immagine di copertina articolo Route 66
Si fa per parlare,  West Coast

Route 66, storia di una leggenda americana

E’ la strada più famosa d’America, quella sognata da tutti gli spiriti ribelli, da chi un tempo voleva fuggire da una vita che gli stava stretta, o per chi voleva solo provare l’emozione di un’avventura. Ora, nel ventunesimo secolo, è un simbolo e un’icona della cultura pop che ispirò e lo fa ancora oggi, canzoni, film e libri. Entrata nella cultura di massa ha dato il nome ad aziende, compagnie di benzina, profumi, linee di jeans. Oggi come ieri, la Route 66 soprannominata anche la Grande Via Diagonale, il Corso d’America, La Highway, è la strada più amata dai viaggiatori di tutto il mondo, sia per la fama che per la bellezza del suo percorso.

“Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West.
Dovevo andare.”

Jack Kerouac

Indice

L’inizio di una leggenda

mappa della Route 66

Il sistema americano delle principali rotte interstatali è un pò complicato. La maggior parte delle strade che lo compongono è denominata da un numero a due cifre che fa seguito a un criterio geografico nato alla fine del 1920. Le strade che seguono un andamento nord-sud hanno numeri dispari, che incrementano procedendo da ovest verso est; le arterie est-ovest hanno invece un numero pari che incrementa da sud verso nord. A regola esiste qualche eccezione: nella fattispecie infatti non esistono ne una I-50 ne una I-60, così come non sono stati assegnati i numeri pari tra 46 e 62. Era il 1925 e in tutta questa “confusione”, due imprenditori di Tulsa in Oklahoma e Missouri, fecero pressione al Governo per la creazione di un percorso che andasse da Chicago e Los Angeles.

Fin dall’inizio fu chiaro che si intendeva collegare la US 66 alle strade principali delle comunità rurali e urbane per le ragioni più pratiche. La maggior parte delle piccole città infatti, non aveva accesso all’epoca a nessuna importante arteria nazionale. La designazione numerica 66 fu assegnata alla rotta Chicago-Los Angeles il 30 aprile 1926 a Springfield, Missouri dove ancora si vedono le tracce della via in alcune strade del centro città. Sebbene fu completamente asfaltata solo nel 1938, la Route 66 iniziò subito il suo servizio per i viaggiatori nonostante la controversia sul numero 60 creatasi con il  Kentucky. Infatti la Route 60 originale cambiò prima in 62 e poi in 66 nella versione finale del piano, approvata l’11 novembre 1926. Questo per dire che la Route 66 ha la bellezza di 97 anni!

foto sulla strada

Route 66

Il capolinea orientale si trova nella città di Chicago, Illinois, quello occidentale a Los Angeles, California, precisamente sul molo di Santa Monica. Adagiata in parte su strade già esistenti, la Route 66 fu costruita in segmenti, spesso discontinui e non fu interamente asfaltata fino al 1938. Il percorso originale fu ufficialmente commissionato per un totale 3.940 km. circa, ma venne cambiato spesso, per non passare troppo vicino alle città. Sta di fatto che a metà degli anni ’30, la Route 66 era già chiamata la Main Street of America. Infatti, proprio come era nei piani dei suoi fondatori, collegava realmente molte città da un capo all’altro degli States. Fedele alla lungimiranza dei promotori, il traffico sulla Route aumentò già dal dopoguerra e il bisogno di cibo, carburante, riparazioni e posti dove dormire, trasformò radicalmente l’economia delle zone attraversate dal percorso.

foto d'epoca del Red Giant Hamburg

Negli anni ’50 la Route diventò l’autostrada delle vacanze degli americani, quelli in cerca del sole californiano per intenderci. Luogo di sorprendenti novità, è qui che venne realizzato il primo fast-food, il Red Giant Hamburg a Springfield, Missouri. Poi fu la volta del primo drive-in, e ancora del primo McDonald’s a San Bernardino. La strada attraversava molti piccoli paesi della parte più profonda del paese, rivalutandone l’economia altrimenti asfittica.

