Italia,  Si fa per parlare,  Vacanze a Cattolica

Quando in Romagna una vacanza si diceva “villeggiatura”

Erano gli anni del miracolo economico, anni in cui, come una fenice risorta dalle proprie ceneri, l’Italia esplodeva di un benessere mai visto prima. Per lungo tempo la prosperità tranquillizzò gli italiani provati da una guerra che aveva lasciato profonde ferite, accompagnando il popolo verso una rinnovata stabilità. L’età dell’oro, come la chiamavano gli economisti, non erano altro che i favolosi anni ’60 dove, a livello sociale, disoccupazione, povertà ed analfabetismo andavano scomparendo. Fu un periodo di grandi mutamenti nello stile di vita e nei consumi degli italiani, laddove le abitudini cambiavano in proporzione alla crescita annua media: la più alta rispetto alle grandi economie mondiali.

Con una velocità avvenirista, le città stavano modificando il loro aspetto, trasformandosi in affollate metropoli dove tutti lavoravano senza sosta. Le ferie diventarono ben presto un diritto irrinunciabile di ogni lavoratore, uno status quo per ogni famiglia. Quando ad inizio estate le strutture turistiche aprivano i battenti, era consuetudine veder arrivare in riviera famiglie intere pressate su utilitarie Fiat o Alfette strabordanti di valigie. Era chiaro che le città si stavano svuotando per riempire le spiagge di ogni sorta di umanità. Era consuetudine sentire la domanda “perchè vi siete portati tutte quelle valigie sul portapacchi?” tanto era regolare la risposta: “Mia moglie vuole le sue comodità anche in vacanza”. Tuttavia quanto era difficile, per noi romagnoli, capire dove fosse la comodità nell’esodo biblico annunciato al telegiornale!

Con l’arrivo degli anni ’70 e ’80 al proletariato italiano, che popolava la nostra riviera romagnola, si aggiunse la classe borghese tedesca che, grazie ad un cambio marco/lira favorevole, portò un benessere mai visto prima. Erano gli anni in cui la vacanza si chiamava villeggiatura, un periodo di totale riposo da passare con la famiglia e gli amici vecchi e nuovi, che si trovavano ogni anno sulla riva dello stesso mare. Quell’epoca scanzonata e goliardica ce la raccontano bene i vecchi film dei Vanzina, decenni di un divertimento incondizionato che si protrasse fino agli anni ’90. E chi se la dimentica! Perchè in quelle estati interminabili, tra allegre risate, gavettoni lanciati alle ignare signore, le serate in balera a guardare i playboy alzare le sottane alle “tugnine” e i giri con i risciò, io ci sono cresciuta.

Ricordi di una infanzia da raccontare con tanta allegria e alcuni rimpianti, un pizzico di nostalgia e qualche lacrima, comunque sempre felice e grata di esserci stata.

Alla Pensione Ada dalla zia Vina

Il lungomare di Cattolica nel 1962

“Suona la campanella Albina, il mangiare è pronto!” così diceva a voce alta, ogni giorno, la zia a mia cugina seduta dietro al “burò”, poco prima di servire il pranzo agli ospiti. Alla pensione Ada di Cattolica il cibo era una cosa seria: di qualità, preparato da mani esperte e soprattutto molto abbondante. Ad aspettarlo in sala, con l’acquolina alla bocca, c’erano famiglie intere di turisti tedeschi più alcune amiche di vecchia data della zia che, per l’estate, si trasferivano dalla fredda Germania qui in Riviera, per scaldarsi le ossa prima del gelo dell’inverno crucco. La zia Vina amava stare con loro, parlare tedesco era per lei come respirare aria di casa. Così come mio babbo anche sua sorella era nata in Lussemburgo, venuta in Italia a 18 anni durante la Grande Guerra, affrontò con la famiglia mille avventure che portarono gli Uguccioni sulla costa romagnola.

