immagine di copertina articolo Route 66
Arizona,  Si fa per parlare,  West Coast

La mitica Mother Road. La storia della Route 66

E’ la strada più famosa d’America, quella sognata da tutti gli spiriti ribelli. Da chi un tempo voleva fuggire da una vita che gli stava stretta o per chi voleva solo provare l’emozione di un’avventura. Ora, nel 21° secolo, è un simbolo e un’icona della cultura pop che ispirò canzoni, film e libri. Ha dato il nome ad aziende, compagnie di benzina, profumi, linee di jeans. La Route 66 soprannominata anche la Grande Via Diagonale, il Corso d’America, La Highway  è la più amata dai viaggiatori di tutto il mondo sia per la sua fama che per la bellezza del suo percorso.

Route 66 come voglia di evasione

Il legame con la Beat Generation

Poterne percorrere anche solo una parte è stata, per me, un’emozione incredibile. E’ uno dei motivi per cui ho deciso di fare un viaggio nella West Coast. Da adolescente e forse anche dopo, mi sono lasciata coinvolgere dalla corrente artistica e letteraria chiamata Beat Generation. Una delle mie tante identità adolescenziali, quella anticonformista e ribelle, era affine a questo gruppo di artisti che fondò, nel secondo dopoguerra, un movimento che lasciò notevoli segni nella società americana perbenista del tempo.

Per loro erano gli anni ’50, per me gli anni ’90, ma poco cambiava nel messaggio che si voleva dare alla società. Libertà, provocazione, anarchia, pacifismo erano i concetti di quella poesia non più solo scritta, ma parlata. Portata fuori nelle strade, come faceva Ferlinghetti, per urlarla e farla conoscere a tutti, contro una società sempre uguale che ha cercato, in ogni tempo, di ammutolire l’uomo ed omologarlo. Dare voce all’emarginato, all’omosessuale, al pazzo come si legge nel libro-manifesto di Allen Ginsberg, l’Urlo del 1955.

“Rischiando continuamente assurdità e morte
dovunque si esibisce
sulle teste del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno.”

L. Ferlinghetti

Il libro manifesto della beat generation, pubblicato nel 1957 e ad oggi inserito tra i 100 migliori libri del secolo, è Sulla Strada, On the road di Jack Kerouac. Il romanzo si divide in quattro episodi ambientati alla fine degli anni ’40 e parla di un viaggio prima in autobus, in autostop e poi in macchina da parte dei due protagonisti Dean e Sal.

Poco prima di iniziare un viaggio sulla Route, consiglio a chiunque di leggere On the road. Che abbiate 18 o 50 anni è un libro introspettivo, non solo per chi l’ha scritto, ma per chi lo legge. Vi guarda dentro, e lo fa in modo diverso a seconda dell’età che avete. Io l’ho letto a 17 anni, poi a 32 poi a 43. E’ stato come leggere sempre un libro nuovo, sicuramente a causa delle esperienze che si aggiungevano alla mia storia. Letto in America, dove è stato “girato”, è un’emozione che tutti dovrebbero vivere.

Attenzione, On The Road ha un testo crudo, che parla sì di un viaggio, ma anche di sesso e di droga. Non è adatto a chi ha uno stomaco debole e una mente chiusa. Visto come libro trasgressivo e di ribellione a 17 anni, a 30 mi ha fatto vivere la straziante sconfitta dell’essere umano e la sua fine dissoluta. Ora a 40 anni suonati, ci rivedo le vecchie emozioni aggiungendo anche una serena compassione per chi, quel periodo, l’ha così intensamente vissuto. Ho chiuso un cerchio. E ringrazio Kerouac di esserci stato e di averlo scritto anche per me.

Se ti interessa approfondire l’argomento Beat Generation
—>qui trovi il mio articolo<—

La Route 66 come rinascita e speranza

La Mother Road trasformata in letteratura

Fu il premio Nobel John Steinbeck, uno dei principali esponenti della cosiddetta “Generazione perduta“, a trasformare la Route 66 in un libro, dove quest’ultima non fa solo da sfondo al narrato, ma è parte integrante della storia che si snoda su di essa. Diventa per tutte le famiglie di migranti qui descritte, che la percorreranno, “il sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne, dal tuono dei trattori e dal rattrappirsi della proprietà, dalla lenta invasione del deserto verso il Nord, dai turbinosi venti che arrivano ululando dal Texas, dalle inondazioni che non portano ricchezza alla terra e la depredano di ogni ricchezza residua”.