La Route 66 ha conosciuto un immediato periodo di successo dopo la sua fondazione. Apprezzata dai camionisti per i molti tratti pianeggianti, diventò l’autostrada prediletta per la movimentazione delle merci, per i lunghi spostamenti, ma anche per i sogni delle persone. Lungo la direttrice est-ovest infatti, migrarono migliaia di americani, partiti dall’Oklahoma, dal Texas, Kansas e diretti in California in cerca di fortuna. Il ritratto che ne fece John Steinbeck in Furore è ancora oggi una delle pagine più alte della letteratura americana moderna.

Motel sulla strada 66

Route 66

Il suo declino, iniziato con le continue deviazioni di percorso, è terminato nel 1984 con l’abolizione dell’ultimo tratto superstite che attraversava l’Arizona. Oggi il mito sopravvive grazie alle associazioni che hanno lottato per il suo riconoscimento di autostrada storica e per la tutela di edifici e strutture che sorgevano lungo il suo percorso. In qualche punto dissestata, ad oggi la Route 66 attraversa 8 stati e 3 fusi orari, e anche se da anni non è più una delle highway del sistema stradale americano, rimane senza dubbio una tradizione, una leggenda, la Grande via Diagonale, insomma la strada più famosa d’America. Percorrerla non è affatto un momento nostalgico anzi, è magia pura, come quando vedi per la prima volta l’oceano.

E’ un nastro d’asfalto di ricordi sì, ma incredibilmente vivi anche se non sono esattamente i tuoi e tutti, ma proprio tutti da queste parti, ti accolgono come se fossi un fratello ritrovato. Ovunque vai la gente ti sorride, si ferma a raccontare e insiste perchè tu lasci un segno, magari la tua firma su un vecchio guestbook all’entrata. Tutti vogliono sapere da dove vieni, perchè è importante per chi vive sulla madre di tutte le strade, conoscere fino a dove arriva l’amore e la passione che spinge i viaggiatori a percorrere migliaia di chilometri per vivere un sogno che accomuna e alle volte ossessiona, ma in senso buono.

Il legame con la Beat Generation

Foto di Motel sulla strada 66

Poterne percorrere anche solo una parte è stata, per me, un’emozione incredibile ed è uno dei motivi per cui ho deciso di fare un viaggio nella West Coast. Da adolescente e forse anche dopo, mi sono lasciata trasportare dalla corrente artistica e letteraria chiamata Beat Generation. Una delle mie tante identità adolescenziali, quella anticonformista e ribelle era affine a questo gruppo di artisti, che nel secondo dopoguerra, lasciò segni indelebili nella società americana perbenista dell’epoca. Per il movimento beat erano gli anni ’50, per me gli anni ’90, ma poco cambiava nel messaggio che si voleva dare al sistema. Libertà, provocazione, uguaglianza, pacifismo erano i concetti di quella poesia non più solo scritta, ma parlata.

Portata fuori nelle strade, come faceva Lawrence Ferlinghetti, per urlarla e farla conoscere a tutti, contro una società sempre uguale che ha cercato, in ogni tempo, di ammutolire l’uomo ed omologarlo. Dare voce all’emarginato, all’omosessuale, al pazzo come si legge nel libro-manifesto di Allen Ginsberg, l’Urlo del 1955, era il fine supremo di questi meravigliosi e tormentati scrittori. La Route 66 ha fatto da sfondo a numerosi loro spostamenti, a lunghi viaggi, ad esempio ispirando John Steinbeck e Jack Kerouac, a creare libri capolavoro di cui non si avranno uguali nella storia letteraria mondiale. In questo caso la strada è vista come simbolo di evasione da una società corrotta e opprimente, come quella americana del dopoguerra. La Route era per i “beatnik” il sogno per arrivare ad essere liberi, un desiderio talmente forte che, qualsiasi espediente, poteva servire per aprirsi un varco e scappare, viaggiando anche solo con l’immaginazione.

Foto di una tavola calda a Seligman

Route 66

Ma se per Salinger e il suo “giovane Holden” lo scontro avveniva tra adolescenza e genitorialità, per i poeti beat la ricerca si svolgeva esclusivamente dentro se stessi in una battaglia con il proprio io, con la parte più profonda dell’anima. Una ricerca personale, dolorosa e per questo estremamente viva, con un progetto finale che aveva come scopo ultimo elevare il proprio io nell’Olimpo delle parole e dei versi. Tutto il resto era il viaggio alla scoperta del mondo, per evolversi e comprendere il tutto, da soli o con pochi simili, senza soldi, vivendo di espedienti e lavorando nei magazzini in cambio di un pasto caldo.