Quando ero piccola, di tanto in tanto, si vedeva questa rubiconda e instancabile signora con la valigia in mano pronta a raggiungere le sue amiche nel nord Europa, dove passava mesi interi. La sua propensione al viaggio credo mi sia passata in eredità, ma non la bravura in cucina dove, indossato il grembiule, diventava la regina dei fornelli. Indimenticabili gli agnolotti fatti a mano che affogava letteralmente in un ragù di carne che lasciava sobbollire per una giornata intera. Un impasto spesso racchiudeva il ripieno morbido e profumato dal sapore inconfondibile di ricotta, spinaci e noce moscata. Sono convinta che nessuno dei bagnanti della zia si sia mai dimenticato di quegli agnolotti, tuttavia la ricetta è andata perduta con lei un giorno di settembre, molto tempo fa.

Era così la Romagna in estate, proprio come mia zia: semplice ma determinata, genuina, cordiale e totalmente sincera. L’Ada era una pensioncina senza troppe pretese, costruita in uno dei luoghi più belli di tutta Cattolica: il lungomare. Un’austera costruzione bianca che al pomeriggio rimaneva sopita come una vecchia signora durante il riposino pomeridiano. Esattamente come la sua pensione, durante la pausa di metà giornata la zia era solita appisolarsi per poi riprendere il lavoro nel tardo pomeriggio. Russava talmente forte che io ero costretta ad uscire dalla minuscola camera sul retro, dove l’aria era satura di odori di cibo e fatica. Nello spiazzo sul retro era parcheggiata una Prinz degli anni ’60 ed io ero solita passare i pomeriggi d’estate lì dentro, seduta sugli immacolati sedili di finta pelle rossa, leggendo vecchi Almanacchi di Topolino.

Via via che il giorno lasciava spazio alla sera, il vociare dei clienti si faceva sempre più intenso, riempiendo prepotentemente di allegria le sale e il giardino esterno.

Era lì che i bagnanti si ritrovavano dopo cena, sulle pesanti sedie bianche di ferro battuto, a raccontarsi storie in quella lingua che non sono mai riuscita ad imparare, ridendo sempre più forte in proporzione ai bicchieri di birra che andavano vuotandosi. Nel mentre noi bambini facevamo a gara per salire sul grande dondolo che incredibilmente ci conteneva tutti, resistendo indomito agli urti e spintoni che ci davamo per non farci rubare il posto. Ancora ricordo l’odore dolciastro del pitosforo che faceva da cornice a quel meraviglioso angolo di mondo e alle tante serate di un’estate che sembrava non finire mai. Sì perchè la vacanza in Romagna era lunga, afosa e bellissima, indimenticabile per chi l’ha vissuta negli anni d’oro della villeggiatura.

Al “Moro” da Osvaldo

Sono nata in un classico albergo romagnolo, si chiamava il Moro da Osvaldo. Defilato rispetto alle altre strutture turistiche, si trovava su quella che un tempo chiamavano “nazionale”, la seconda strada più antica di Cattolica. Era una via maestra, commerciale e tutti dovevano passare di lì per entrare o uscire dal paese. Se la zia Vina aveva una pensione, per intenderci un 2 stelle di oggi, noi vivevamo in un elegante 3 stelle che nel 2024 chiamerebbero hotel. E dire che in passato Il Moro era una locanda “alla buona” che aveva aperto i suoi battenti intorno al 1700. Cattolica sorgeva in un punto di passaggio obbligato posto a cavallo della Via Flaminia e dal XV secolo divenne un punto di sosta strategico per chiunque percorreva a piedi o a cavallo la strada tra Pesaro e Rimini.

Dal 1910 al 1950 dalle carrozze polverose scendevano le belle del Grand Hotel di Rimini – stanche dei filetti di sogliole alla “munière” – per sottostare alla dittatura gastronomica del “Moro”, che imponeva loro, se volevano gustare la sua zuppa, di sedere su sedie spagliate, gomito a gomito con i carrettieri del vicino fiume Conca.” Così si legge nei Mangiari di Romagna un libro iconico che racchiude racconti e ricette romagnole introvabili altrove. Era tra le sale e i corridoi di questa labirintica struttura che passavo la maggior parte del tempo, defilandomi dal caos generato dai bagnanti estivi. Ero una bambina schiva e discreta, ma difficilmente mi sfuggiva qualcosa di ciò che accadeva intorno a me. Comparivo quando meno se lo aspettavano nei posti più insoliti per osservare, capire, imparare l’arte dell’accoglienza che solo decenni dopo ho reso mia per farla diventare un lavoro.