Foto di cartelli a Seligman

Titolo originale del libro è The Grapes of Wrath  uscito nel 1939. Ebbe così tanto successo che John Ford ne fece subito un film western. Venne tradotto in italiano con il titolo di Furore, nel 1940 purtroppo tagliato e rimaneggiato da una censura fascista. Sergio Perroni nel 2013 lo tradusse finalmente in una stesura integra donando risalto all’espressività descrittiva di Steinbeck e dandoci la possibilità di assaporare la sua particolare impronta lirica.

A distanza di 56 anni questo meraviglioso e tragico libro ispirò il grande Bruce Springsteen che scrisse una splendida ballata The Ghost of Tom Joad che ne cita una delle frasi più famose:

L’autostrada è viva stasera,
tutti sanno dove porta,
sto qui seduto alla luce del falò
cercando il fantasma di Tom Joad.

John Ernest Steinbeck

Route 66

Sulla Route 66 è stato ambientato anche il film Easy Rider di Dennis Hopper con Peter Fonda e Jack Nicholson. Girate diverse scene di The Blues Brothers, film del 1980 con John Belushi e Dan Aykroyd (Belushi legato indissolubilmente alla Est Coast ). Route 66 del 1998 di Alana Austin, Rain Man – L’uomo della pioggia con Tom Cruise e Dustin Hoffman e Thelma & Louise di Ridley Scott sono tutti film con scene girate sull’asfalto di questa mitica strada.

La mia strada in Arizona

Seligman

Paolo sul trattore

Ripartiti da Laughlin e percorrendo l’interstatale 40 dopo poco meno di 2 ore, si incontra la Route 66. Vale la pena fermarsi un’oretta sulla strada a Seligman, Contea di Yavapai, Arizona. Questa è una minuscola cittadina di poco più di 400 abitanti, che ha ancora tutti i colori e il sapore della vecchia storica Route 66. Questa strada come tutte le aree di sosta sul suo percorso, non è più frequentata come un tempo a causa dell’apertura delle inter-statali. Infatti si notano i vecchi fasti dei tempi d’oro, quando le attività commerciali che si trovano qui erano frequentate continuamente.

Per fortuna la vecchia Madre è ancora un’attrazione per molti di noi, che facciamo sopravvivere questi luoghi fuori dal tempo e dallo spazio. La giornata che ci ha visti in questa zona era meravigliosamente piena di nuvole cariche di pioggia, il tempo ideale per fare fotografie. La cittadina con i suoi colori e la sua sonnolenta decadenza, si presta a scatti memorabili anche all’obbiettivo più inesperto. Ogni oggetto trovato è un dettaglio da ammirare ed entrare nei bar sulla strada, è un’esperienza unica, come un viaggio nel tempo. Fermatevi a Laughlin, è un posto da vedere assolutamente!

roy motel

Roy’s Motel & Cafè

Foto del distributore del Roy's

route 66

Se come me amate questi luoghi retrò e fuori dal tempo, vi consiglio una volta visitato il Joshua National Park, di fermarvi al Roy’s Motel & Cafè, una stazione di servizio non funzionante ormai da anni, ma ristrutturata sulla National Trails Highway sempre sulla Route 66. Nata nel 1936, quando questa strada era la maggior arteria di traffico coast to coast degli Stati Uniti, ora è in disuso, ma vale la pena visitarla. Anche se non si può fare benzina il bar è aperto. Sedersi all’ombra della pensilina con una bibita ghiacciata e fermarsi a guardare il deserto e la strada davanti a voi, vi giuro che è un momento che ricorderete per molto, molto tempo.

Articolo di: Lara Uguccioni

“Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West.
Dovevo andare.”

Jack Kerouac
Foto del Roy's Motel
National Trails Highway sempre sulla Route 66

L’avventura continua…
Il deserto dei Navajo

2 Comments

  • Chiara

    I parchi del West e la Route 66 sono nella mia bucket list praticamente da sempre, non so quanto dovrò ancora aspettare, ma sono certa che li vedrò. Nel frattempo mi leggo On the Road che non lo conscevo 🤩

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