Come Dean e Sal fermi in qualche luogo sperduto quel poco che serviva per guadagnarsi qualche spicciolo, per poi ripartire nuovamente per l’ennesima avventura, per un altro viaggio. Un furgone, della marijuana, un sacco a pelo e molte parole sconnesse erano il pane quotidiano, fermandosi poi ogni sera nel deserto per andare a dormire nell’unico luogo in cui si poteva riposare veramente. Sotto le stelle.

“Rischiando continuamente assurdità e morte
dovunque si esibisce
sulle teste del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno.”

L. Ferlinghetti
foto sulla strada

Sulla strada di Jack Kerouac

Legato a doppio filo con la Route 66 è il libro simbolo della Beat Generation, scritto da un visionario, inventore di un nuovo modo di comunicare, un codice leggibile solo dai rivoluzionari come lui. Pubblicato nel 1957 e ad oggi inserito tra i 100 migliori libri del secolo: Sulla Strada, On the road di Jack Kerouac. Il romanzo si divide in quattro episodi ambientati alla fine degli anni ’40 e parla di un viaggio prima in autobus, in autostop e poi in macchina da parte dei due protagonisti Dean e Sal. Poco prima di iniziare un viaggio sulla Route, consiglio a chiunque di leggere On the road, che abbiate 18 o 60 anni è un libro introspettivo, non solo per chi l’ha scritto, ma per chi lo legge.

Vi guarda dentro, e lo fa in modo diverso a seconda dell’età che avete. Io l’ho letto a 17 anni, poi a 32 poi ancora a 43. E’ stato come leggere sempre un libro nuovo, sicuramente a causa delle esperienze che si aggiungevano alla mia storia. Letto in America, dove è stato “girato”, è un’emozione che tutti dovrebbero vivere. Attenzione, On The Road ha un testo crudo, che parla sì di un viaggio, ma anche di sesso e di droga, non è adatto a chi ha uno stomaco debole e una mente chiusa. Visto come libro trasgressivo e di ribellione a 17 anni, a 30 mi ha fatto vivere la straziante sconfitta dell’essere umano e la sua fine dissoluta. Ora a 40 anni suonati, ci rivedo le vecchie emozioni, aggiungendo anche una serena compassione per chi, quel periodo, l’ha così intensamente vissuto.

foto di Dean e Sal ( Neal Cassady e Jack Kerouac)
Dean e Sal ( Neal Cassady e Jack Kerouac)

Route 66

In un certo senso On the Road ha chiuso un cerchio che mi riguarda e non vedo l’ora di rileggerlo a 50 anni. Non vi consiglio di vedere il film tratto dal libro, nessuna immagine e neanche il più bravo regista al mondo, può competere con la penna di Kerouac. Grazie Jack di esserci stato, di avermi riempito l’anima e lo stomaco di sassi e farfalle, e di aver scritto On the Road anche per me.

«E così in America, quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre e a tutta quelle gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell’arrivo della notte fonda che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty…”

Jack Kerouac – Epilogo di On the Road – 1957

Se ti interessa approfondire l’argomento Beat Generation
—>qui trovi il mio articolo<—

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La Mother Road trasformata in letteratura

Fu il premio Nobel John Steinbeck, uno dei principali esponenti della cosiddetta “Generazione perduta“, a trasformare la Route 66 in un libro, dove quest’ultima non fa solo da sfondo al narrato, ma è parte integrante della storia che si snoda su di essa. Era l’epoca della Grande Depressione, quella che vide gli Stati Uniti stretti in una morsa di devastazione agricola, economica e sociale. La fine degli anni ’20 infatti, vengono investiti dal crollo di Wall Street che si ripercuoterà su tutta l’economia mondiale. Chiamato il martedì nero del 29 ottobre 1929, il crollo delle azioni innescò una serie di eventi a catena che colpì soprattutto il ceto medio borghese, che nel corso degli anni venti, oltre ad avere investito i propri risparmi, aveva sostenuto una domanda durevole dei beni di consumo.

