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Take me home, country roads in my mind

Chi mi conosce sa che spesso, mentre converso, per rafforzare un concetto mi trovo a citare testi di canzoni o a intonare strofe. La musica ha sempre fatto parte della mia vita e come è giusto che sia, mi ha frequentemente insegnato qualcosa. Non tante canzoni però mi emozionano a tal punto da stringermi la gola in un nodo stretto, a bagnarmi gli occhi di lacrime dolci amare pizzicando corde che neanche io sapevo di possedere nel cuore. Mi è successo con canzoni italiane, scozzesi, americane, perchè non importa la nazionalità e da dove provengono. Mi entrano subito nella mente, costringendomi a pensare anche quando non ho voglia di farlo e mi accompagnano nei momenti in cui ne ho più bisogno rimanendo impresse nel ricordo di un determinato momento della vita.

Take me home, country roads

Ero una ragazzina quando per la prima volta ho ascoltato la musica di John Denver. Ricordo come se fosse stato ieri, quando la mia amica mise sul giradischi quel LP folk-country dove le note di una canzone morbida scorrevano nell’aria calda dell’estate. Eravamo solite stare sulla terrazza della mansarda dei suoi a guardare le colline arse, sbiadite, come appannate nell’umidità asciutta di quei lunghi pomeriggi estivi. La campagna era come imprigionata in una coltre stinta, talmente immobile da sembrare uno di quei quadri impressionisti appesi nei bar di periferia.

Stavamo lì ore senza parlare, mangiando ciliegie e ascoltando buona musica da vecchi dischi lasciati dal fratello ormai all’università. Erano tempi in cui non esisteva il computer o i cellulari con la connessione internet, così, dopo aver ascoltato Take me Home, country roads abbiamo preso il vocabolario di scuola per tradurne il testo. Scoprire che parlava di ciò che avevo davanti ai miei occhi da così tanto tempo è stato come risvegliarmi da un sogno.

Raccontava di colline, di vallate, di strade di campagna che mi avrebbero portato lontano, in una casa che ancora non sapevo di avere. Capita a molti adolescenti di sentirsi fuori posto, non adatti al luogo dove si è, costretti a farsi largo fuori per trovare il proprio spazio interiore. Io facevo parte di quella banda e passavo le ore a fare niente se non a fantasticare su dove fossi andata una volta diventata grande. Sarei voluta scappare lontano, guidare per ore lungo una strada deserta che mi avrebbe portato esattamente nel luogo in cui non sapevo ancora di appartenere. Una smania di voler fare, di voler andare, come dice la canzone, in un posto dove sarei già dovuta essere ieri.

Una storia americana

John Denver è uno dei grandi song-writer della musica popolare americana. Cantante pop folk un pò alla Simon & Garfunkel, negli anni ’70 non faceva certamente parte della scena country americana, quella di Nashville per intenderci, purista e da sempre ossessionata al legame con le proprie radici e le proprie tradizioni. Però, quando ascoltò quella canzone scritta durante un viaggio, dal suo gruppo spalla Fat City, se ne innamorò e volle farla sua a tutti i costi. La coppia ventenne Billy Danoff e Taffy Nivert non erano sicuramente un gruppo country, come non lo era John, ma chissà perchè, partorirono una delle canzoni popolari che più sono entrate nell’immaginario culturale americano.

La canzone non era ancora finita, ma John la cantò alla fine di un suo concerto e come spesso accade nella musica, successe la magia ed il pubblico andò in visibilio applaudendo per ben 5 minuti ininterrottamente. Era il 1971, 50 anni fa esatti quando John Denver diventò l’indimenticabile interprete di Take me Home, country road che rappresentò e lo fa ancora, non solo un genere di musica, ma uno stile di vita. Se si digita su Google back road culture music, la prima cosa che viene fuori nella ricerca è proprio questa canzone. Sì perchè la cultura delle strade secondarie, le “back road”, è talmente cara agli americani che è diventato un vero e proprio modo di vivere abbracciando anche la musica e la letteratura.

La back road culture

Take me home, country roads

La back road culture è in questo caso uno stile di vita che unisce quelle persone che amano la propria terra e desiderano rimanere lì dove sono nati e cresciuti, nelle terre selvagge lontane dal caos metropolitano. Spesso sono persone senza un diploma al College, senza la macchina all’ultimo grido o il vestito firmato, ma non per questo meno vere e genuine. Il concetto di appartenenza fa parte dell’essere umano, è un’esigenza primordiale che unisce la gente alla terra, dando quel significato di legame che non si vede solo nelle trame dei film o lo si legge nei libri.

In America è facile trovarlo, è ben visibile, lo si respira ovunque c’è un barbecue e degli hamburger sul fuoco, o una cassa di birra, una chitarra e degli amici. Lo si legge negli occhi di chi lavora nei campi, di chi serve tortillas nei fast food, di chi fa chilometri a cavallo seguendo una mandria di buoi. La gente di città, quella sofisticata, li chiamano redneck, “collo rosso” termine che si riferisce al colore della nuca scottata dal sole dei campi. E’ usato spesso in tono dispregiativo, sinonimo di contadino, di ignorante, di colui che veste con camicia a scacchi e stivali usati e fa parte della fascia medio bassa della società. Io invece sono dalla parte di chi, in questa parola ci vede solo libertà e la completezza di un’esistenza umile ma vera. Redneck come distaccamento dalle cose materiali per credere nella semplicità della vita.

