New York,  Si fa per parlare

New York. La vecchia signora di Chelsea

I fantasmi esistono. Non puoi toccarli, non li vedi, ma sono così ingombranti che li senti mentre ti camminano vicino, tra le mura degli edifici dove hanno vissuto, nelle stanze dove un tempo hanno consumato la loro intimità e spifferato i loro miseri segreti. Poi esistono luoghi che senza una ragione apparente, incarnano un mito che dura negli anni e tutti sanno che, se metti insieme fantasmi e luoghi, quello che ne viene fuori è sempre un connubio perfetto.

«Il punto più alto del surreale» una delle mille definizioni date alla vecchia macchia color ciliegia, alta 12 piani che è il Chelsea Hotel di New York. Così lo definisce Arthur Miller nel suo libro di memorie The Chelsea Affect ricordando la stanza 614  dove si rintanò per 6 lunghi anni dopo il divorzio da Marylin Monroe nel 1960. È qui che nel 1962 scrisse Dopo la caduta, la piece teatrale ispirata al matrimonio con la diva di Hollywood.

«Potevi essere sballato tutto il giorno solo grazie al fumo di marijuana che trovavi in ascensore», così era descritto da Miller questo vecchio albergo, in quegli anni di anticonformismo, droghe e rock allo stato puro.
Ma per parlare di questo luogo dobbiamo partire dall’inizio.

E poi c’è il Chelsea Hotel

Il Chelsea Hotel non può passare inosservato a chi ne ha sentito parlare almeno una volta. Sì perchè questo non è solo un palazzo e nemmeno è stato solo una residenza di emarginati e ricchi illuminati, ma è uno dei luoghi più celebrati d’America, teatro di arte allo stato puro scaturita da menti sublimi, di amori e di morti, di tragedia e di fortuna.

Era il 1884 quando l’architetto visionario Philip Hubert, le cui costruzioni hanno tuttora nomi insoliti dati in omaggio a scrittori come Hawthorne o a pittori come Rembrandt, decise di dedicarsi ad un’opera rivoluzionaria: una comune di ispirazione socialista. Il suo sogno utopistico, basato sulle idee di Fourier, era di creare una struttura abitata da cittadini provenienti da differenti classi sociali.

New York Chelsea Hotel

Hubert volle creare un nuovo modello collettivo dove gli emarginati potessero vivere accanto all’alta borghesia e soprattutto agli artisti, tanto che nell’attico fece costruire ben 15 atelier. Fu così che, sulla 23esima strada, all’angolo tra la Settima e l’Ottava, nella parte di New York allora considerata il centro della città, nel 1885 fu inaugurato un condominio di lusso in lucidi mattoni rossi dal tipico stile vittoriano Queen Anne.

New York Chelsea Hotel

QUESTA FOTO DI MONICELLI PRESS MOSTRA L’APPARTAMENTO DI SUZANNE LIPSCHUTZ
PH COLIN MILLER

L’edificio comprendeva balconi in ghisa, appartamenti da uno a sette stanze costruiti su specifica richiesta dell’acquirente, soffitti alti, pareti insonorizzate e antincendio, camini a legna e attici privati dove un’ unica bellissima scala in ferro portava ai piani superiori. Fino all’inizio del 1900 hanno convissuto all’interno di questo esperimento sociale, artisti e rappresentanti dell’alta borghesia a fianco di interior designer, falegnami e manovali, gli stessi che l’avevano costruito.

Accomunati nell’esperienza antropologica che era il Chelsea, i condomini divennero una comune autonoma e autosufficiente, dove le spese erano ridotte al minimo per il buon funzionamento dell’immobile che riusciva a coprirle con l’affitto dei negozi al piano terra, del ristorante e dei canoni degli appartamenti al primo piano.

E così fu, fino a che la vita iniziò a costare troppo e la speculazione edilizia del quartiere non diede tregua mandando in bancarotta la cooperativa del Chelsea. Gli inquilini si trasferirono e il grande palazzo fu comprato e convertito in un lussuoso hotel. Successe quindi che, nel 1905, terminò un esperimento e ne iniziò un altro, poiché il Chelsea Hotel cominciò la sua vita come casa di scrittori e artisti bohémien.

