, alla dolce Merylin Monroe e a tante altre donne che non hanno avuto il coraggio di parlare. Vittime sacrificali che lo spietato mondo di Hollywood ha preteso in cambio della tanto desiderata fama eterna.

Una certa tristezza mi pervade leggendo le biografie delle grandi stelle del cinema hollywoodiano. Antologie come Hollywood Babilonia di Kenneth Anger, dove si raccontano aneddoti raccapriccianti e terribili sul conto di centinaia di divi, sono rivelatrici e rimettono tutti coloro che osannano lo star system con i piedi per terra.

Oltre l’arcobaleno

Tra icone senza tempo come scarpette rosse, streghe dalla pelle verde e strade dorate da percorrere solo per trovare un pò di coraggio, ciò che si ricorda di più del Mago di Oz, girato 84 anni fa, è sicuramente la canzone che i produttori volevano cancellare: Over the rainbow, oltre l’arcobaleno. Un brano che ha fatto sognare generazioni intere, che sa ciclicamente tornare alla ribalta cantato alla tv, sui balconi durante la quarantena, sui social e da un artista hawaiano che ne ha fatto una hit da pelle d’oca. Nel 2001 è stata eletta “canzone del secolo” dalla Recording Industry Association of America, ma non c’era bisogno di un riconoscimento ufficiale per dichiararne immortale la poesia immaginifica che suscita.

Era il 1939. L’America era ancora attanagliata dalla Grande Depressione, iniziata quel maledetto giovedì nero del 1929, quando il crollo della Borsa di Wall Street creò il panico. La nazione in crisi stava affrontando la paura e la povertà da troppo tempo e fu così che il popolo necessitava di un’unica cosa: la speranza. Ecco che una canzone come Over the rainbow, cantata da una voce sublime di fanciulla e accompagnata da archi angelici, poteva fare la differenza. Il tutto racchiuso in un kolossal mozzafiato dall’aria sognante e scanzonata, dedicato ai più piccoli. Il pacchetto intero si rivelò la carta vincente. In una delle scene più belle di sempre, Dorothy canta con gli occhi al cielo, una voce melodiosa, un viso perfetto e pieno di speranza, la canzone che farà piangere l’America intera. Sullo sfondo una fattoria americana simbolo di lavoro, fatica e di famiglia.

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Patriottismo mediatico, unità, fiducia, sogni che si avverano erano gli ingredienti giusti per trasportare lo spettatore fin sopra l’arcobaleno. E ancora un viaggio, quello di Dorothy che affronta una sfida, dove tra mille peripezie, nuove amicizie, streghe cattive e fate buone, trova la via per tornare a casa. Una struttura narrativa impeccabile quella dell’eroe che combatte il male e vince. Il Mago di Oz non poteva essere accolto se non a braccia aperte, grazie al potere dell’immaginazione dato da una canzone con un messaggio potente e universale. Uno stereotipo che funziona ancora a quanto pare, perchè oggi Over the rainbow è una delle melodie più amate, copiate, cantate e mixate dell’intero pianeta Terra.

E dire che stava per essere scartata, perchè considerata dalla produzione della MGM troppo lunga e toglieva il ritmo al film. Scritta da Harold Arlen con testi di Yip Harburg ha una eccessiva somiglianza all’opera di Pietro Mascagni chiamata Guglielmo Ratcliff, che non le ha però precluso l’ingresso nell’olimpo delle icone immortali. Over the rainbow diventerà negli anni anche una sorta di inno del movimento gay, seguendo il destino della stessa attrice, sin da subito considerata una vera e propria madrina LGBT. Stereotipo, creata al solo scopo di avere successo, popolare, stucchevole, retorica, fate come vi pare, Over the rainbow è una delle canzoni a cui sono legata più belle di sempre.

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Ebbene sì, è uno dei brani che mi fa ancora vedere quel sentiero dorato che voglio percorrere, mi porta in un mondo di colori in cui voglio rifugiarmi, lasciando fuori le difficoltà della vita. Perchè non sognare quindi e riaccendere quella fiammella di speranza di cui tutti abbiamo bisogno, anche solo per il tempo di una canzone. Cara Dorothy canta per me di sogni e di uccellini blu, di desideri espressi sopra una stella cadente, di problemi che scompaiono come gocce di limone. “Ci sono i sogni che hai osato fare, perchè non posso io?”. Fatemi sognare un mondo fatto di arcobaleni e lucine colorate, di mattoni gialli e streghe buone, di amici senza coraggio e testa, di uomini che vogliono un cuore.

E’ proprio lassù che mi troverai, sulle cime dei camini, o forse ancora più su, da qualche parte sopra l’arcobaleno.

Articolo di Lara Uguccioni
Dedicato a Mauro, un amico con cui parlare, che durante una passeggiata mi ha dato spunto per scrivere di questa controversa pagina di storia americana. La nostra conclusione è stata che a entrambi importa poco se questa storia è passata di moda, se è pomposa e sdolcinata, oscura e un pò malvagia. Noi amiamo la Terra di Oz così com’è e portiamo la piccola Judy nei nostri cuori ora e sempre. E che speranza sia, over the rainbow, più su dell’arcobaleno e oltre.

Siti e testi di riferimento:
wikipedia.org
youtube

Hollywood Babilonia di Kenneth Anger

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Sara Slovely.eu
7 mesi fa

Quante volte ho visto questo film da piccola! Recentemente avevo letto qualcosa sul “dietro le quinte maledette” di questo film. Ma soprattutto mi ha colpito la storia di Judy Garland, rappresentata magistralmente da Renée Zellweger nel film Judy del 2019.

Sara Bontempi
7 mesi fa

Due considerazioni: la prima è che la prossima volta che mi capiterà di rivedere il Mago di Oz, lo guarderò con occhi molto diversi.
La seconda è che secondo me, dovrebbero lavorare ad un reboot con gli effetti speciali del giorno d’oggi, cercando però di mantenere la magia che scaturiva il cult che ci ha cresciuto.

Libera
Libera
7 mesi fa

Mi piace scovare curiosi aneddoti e restroscena su personaggi, libri e film, dunque ho letto con molto interesse il tuo approfondimento sul Mago di Oz. Molti degli aspetti che ci hai svelato non li conoscevo.

Valentina
7 mesi fa

Ricordo che quando da bambina ho visto per la prima volta il mago di Oz sono rimasta da una parte affascinata dalla storia e dall’ altra terrorizzata da alcune scene che in effetti ricordano più un horror che un film per famiglie. L’ho rivisto da grande ma ammetto che non riesco a scrollarmi di dosso quelle sensazioni.

Paola
7 mesi fa

Devo farti una confessione: non ho mai visto Il Mago di Oz!
E, dopo aver letto il tuo articolo, sono un po’ più convinta di doverlo provare!

Annalisa Spinosa
7 mesi fa

Sono l’unica al mondo a non aver ne letto ne mai visto Il mago di Oz. E’ una storia che non mi ha mai affascianto nemmeno da bambina, quando era addirittura un cartone animato passato su Mediaset. Ho letto però con molto trasporto il tuo articolo e ho visto la storia in un’altra prospettiva. Forse è il caso di dargli un’altra opportunità, da adulta magari riuscirei ad appassionarmi.

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