Take me home, country roads

Questo modo di vivere genuino lo vedo più come un traguardo che come un punto di partenza, si può essere felici anche senza lavorare nella city, senza gli aperitivi nel bar più trandy, senza la borsa firmata. Quando la canzone dice: “strada di campagna portami a casa, portami al luogo a cui appartengo” suona come una preghiera, fatta di ricordi, di sapori, odori e sensazioni che solo una casa sa dare. Quando sei negli Stati Uniti e la senti suonare, anche nel locale più fuori mano, dalla band più scalcinata che esiste e tutti si mettono a cantarla a squarciagola, è in quel momento che capisci che è sentita come un inno alla terra d’origine.

Tutti conoscono le parole di Take me Home, country roads, tutti si mettono a cantarla, ovunque risuonino le note. E’ evocativa, straordinaria, ipnotica, aggregativa. E’ una delle canzoni country più popolari della storia, e una delle pochissime ad essere conosciute e amate da tutti anche fuori dagli Stati Uniti. Forse perchè in realtà non parla di West Virginia, dove Denver neanche aveva messo piede, ma di un luogo immaginario, fuori dal tempo e dallo spazio.
Il successo è dato proprio dal fatto che evoca in chi la ascolta un luogo lontano, il posto dove vorremmo tornare, un altrove, perchè ogni luogo è quello giusto, basta che ci faccia sentire a casa.

Riflessioni

Da ragazzina non lo sapevo quale fosse il luogo di cui parlava la canzone, ma lo immaginavo come una lunga strada tra montagne e natura, tra valli fiorite e distese di neve e ghiaccio. Mi vedevo su di una macchina, con il finestrino aperto, il vento tra i capelli e un sorriso sul viso. Accanto a me forse qualcuno, figura silenziosa e discreta alla guida dell’auto. Tanti pensieri nella mente, tutti talmente meravigliosi da lasciare spazio ai ricordi ed una smania di arrivare talmente forte da farmi tremare le mani. Ancora viaggio con la mente quanto sento questa canzone di John Denver, che da grande mi ha accompagnato nel viaggio attraverso il West America. E’ lì che mi sono accorta che crescendo quel luogo l’ho trovato, l’avevo sotto gli occhi e neanche lo vedevo.

Il mio luogo è il mondo, è astratto, è il viaggio ed è l’azione che compio nel farlo. Ma è anche il ritorno, la mia casa dove ci sono le poche cose che mi appartengono, la mia famiglia, il mare. Il mio viso sorride mentre sto arrivando alla prossima meta, mentre mi fermo sulla strada a cercare la prossima destinazione, ma le mie mani tremano quando sto per tornare a casa e i miei occhi si riempiono di lacrime quando rivedo sulla porta mia madre.

Epilogo

John Denver scrisse ed interpretò tantissime canzoni, si parla di oltre 289 musiche originali delle quali 140 scritte da lui stesso. Di genere rock folk e qualcosa di country, la sua musica risuona ancora in ogni bar, tavola calda e negozio sulle strade d’America. Ebbe un enorme successo e oltre ad avere come amore la musica, coltivava una grande passione per il volo. Possedeva vari aerei che guidava personalmente, ma purtroppo, proprio su uno di questi, trovò la morte il 12 ottobre del 1997. Precipitò con il suo velivolo nella Baia di Monterey in California, se ne andò come diversi grandi della musica prima di lui.

Glenn Miller Il jazzista scomparso a bordo di un aereo il 15 dicembre 1944, a 40 anni. Buddy Holly e Ritchie Valens che morirono sullo stesso aereo il 2 febbraio 1959 in un giorno ancora chiamato The day music died, il giorno in cui la musica è morta. Otis Redding, uno dei miei soul man preferiti, muorì in un incidente aereo il 10 dicembre 1967. L’autopsia su John non rivelò tracce di alcol o droghe nel sangue, è stata solo sfortuna, uno stupido gioco del destino. Aveva 54 anni e come è giusto che sia, le sue ceneri sono state sparse sulle Montagne Rocciose, le famose Rocky Mountains che danno il nome ad una sua magnifica canzone che dice:

“Ora cammina in una quieta solitudine,
tra foreste e ruscelli
cercando grazia in ogni passo che fa.
La sua vista si è rivolta all’interno di se stesso
per provare a capire la serenità di un limpido lago di montagna”.

Rocky Mountain High – 1972

Take me home country roads

Il testo scritto da John Denver, ha indubbi richiami autobiografici. Parla di un uomo giunto in un posto che non aveva mai visto. Parla di neve, pianure assolate, verde campi, la bellezza incontaminata delle Montagne Rocciose in Colorado tra gli alberi e la serenità di una vita trascorsa a contemplare la natura. Questa canzone è diventata il secondo inno dello Stato del Colorado, l’ennesima magia della musica.

Articolo di Lara Uguccioni

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