Attratti dalla squallida eleganza del Chelsea Hotel

Il progetto utopistico del suo fondatore, nonostante tutto, ha sempre riecheggiato tra le mura della vecchia signora, che anche dopo essere stata trasformata in hotel, continuò ad ospitare artisti, scrittori e ogni genere di anima inquieta del panorama newyorkese. Ciò che si è sempre voluto, prima da Hubert poi dallo storico direttore e proprietario Stanley Bard, era la coesione tra mondi diversi, in una varietà di esperienze e appartenenze, che potessero far evolvere la società attraverso il più semplice scambio di idee e di vedute.

Credo che chi soggiornasse qui, vedesse nel Chelsea un luogo dove estraniarsi dalla vita reale, troppo cruda ed opprimente per le anime inquiete che venivano a trovare un pò di pace. Un pò come in Alice nel paese delle meraviglie, attraversando il pesante portone d’ingresso, si poteva entrare in un altro mondo. La grande lobby era così confortevole che ben volentieri gli ospiti si riunivano per scambiarsi idee, al calore dell’antico camino sempre acceso che sapeva regalare intimità e conforto.

La cucina del ristorante era aperta continuativamente, sfornando ottimo cibo mentre la grande scala luminosa era abbellita dalle opere degli artisti residenti, che non avendo soldi per pagare l’affitto, donavano il loro operato in cambio di un tetto sopra la testa. L’atmosfera conviviale, l’aria creativa che si respirava tra le mura, l’eterogeneità dei suoi abitanti, hanno reso il Chelsea Hotel un luogo dove creare, nascondersi, amare, morire ambito da intere generazioni.

New York Chelsea Hotel

Il legame con l’arte

Quello del Chelsea Hotel è un legame a doppio filo con l’arte, tanto che uno dei primi clienti fu il celebre Mark Twain. Successivamente fu la volta di Thomas Wolfe che qui scrisse Non puoi tornare a casa, uno dei libri che ispirò Jack Kerouac e tutta la mitica corrente artistica della Beat Generation. Negli anni ’30, l’hotel fu la casa di diversi scrittori come Edgar Lee Masters, e O. Henry che si pensa che qui redasse tutti i 381 racconti che scrisse dopo essersi trasferito a NY.

L’edificio divenne così un paradiso per i creativi e non ci volle molto perché le pareti degli spazi comuni, che all’epoca includevano anche le sale da pranzo, venissero decorate con tele e murales, alcuni dei quali donati dagli stimati studenti della Hudson River School.

Infatti, intorno al 1940, dopo la morte del padre, Stanley Bard prese la direzione dell’hotel accettando le opere d’arte in cambio dell’affitto. Così facendo permise alle tele, alle sculture, alle infinite opere di uscire allo scoperto ed essere ammirate in ogni spazio comune, dall’atrio di marmo alla tromba delle scale a chiocciola fin sù, verso i corridoi di linoleum a scacchi.

È sempre stato un luogo in cui, grazie a Stanley, potevi fare praticamente qualsiasi cosa a parte l’omicidio, sebbene anche quello fosse accaduto“, ha ammesso il compositore Gerald Busby, ex inquilino.

LA LOBBY DISSEMINATA DI OPERE D’ARTE È RIMASTA INTATTA FINO AL 2011.
GETTY IMAGES

New York Chelsea Hotel

Ma questa “libertà” era proprio ciò di cui l’edificio aveva bisogno per essere trasformato in terreno fertile per sbandati e bohémien. In seguito e dopo molti segni di usura, la direzione fu costretta ad abbassare i prezzi delle camere ormai in pessime condizioni. Arrivarono così gli anni ’50 quando il Village divenne attraente per molti degli esponenti della Beat Generation che si sistemarono per pochi dollari nelle fatiscenti stanze dell’hotel. Poi fu la volta degli anni ’60, il momento degli hippie e delle band. Impossibile dimenticare gli anni ’70 e ’80 quando il Rockers e chiunque volesse essere alla moda, era invitato a passare per di qua.

UNO DEGLI STUDI ALL’ULTIMO PIANO. DELL’ARTISTA GERALD DECOCK CHE QUI VISSE PER 25 ANNI, FINO AL 2007, QUANDO LA STRUTTURA VENNE VENDUTA
PH COLIN MILLER

Per decenni quindi, il Chelsea venne frequentato da alcuni dei personaggi più creativi e al contempo più autodistruttivi del panorama letterario, pittorico, musicale. Di qui passò Pollock, poi Andy Wharol che nel suo appartamento girò il lungometraggio Chelsea girl, con Nico, la frontgirl dei Velvet Underground. Wharol fu grande amico del pittore Basquiat il quale venne da lui invitato a risiedere, per un lungo periodo, nell’hotel.