Ecco che stavo in cucina a guardare la cuoca che puliva i calamari curva sulle profonde vasche d’acciaio che fungevano da lavandini. L’acqua gelida le intorpidiva le mani così che ogni tanto, per scaldarsi, la signora dal lungo grembiule bianco, doveva metterle vicino alla pentola che bolliva tutto il giorno allegra sui fuochi. Non scorderò mai i profumi della cucina del Moro che per decenni ha sfornato quasi esclusivamente piatti di pesce tipici di Cattolica. Osservare ciò che avveniva tra quelle mura era come assistere ad un concerto a teatro: le mani della mamma dirigevano l’orchestra di cuoche che all’unisono suonavano una sinfonia soave e appetitosa. Ciò che ne scaturiva era arte pura. (quella ragazza bellissima che sorride nella foto è la mia mamma).

Mia sorella da adolescente già lavorava in sala, mentre la mamma in cucina, faceva il risotto alla marinara più buono di Cattolica. E non lo dicevo solo io!

Mi ricordo ancora quando i miei genitori aprivano il librone delle prenotazioni ed usavano la matita, quella che la nonna chiamava lapis, per inserire a mano le caparre dei villeggianti. Quanta cura nell’accogliere gli ospiti e quanta devozione ad un lavoro che assorbiva vite intere lasciando di fatto poco spazio ai piaceri.

Mio babbo durante una degustazione di vini con il papillon ad agosto. Ci teneva ad essere sempre ben vestito e il papillon è sempre stato il suo tratto distintivo.

Mio babbo Osvaldo sapeva 4 parole di francese e 3 di inglese, eppure conquistava tutti i clienti con il suo sorriso, autentico come la Romagna. Anno dopo anno i bagnanti tornavano nel nostro albergo e per ringraziarci dell’ospitalità, portavano regali da ogni parte d’Europa. Avrò avuto 7 anni quando, per aiutare mia sorella, mi hanno piazzato letteralmente dietro al bancone del bar, a fare i caffè dopo pranzo. Ho imparato presto cosa fosse l’Amaro Averna e il Fernet liscio, che versavo senza sprecarne una goccia. Ora sarebbe un sacrilegio far maneggiare a un bambino dell’alcool, ma statene certi, non mi sarebbe mai passato per il cervello di assaggiare nulla che fosse indirizzato agli adulti. Era normale nelle attività di quegli anni far partecipare al lavoro tutta la famiglia, poco importava se avevi 7 o 90 anni.

Ognuno di noi doveva fare la sua parte e si imparava da piccoli cosa volesse dire il lavoro. Non chiedetemi cosa ne penso, perchè se da un lato avrei voluto scappare e spesso lo facevo, oggi sono grata per esserci stata. Ciò che sono lo devo a ciò che è stato ieri. Se vivo la vita con passione è perchè ho visto con i miei occhi la fatica della mia famiglia e dei cattolichini, che lavoravano ogni giorno senza alzare la testa. Fieri, gentili, orgogliosi e genuini, sempre con il sorriso sulla faccia, pronti ad aiutare.

L’accoglienza che ancora oggi i romagnoli offrono ai loro ospiti, deriva da quegli insegnamenti, dai sacrifici dei loro genitori, dalle notti a fare il pane o ad aspettare i clienti che entravano a notte fonda nei ristoranti per mangiare una pizza prima di andare a dormire.

Nella foto mio babbo in pigiama sulle scale dell’albergo con alcuni clienti di Ferrara. Presumo sia stata una nottata di goliardia per queste due famiglie di amici in vacanza, ma mio babbo si è sempre alzato ad aprire la porta ai suoi ospiti, anche a notte fonda, sfinito, ma sempre con il sorriso sulla faccia. – Agosto 1971

Nonostante il sonno e la fatica, ho sempre visto la mia gente di mare accogliere tutti a braccia aperte, come se regalare un sorriso fosse più importante di quindici ore di lavoro in piedi tra i tavoli di un bar.