Il libro di Steinbeck racconta la massiccia migrazione interna agli States, dei contadini americani costretti a lasciare le proprie terre e cercare un altro lavoro. Infatti la penuria dei raccolti, data dal flagello delle tempeste di sabbia che colpirono gli stati dell’Oklahoma, del Kansas e del Texas, portarono le famiglie ad abbandonare, in massa, le pianure inaridite, riversandosi lungo la Route 66 in un esodo che aveva come meta la California. La terra promessa diverrà però una prigione, anche per i protagonisti, Joad e la sua famiglia, detti gli “okies”, dispregiativo per tutti i migranti provenienti dall’Oklahoma.

foto ad una stazione di servizio sulla route 66

Route 66

Per tutte le famiglie di migranti la strada si trasformerà nel “sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne.. dai turbinosi venti che arrivano ululando dal Texas”. Furore del realismo sociale americano di quegli anni, dei figli della povertà, dei sogni, della speranza, il cui unico desiderio è la dignità di “essere”, di esistere come uomini. Titolo originale del libro è The Grapes of Wrath, uscito nel 1939 ebbe così tanto successo che John Ford ne fece subito un film western. Venne tradotto in italiano con il titolo geniale di Furore, ma nel 1940 purtroppo fu tagliato e rimaneggiato da una censura fascista. Sergio Perroni nel 2013 lo tradusse finalmente in una stesura integra, donando risalto all’espressività descrittiva di Steinbeck e dandoci la possibilità di assaporare la sua particolare impronta lirica.

Cominciata con un dramma apocalittico, la storia della mitica Mother Road è continuata, attraverso le canzoni di Woody Guthrie e d i Bobby Troup, i romanzi di Jack Kerouac e film come Easy Rider, Un uomo da marciapiede, Sugarland Express, Duel, fino ad arrivare ai Blues Brothers. E poi ci sono le fotografie di una magistrale e superba Dorothea Lange, da cui emergono i volti segnati di chi voleva ricominciare. La strada è onnipresente nelle immagini della Lange che, negli anni ’30, attraversò l’America per testimoniare il suo tempo. Come diceva Steinbeck “Una strada dovrebbe sempre portare a un posto migliore. Questa è la vera ragione di una strada. La strada è speranza. Non è questo ?”

foto di Dorothea Lange
foto di Dorothea Lange

A distanza di 56 anni questo meraviglioso e tragico libro ispirò il grande Bruce Springsteen che scrisse una splendida ballata The Ghost of Tom Joad che ne cita una delle frasi più famose:

L’autostrada è viva stasera,
tutti sanno dove porta,
sto qui seduto alla luce del falò
cercando il fantasma di Tom Joad.

John Ernest Steinbeck

Historic Route 66 come ispirazione

La mitica Route 66 è un esempio perfetto del microcosmo culturale americano degli anni’40-’50, non solo legato all’automobile, ma anche per le tante attività che nacquero su di essa. Questa è ora una strada storia riconosciuta dalla nazione intera, prende il nome di Historic Route 66 e il tratto che passa tra la California e l’Arizona, è uno dei più panoramici d’America. La strada infatti passa attraverso il Painted Desert, il deserto dipinto dell’Arizona arrivando fino ai pressi del Grand Canyon. Molti erano i punti pericolosi sul percorso, tanto che al tempo, le diedero il nome di Bloody 66, ma grazie all’incredibile traffico che la caratterizzava, furono presto sistemati. Addirittura durante la Seconda Guerra Mondiale la Route 66 vide il passaggio di chi si recava verso le industrie di materiale bellico in California e di chi quelle armi, le trasportava.

Musa di registi e cineasti, la Route 66 è stata set dell’intramontabile Easy Rider del 1969, di Dennis Hopper con Peter Fonda e un giovane Jack Nicholson. Un film che incarna il vero spirito on the road, il senso di libertà che si trova nel viaggiare, nell’affrontare lunghi percorsi su strade infinite che come lame, tagliano deserti e praterie. Un capolavoro senza tempo la colonna sonora. Sempre sulla Route 66 sono state girate diverse scene di The Blues Brothers, film del 1980 con il mitico John Belushi e il fedele amico Dan Aykroyd. E ancora Route 66 del 1998 di Alan Austin, Rain Man – L’uomo della pioggia con Tom Cruise e Dustin Hoffman e Thelma & Louise. di Ridley Scott, sono tutti film con scene girate sull’asfalto polveroso di questa mitica strada.