Qui il pittore graffittista ebbe con una Madonna allora agli esordi, una storia di passione impetuosa ed effimera proprio come le sue opere, e diciamo, anche la sua vita. La storia di questo hotel si incrocia in modo indissolubile con quella di una città in fermento, una New York che negli anni ’80 stava cambiando, non dormiva mai, tra sesso droga e fiumi di alcool. Il tutto portato e amplificato nel micro mondo del Chelsea Hotel.

JEAN MICHEL BASQUIAT NEL SUO LOFT CON MADONNA
PH DUEMINUTIDIARTE

New York Chelsea Hotel

Fantasmi del passato

Tornando ai nostri fantasmi, nei corridoi del palazzo più incredibile di NY è possibile sentirne i passi su per la rampa delle scale. Echi di voci nelle stanze ormai vuote e musica, e che musica, arrivare dalla lobby, dove era sistemato un tempo, l’antico pianoforte a coda. Come è di rigore fare quando si visita una casa stregata, è d’obbligo andare nei punti dove le energie si sono consumate. Ecco che entriamo nella stanza 100, al primo piano dove la star del punk Sid Vicious uccide Nancy Spungen, la sua compagna, con un colpo da taglio inferto all’addome.

Tra anfetamine, alcool ed eroina, in qualche camera più avanti, William Burroughs scrive il surreale Pasto Nudo nel 1959 mentre l’amico Jack Kerouac, nella stanza accanto, ha una storia di passione con Gore Vidal, che ce lo racconta in Palinsesto, il libro che raccoglie le memorie dei suoi primi 39 anni di vita. Inoltre pare che proprio qui Kerouac scrisse il mitico On The Road. Facciamo pochi passi, dalla 103, sempre al primo piano, escono le note di una canzone senza tempo, è la camera di Edith Piaf, monumento indiscusso della chanson francaise.

Salendo le scale, un corridoio buio ed inquietante si apre verso una porta spalancata dove un imbronciato Arthur Miller sta scrivendo, curvo è seduto ad una vecchia scrivania in stile vittoriano battendo sui tasti silenziosi di una bella Everest made in Italy. La finestra è aperta, le tende si muovono al vento e sembra ancora di sentire l’odore acre del fumo provocato dall’incendio che divampò nella stanza della modella Edie Sedgwick, mentre si attaccava ciglia finte a lume di candela in preda allo speed.

New York Chelsea Hotel

A SINISTRA JANIS JOPLIN NEL 1969 FOTOGRAFATA DA DAVID GAHR.
A DESTRA DEE DEE RAMONE, 1993

Saliamo le scale di due piani e ci si para davanti la porta chiusa della 411. Sappiamo bene che qui, Janis Joplin e Leonard Cohen, hanno dato sfogo alle loro passioni in una intensa notte da cui scaturirà una celebre canzone. Grazie all’atmosfera libertina del Chelsea, lui scrive una canzone dedicata a lei, Chelsea Hotel #2, che parla del loro incontro in ascensore e della passione fugace di quell’unica e sola notte d’amore. Peccato che a lei non sia piaciuta.

Degno di un racconto di Bukowski, negli anni ’90 su questo pianerottolo, venne a vivere Dee Dee Ramone, il bassista di uno dei gruppi che io amo alla follia e che ho avuto la fortuna di vedere in concerto: i Ramones. Volendo disintossicarsi, nella sua pazzia, pensò che questo fosse il posto più giusto per uscire dalla droga, e pernottò per molti mesi portandosi dietro moglie e cane. Dal suo soggiornò scaturì Chelsea Horror Hotel: A Novel, romanzo del 2001 pubblicato pochi mesi prima della sua morte, per eroina ovviamente.

Il libro parla della vita quotidiana al Chelsea e della sua malata convinzione che la stanza in cui alloggia era la stessa in cui il suo vecchio amico Sid Vicious uccise Nancy. Dopo la pagina 100, vaneggia di altri amici punk morti e alla fine si confonde pure, tra refusi e nebbia. Cosa dire, ho amato la musica dei Ramones e di quel dannato squilibrato genialoide, tanto da chiamare il mio gatto con il suo nome.