“Non le ho messe io quelle lacrime”

E’ gennaio inoltrato, un altro anno è passato e tante di quelle persone che popolano i miei ricordi sono ormai lontane. Alcune, come la mia mamma, sono ancora qui, con la stessa luce negli occhi, solo un tantino offuscata dal tempo che passa e da qualche ruga di troppo. La mattina volge al termine e mi ritrovo a scrivere questo articolo seduta su di una bitta, dove solitamente sono legate le cime. L’aria salmastra sale dal molo a levante, l’odore di salsedine mi riempie le narici mentre guardo verso il largo: le vongolare stanno tornando in porto. Il Garbino sta salendo da sud ovest, come un invasore si arrampica sul lato alto delle colline e scende fino a valle, senza mai morire in mare. E’ così che dicono i pescatori, “il Garbino non muore in mare“.

E’ un vento che porta brutto tempo, provocando quasi sempre una forte burrasca dovuta dall’aria di ritorno. Possiede un nome antico che deriva dall’arabo: durante i saccheggi e gli atti di pirateria, i saraceni chiamavano così il Libeccio. Ai tempi della navigazione a vela il Garbino era considerato un vento temibile dai pescherecci di Cattolica, perchè a fatica i marinai riuscivano ad ammainare le vele e a rientrare in porto. Ancora oggi stiamo tutti all’erta ogni volta che soffia caldo in paese, come se noi romagnoli avessimo una memoria storica che ci dice di fare attenzione. Guardo verso ovest e, come tornata indietro nel tempo, mi sembra di vedere le donne dei marinai sulla spiaggia guardare l’orizzonte.

Un tempo era lì che stavano, scrutando il mare, guardavano distante nella speranza di scorgere in lontananza una vela rientrare. Quante notti insonni e rosari sgranati, pregando tutti gli angeli per la vita dei loro cari, come diceva la canzone di Claudio Villa “Alba sul mar”. Mi torna in mente una leggenda della Marina Militare, o forse è più giusto chiamarla favola, come quei racconti che si tramandano di padre in figlio. Questa storia parla del Signore che si trovò in difficoltà nel creare la prima moglie di un marinaio. Dio si confidò così con un angelo che gli si era avvicinato: era decisamente impossibile dar vita ad una donna qualunque. Questa doveva essere del tutto indipendente, saper fare da madre e da padre e nello stesso tempo destreggiarsi in ogni emergenza. “Inoltre deve saper affrontare senza scomporsi una gravidanza così come un’influenza e deve avere sei paia di braccia”.

“6 paia di braccia? Impossibile” esclamò l’angelo scuotendo il capo. “Non preoccuparti – continuò il Signore – ”farò altre mogli di marinai che le saranno di aiuto e di conforto. Le darò un cuore grande senza eguali capace di inorgoglirsi dei successi del marito, di dire ‘comprendo’ anche quando non riesce a farlo e ‘ti voglio bene’ anche nelle situazioni più disarmanti. Un cuore forte per reggere al dolore del distacco e per resistere alla stanchezza e al superlavoro”. L’angelo girò attorno all’esemplare di moglie del marinaio guardandola da vicino e disse: ” È bella ma troppo fragile” notando delle lacrime sulle sue guance. Il Signore rispose: “Sono lacrime di gioia, tristezza, dolore, delusione, solitudine, orgoglio e dedizione ai valori in cui lei e il marito credono”. “Sei un genio Signore!” Esclamò l’angelo.
Il Signore lo guardò confuso, ma consapevole del miracolo che era appena avvenuto ed aggiunse: “Non le ho messe io quelle lacrime”.

1952 – la famiglia Uguccioni nella cucina del Moro. Dopo la morte del nonno, la nonna si rimboccò le maniche e comprò proprio nel ’52, Il Moro. Qui sopra la nonna Elvira con i suoi tre figli: da sinistra Walter, il primogenito, la mitica zia Vina, L’Elvira e mio babbo Osvaldo.
1987Noi, la famiglia Uguccioni l’anno prima di vendere e chiudere definitivamente l’era dell’iconico Moro. Da sinistra mia mamma Angela, mia sorella Umberta, io e mio babbo Osvaldo.