Route 66

La Route 66 era talmente famosa, che negli anni ’40 ispirò artisti del calibro di Nat King Cole che nella canzone omonima, cita diverse località site sul percorso. Un’altra nota canzone intitolata “Get your kicks on Route 66” è un brano popolare blues del 1946, opera del compositore americano Bobby Troup. Dai film western ai cartoni animati, la Route 66 ha fatto sognare tutti, americani e non, grandi e più piccoli, sbandati e letterati che in quelle migliaia di chilometri, hanno visto la luce della libertà. Un nastro d’asfalto può far sognare? Sì anzi, può fare molto di più, può creare dipendenza. Quando si è sulla strada si incomincia a cercare i cartelli che la indicano, i punti di riferimento di cui tanto si è letto. E poi i colori, luminosi e sgargianti sono lì ad aspettarti, tanto che bisogna stringere gli occhi per riuscire a tenerli aperti.

foto vecchia pompa di benzina Phillips 66

Route 66

Un senso di pace invade il corpo e lo spirito quando si è sulla Mother Road. Tutto è inondato di una smania ribelle, mentre le persone cadono preda di un incantesimo tanto reale quanto la route stessa. Si dice che questa è una vecchia signora ormai in disuso, dove le attività sono quasi tutte chiuse o sparite da decenni. Vi assicuro però che a tutto questo nessuno fa caso. Il rito istintivo di ogni vero viaggiatore alla ricerca di un’esperienza memorabile è quello di fermarsi in ogni cittadina sulla Route 66 a bere un caffè annacquato o a mangiare in un vecchio diner. Ecco che subito, ogni singola persona, torna a quell’epoca di sogni e avventura che era una volta l’America. Sarà una strada di nostalgia, di souvenir e ricordini sbiaditi, ma io in tutto questo ci sento la vita pulsare.

L’eternità è proprio lì, attaccata come una bambina alle gambe della mamma a quella striscia nera d’asfalto dal sapore salato del sudore, dall’odore acre di benzina. Se si potesse strizzare come una camicia appena lavata, da quel nastro di catrame uscirebbero tutte le emozioni di coloro che l’hanno percorsa. Rabbia, avidità e poi incertezza e speranza, per passare attraverso la spensieratezza, andando poi a parare in quel diritto assoluto, così difficile da conquistare, dal nome libertà. La storica Route 66 non si è mai fermata grazie alle persone che la percorrono ogni giorno dal 1926 e sono convinta non si fermerà mai, neanche quando una lacrima ti scenderà sul viso perchè inevitabilmente, prima o poi, la strada ti porterà altrove.

Articolo di: Lara Uguccioni

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marilane
marilane
1 anno fa

Ciao!!! …fai venire voglia di viaggiare solo a leggerti!!! top! Io vorrei chiederti se per tua opinione, con 14 gg, ossia 14 notti su suolo americano, partendo proprio dal 1° in cui atterreremo a Chigago è meglio prendersela con calma e farne solo una parte, oppure farla tutta è fattibile oppure magari farla tutta ma saltare qualcosa nel mezzo. Grazie mille…. cosi’ mi organizzo e PRENOTOOOOOOOOOOOOOOOOOO! Marilane

Bru
Bru
1 anno fa

Lara questo è molto più di un articolo, è storia, è vita vissuta, è un inno alla strada più famosa al mondo
Io donna orientale non ci sono ancora stata, ma le parole on the road e libertà mi porteranno prima o poi a percorrere la mitica route 66

Sara - Slovely.eu
1 anno fa

Amo i viaggi sulla strada e l’on the road per antonomasia è senza dubbio quello lungo la Route 66, una strada mitica, di cui in realtà conoscevo poco e ho imparato molto leggendo il tuo bellissimo articolo. Spero di poterla percorrere, se non tutta almeno qualche tratto, in futuro. La strada della libertà.