Ci fermiamo nel corridoio dove ci sembra di sentire le note di Blonde on blonde di Bob Dylan. E’ proprio qui, su questi gradini che un Bob ancora acerbo scrive Sad Eyed Lady Of The Lowlands e Sara. Dopo essere diventato ospite fisso nel 1965 del Chelsea Hotel, prese in affitto una stanza vicina a quella di una certa Sara Lowndes, ragazza che poi sposò segretamente. Si racconta dello stesso Dylan ubriaco ed esausto riverso a terra in un party, mentre Mick Jagger e Brian Jones continuano a fare festa insieme ad altri invitati.

Continuiamo a camminare nel santuario dell’arte. Dagli alti soffitti cade l’intonaco, ma è giusto così, ai fantasmi non piace vivere nelle case nuove. Siamo ormai al decimo piano, dove nella stanza 1017 vissero a lungo la cantante Patty Smith con il suo grande amore Robert Mapplethorpe, fotografo simbolo della liberazione sessuale degli anni ’70. L’energia del loro amore c’è ancora, toccando la maniglia della porta la sentiamo, viva come se non fosse passato neanche un giorno. Qui lui visse con lei i momenti più felici della sua breve esistenza.

New York Chelsea Hotel

Epilogo

Impossibile citare tutti i personaggi che sono passati dal Chelsea Hotel. Artisti, intellettuali, poeti, spacciatori e drug queen abitarono per decenni questo che non è e non è mai stato un hotel qualunque, dove si intrecciano storie vere e maledette, vite anonime con altre che rimarranno per sempre, nei ricordi di ogni visitatore.

Nonostante tutta la decadenza accumulata negli anni, gli artisti di ogni genere e nazionalità, subirono il fascino di questo incredibile luogo che ancora oggi, nonostante sia stato convertito in Luxury hotel e sventrato completamente, sembra ancora respirare. A subirne il fascino siamo anche noi, amanti e cultori della storia della musica, della fotografia, dell’arte e della letteratura. Fino a che non è stato chiuso per lavori di restauro nel 2011, è stato meta di molti che andavano lì solo per toccare la porta della stanza dove Kerouac ha vissuto, portare una rosa per Dylan Thomas che qui trascorse alcuni degli ultimi momenti della sua vita nel 1953 o mettere un autografo sul muro della stanza 100, dove Sid uccise la sua adorata Nancy.

Siamo noi oggi che teniamo vivo il ricordo di un posto magico, misterioso e gloriosamente dannato come lo è stato e lo sarà sempre, il Chelsea Hotel. Anche se molto di quel luogo non c’è più, divelto per dare spazio al nuovo, sembra che alcune dimore di inquilini stabili sono state lasciate intatte, nel tentativo di rendere omaggio a quello che fu il Chelsea Hotel. E noi di questo, ne siamo grati. Dopo la ristrutturazione sarà ancora il luogo immortale che è stato un tempo? Solo chi verrà dopo ce lo potrà dire, intanto sogniamo ancora un pò, viaggiando tra quelle stanze colorate, tra i corridoi addobbati arrivando sù fino al tetto, dove i fantasmi del Chelsea stanno festeggiando, tutti insieme, in un party talmente lungo che durerà per l’eternità.

LA CASA DEL FOTOGRAFO E REGISTA TONY NOTARBERARDINO TRASFERITO AL CHELSEA NEL1994. 
FOTO COLIN MILLER

Articolo di Lara Uguccioni

Fonti e citazioni:
www.nyc-architecture.com

www.newyorkmagazine.com
www.dueminutidiarte.com
Tutte le foto pubblicate sono di dominio pubblico reperibile su web

Alcuni libri sul Chelsea Hotel:

4 Comments

  • Bru

    Arte e musica, miti e leggende, sesso, droga e dannazione, tutto questo faceva del Chelsea Hotel, qualcosa di unico, che tempi magnifici che erano quelli, chissà cosa ne sarà di questo luogo mitico

  • Ada

    Adoro il rock anni 60/70 e questa storia mi fa sognare. Avrei voluto esserci anch’io in quegli anni….Grazie Lara!

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