“Ogni storia ha una sua fine, ma non è la fine della vita, è solo l’inizio di nuove esperienze ”

Articolo di Lara Uguccioni

Foto in ordine d’apparizione :
1. dal blog www.dannatavintage.com
2. dalla pagina FB di U J’ERA CATOLGA – Lungomare Rasi Spinelli 1962 ca. – Cattolica (RN)
3. dal sito Riminidamare.it
4. Nella cucina del Moro “da Osvaldo”, mio babbo mentre mostra all’obbiettivo una grigliata mista di pesce – 1962
5. Mia mamma Angela nella cucina del Moro – 1968
6. Degustazione di vini al Moro – mio babbo Osvaldo e alcune ospiti dell’albergo – agosto 1976
7. Mio babbo in pigiama sulle scale dell’albergo con alcuni clienti di Ferrara. Presumo sia stata una nottata di goliardia per queste due famiglie di amici in vacanza, ma mio babbo si è sempre alzato ad aprire la porta ai suoi ospiti, anche a notte fonda, sfinito, ma sempre con il sorriso sulla faccia. – Agosto 1971

La storia della “creazione” l’ho letta in un toccante articolo pubblicato su www.ilmarenelcuore.it che ha tanti spunti e riflessioni proprio sul mare.



0 0 voti
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
16 Commenti
Newest
Oldest Most Voted
Feedback in linea
Leggi tutti i commenti
Veronica
6 giorni fa

Grazie, Lara, per questo bellissimo tuffo nel passato e nella storia della tua famiglia e di quei luoghi che sono stati i vostri e che da ora saranno anche un po’ nostri dopo esserci immaginati lì, alla pensione Ada a colazione o seduti ad un tavolo de Il Moro, con il sottofondo del mare della costa romagnola.

Claudia
7 giorni fa

Che racconto incredibile, un capitolo di storia italiana – e tua – che davvero racchiude l’essenza di un paese. Bravissima.

sara bontempi
27 giorni fa

Bellissimo il racconto e meravigliose le foto, adoro leggere (come scrivere) i ricordi che riomangono nel cuore delle persone, quelloi non avranno mai fine!

La Kry
27 giorni fa

L’acqua dovrebbe scorrere verso valle, non andare avanti e indietro, non dovrebbe essere salata e, sopratutto, non dovrebbe essere calda nemmeno per ferragosto!
Sono stata una bambina pendolare tra pianura e collina (ehm… veramente lo sono ancora) e “andiamo a fare il bagno” per me vuol dire “andiamo al fiume”. Del mare non so nulla!
Ricordo però i tempi delle lunghissime villeggiature perchè da noi le colline, luoghi tranquilli e quasi deserti in inverno, si animavano d’estate di tutte le persone che non erano in Romagna!🤣

Eliana
28 giorni fa

Una storia davvero commovente ed emozionante arricchita ancora di più da queste testimonianze fotografiche da custodire con cura. Il termine villegiatura da noi si usa ancora, soprattutto se si parla di vacanza sui laghi o in collina. Mi ha fatto davvero piacere leggere questo articolo e scoprire di più su di te e la tua famiglia!

Annalisa Spinosa
28 giorni fa

IO abito sulla costa laziale, e tutt’oggi ci sono famaiglie che tornano qui a Gaeta in villeggiatura. Molti hanno acquistato case, alcuni le affittano, in pochi ormai dormono in albergo. Ma al mesetto da passare al mare con gli amici vecchi e nuovi non rinunciano. pensa sul nostro lido c’è ancora il vecchio juke box con le canzoni orginali installate negli anni ’60 per cui l’atmosfera vintage Si fa sentire e ogni volta chq qualcuno lo mette in funzione!!

Silvia The Food Traveler

Ma che bello questo viaggio nel tempo! Credo che siamo più o meno coetanee a giudicare dalle immagini e facendo due conti, per cui mi ritrovo molto nelle tue parole. Tempi in cui si partiva con la macchina senza aria condizionata, con i sedili scomode e borse e borsoni infilati in ogni angolo. E poi via a quattro settimane che si finiva per rimpiangere per il resto dell’anno.
Poi la Romagna la adoro: l’ospitalità e la gentilezza incontrate da quelle parti non l’ho trovata in nesssun altro posto.

Francesca
Francesca
20 giorni fa

Veramente una bella finestra che si affaccia sul passato. Lontano, ma non così tanto, nei ricordi di molti di noi che hanno vissuto da piccoli qualcosa di simile o hanno ascoltato i racconti dei più anziani.
Mi sono emozionata in questo tuffo nel passato dal sapore familiare.

16
0
Mi piacerebbe sapere il tuo pensiero, per favore commenta!x