ANTONELLA
1 anno fa

Hai scritto un bellissimo post con le citazioni di due autori che amo tantissimo. On the road è stato una sorta di manifesto e percorrere anche solo pochi chilometri della mitica Route 66 è un’emozione indescrivibile. Grazie di avermi riportato alla mia adolescenza, alle canzoni e ai film che mi hanno fatto sognare.

Roberta
1 anno fa

Ho fatto la parte che collega l’Arizona alla California, inutile descrivere il paesaggio spettacolare, quello “dei film”. Mi son tornati in mente i ricordi della “strada che sa di libertà”.

Paola
1 anno fa

Sono anni che mi trascino nel cuore il grande sogno di intraprendere questo viaggio mitico. Ho letto moltissime storie su questa meravigliosa strada, l’ho guardata in film, sui libri, l’ho ascoltata nelle canzoni. Prima o poi andrò a conoscerla personalmente. Bellissimo articolo.

Veronica
Veronica
1 anno fa

Chissà come si sentiva libero chi la percorreva per la prima volta, appena costruita, mentre si passava da città in città con lunghe soste tra un motel e un fast food. Le vacanze di una volta ma anche il sogno di arrivare in un altro luogo dove poter ricominciare. Il sogno americano racchiuso in ricordi e pezzi di strada che ancora oggi fanno sognare.

Teresa Scarselli
Teresa Scarselli
1 anno fa

Andresti d’accordo con mio marito allora, anche lui appassionato di Beat Generation, lettore di Jack Kerouac, anticonformista, ribelle… una volta! Adesso si è imborghesito e io lo prendo in giro per questo!
Grazie per questo racconto dettagliato su una strada che è a pieno titolo una leggenda.

Eliana
Eliana
1 anno fa

La Route 66 è davvero la madre di tutte le strade! Quando si pensa ai viaggi on the road, soprattutto negli Stati Uniti, non si può non pensare ad un mitico viaggio, magari in moto, su questa strada, per ammirare la bellezza dei singoli Stati e soffermarsi presso le più importanti e iconiche città!

Arianna
Arianna
1 anno fa

Come te anche io ne ho percorso una parte durante un viaggio on the road negli States. sicuramente un mito e icona della Beat Generation e della Storia americana, il senso di libertà che si percepisce percorrendola rimanda veramente alle pagine del libro di Kerouac. Io l’ho letto da ragazza ma non l’ho più riletto potrei provare in effetti a vedere che effetto mi fa da adulta.

Tamara Bonfrate
1 anno fa

Chi non conosce la famose Route 66 e soprattutto chi non ha sognato di percorrerla almeno una volta! Per me ad oggi è ancora un sogno ma leggere questo tuo articolo mi ha fatto viaggiare con la mente proprio come se queste parole le avessi scritte io! GraZie mille per aver condiviso questo sogno

Libera
Libera
1 anno fa

Leggendo quanto hai scritto mi hai fatto fare uno splendido viaggio lungo la mitica Route 66. Ora però ho un problema: devo passare quanto prima dalla fantasia alla realtà! Mi tocca solo organizzare .

Claudia
Claudia
1 anno fa

La route 66 è sicuramente parte dell’America e del sogno americano e l’ho sempre trovata estremamente poetica. Purtroppo ho solo visto la sua fine a Santa Monica ma adoro leggere racconti di chi l’ha fatta tutta!

Silvia The Food Traveler

Ho letto per la prima volta On The Road anche io a 17 anni, e a un certo punto mi ero messa in testa di vendere le collane, gli anelli e i braccialetti ricevuti in regalo tra battesimo e comunione per finanziarmi il viaggio in America lungo la Route 66 insieme a un paio di amiche ma, come spesso succede in questi casi, non se ne è fatto nulla. Da allora rimane ancora un sogno non realizzato, ma se vado avanti così mi sa che aspetterò la liquidazione quando andrò in pensione 😉 A parte tutto, direi che dovrei rileggere ancora una volta questo libro cult!

Angela
1 anno fa

articolo interessante, anche perchè ne ho sempre sentito parlare, ma non conoscevo la storia. Sarebbe bello un giorno poter passare su quella strada.

Chiara
1 anno fa

I parchi del West e la Route 66 sono nella mia bucket list praticamente da sempre, non so quanto dovrò ancora aspettare, ma sono certa che li vedrò. Nel frattempo mi leggo On the Road che non lo conscevo 🤩

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